Il turismo cresce, gli affitti brevi trasformano i quartieri e i centri storici cambiano identità. Ma una città può continuare a essere viva se chi la abita non riesce più a permettersi di restarci?
Una città può essere piena di persone e, nello stesso tempo, perdere i suoi abitanti. È il paradosso che attraversa molte destinazioni turistiche europee, dove la crescita dei visitatori convive con una trasformazione sempre più evidente degli spazi urbani. I negozi di quartiere lasciano posto alle attività per turisti, gli appartamenti diventano alloggi temporanei e intere zone cambiano volto.
Non è soltanto una questione di affollamento. È il rapporto tra la città e chi la vive quotidianamente a essere messo in discussione.
Il turismo cresce, ma a quale prezzo?
Secondo i dati Istat pubblicati a settembre 2026, nel secondo trimestre dell’anno l’Italia ha registrato quasi 148 milioni di presenze turistiche, il 3,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre gli arrivi sono rimasti quasi stabili. I pernottamenti nelle strutture extra-alberghiere, che comprendono anche gli affitti brevi, sono cresciuti del 5,6%, più del doppio rispetto all’incremento registrato negli alberghi.
Numeri che confermano la forza economica del settore, ma che sollevano anche interrogativi sulla sostenibilità di un modello in continua espansione.
Il turismo crea occupazione, sostiene le imprese e valorizza il patrimonio culturale. Tuttavia, quando diventa la principale funzione economica di un territorio, rischia di modificare profondamente la destinazione degli immobili, il commercio e la disponibilità dei servizi per i residenti. Il problema non è la presenza dei visitatori, ma la difficoltà di conciliare le loro esigenze con quelle della popolazione locale.
Quando le case diventano strutture ricettive
Uno degli aspetti più discussi riguarda gli affitti brevi. La possibilità di destinare un’abitazione al mercato turistico può rappresentare un’opportunità economica per i proprietari, ma la concentrazione degli alloggi in alcune aree urbane pone problemi di equilibrio tra ospitalità e residenzialità.

Il fenomeno non riguarda soltanto il costo degli affitti. Cambia anche la composizione sociale dei quartieri, e una comunità costruita nel tempo può ritrovarsi sostituita da un flusso continuo di presenze temporanee.
Anche il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ha sottolineato la necessità di regolamentare il settore, richiamando l’attenzione sulle difficoltà delle famiglie nel trovare abitazioni in locazione nelle grandi città.
La questione è complessa e non può essere attribuita esclusivamente alle piattaforme turistiche, perché pesano anche la scarsità di edilizia accessibile, gli investimenti immobiliari, i redditi e le scelte urbanistiche. Gli affitti brevi rappresentano però uno degli elementi di una trasformazione che merita di essere governata.
Il rischio di città sempre più simili
C’è poi una perdita meno evidente, difficile da misurare con le statistiche, ed è quella dell’identità.
Una città non è fatta soltanto di monumenti, musei e palazzi storici. È fatta anche di mercati, botteghe, scuole, abitudini e relazioni quotidiane. Quando questi elementi vengono progressivamente sostituiti da servizi pensati esclusivamente per i visitatori, il centro urbano rischia di trasformarsi in uno scenario.
Il risultato può essere una città economicamente dinamica, ma sempre meno riconoscibile per chi ci vive.
Non significa che il turismo cancelli inevitabilmente l’autenticità. Al contrario, l’incontro tra persone e culture può arricchire i territori. Ma per conservarne il valore occorre evitare che tutto venga organizzato intorno a un’unica funzione, quella di accogliere chi arriva dimenticando chi resta.
Il diritto di restare
La vera sfida non consiste nello scegliere tra turismo e residenti. Consiste nel costruire politiche capaci di far convivere entrambi.
Servono strumenti per monitorare la concentrazione degli alloggi turistici, tutelare l’offerta abitativa, sostenere il commercio di prossimità e mantenere accessibili i servizi essenziali. Un primo passo esiste già, perché ogni appartamento affittato ai turisti deve avere un codice identificativo nazionale, il CIN, registrato nella banca dati del Ministero del Turismo. Contare gli alloggi però non basta, se poi quei numeri non diventano scelte per i quartieri in cui si concentrano.
Anche il modo di misurare il successo turistico dovrebbe evolvere. Non basta contare gli arrivi e le presenze, occorre valutare quanta ricchezza rimane sul territorio e quale sia l’impatto sulla qualità della vita. Perché una città non è un prodotto da consumare. È prima di tutto un luogo in cui vivere. E forse la domanda da porci non è quanti turisti possa ancora accogliere, ma quanti abitanti possa permettersi di perdere senza smettere di essere sé stessa.
Domande frequenti su turismo e affitti brevi
Quanti turisti ha avuto l’Italia nel secondo trimestre 2026?
Secondo l’Istat, tra aprile e giugno 2026 le strutture ricettive italiane hanno registrato poco meno di 47 milioni di arrivi, in lieve calo (-0,8%), e quasi 148 milioni di presenze, cioè di notti trascorse, il 3,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Quanto crescono gli affitti brevi in Italia?
Nel secondo trimestre 2026 il settore extra-alberghiero, che comprende anche gli affitti brevi, ha registrato circa 70,3 milioni di presenze, con una crescita del 5,6%. È più del doppio dell’aumento degli alberghi, fermo al 2,4%.
Che cos’è il CIN degli affitti brevi?
Il CIN è il codice identificativo nazionale che ogni alloggio destinato agli affitti brevi o al turismo deve avere. Si richiede nella banca dati delle strutture ricettive del Ministero del Turismo e va esposto all’esterno dell’immobile e indicato negli annunci. Chi non lo espone rischia una sanzione da 800 a 8.000 euro.
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