Nel 1925 l’Italia era ancora un Paese con i piedi dentro i campi. La superficie agricola occupava circa il 70% del territorio nazionale. Oggi è scesa a poco meno del 40%. Nello stesso arco di tempo i boschi sono passati da poco meno del 20% al 33,6%. Basta questo scarto per capire quanto sia cambiato il paesaggio italiano, anche dove sembra rimasto identico a se stesso.
Il nuovo quadro Istat sull’ambiente e l’energia in Italia, pubblicato per il centenario dell’Istituto, racconta una trasformazione lunga un secolo: meno campi coltivati, più foreste, più città, più edifici, consumi energetici enormemente cresciuti, rinnovabili in avanzata e un sistema dei rifiuti passato dalla discarica quasi obbligata a una filiera molto più orientata al riciclo.
La campagna arretra
Il primo cambiamento è fisico. Si vede sul suolo, prima ancora che nelle statistiche. In cento anni la quota di superficie agricola si è quasi dimezzata, mentre quella forestale è cresciuta con continuità. Dentro questo passaggio c’è l’abbandono di molti terreni coltivati, soprattutto nelle aree interne e montane, ma anche la trasformazione produttiva del Paese: meno agricoltura come struttura dominante, più insediamenti, infrastrutture, attività industriali e servizi.
Istat ricorda che oggi in Italia la copertura artificiale, quindi edifici, strade e infrastrutture, arriva al 6,5% del territorio. In Germania sfiora l’8%, mentre in Spagna resta più bassa anche perché circa metà del territorio è occupata da aree boscate. La Francia, tra i grandi Paesi europei considerati, conserva invece la quota maggiore di territorio agricolo.
La trasformazione italiana ha una seconda faccia: l’urbanizzazione. Nel 1931 più di un quarto della popolazione presente, il 26,4%, viveva nelle frazioni comunali, fuori dai centri. Oggi oltre 9 residenti su 10 vivono nei centri. Nello stesso periodo la popolazione è aumentata di quasi 20 milioni e dal 1950 al 2025 la densità degli edifici nei centri è salita da 140 a 575 per km². Fuori dai centri è passata da 2 a 9 edifici per km², anche per effetto delle seconde case, con incrementi particolarmente forti in Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna.
Città più calde, mari più caldi
La seconda trasformazione riguarda il clima, e qui i numeri hanno meno pazienza. Tra il 2006 e il 2023, nei 21 capoluoghi di regione italiani, i giorni estivi, cioè quelli con temperatura massima sopra i 25°C, sono passati da 101 a 114 rispetto alla media climatica 1981-2010. Le notti tropicali, quelle in cui la minima resta sopra i 20°C, sono aumentate da 38 a 49.
Anche i mari raccontano la stessa direzione. Tra il 1940 e il 2025 la temperatura media annua del Tirreno e dell’Adriatico è cresciuta di oltre 1°C, con una velocità doppia rispetto alla media globale. Il Mediterraneo conferma così la sua vulnerabilità climatica: più caldo, più fragile, più esposto.
Nel 2024, rispetto al periodo 1991-2020, le temperature al suolo sono state più alte di +0,7°C a livello mondiale, di +1,3°C in Italia e di +1,5°C in Europa. In Italia il 2022 e il 2023 sono stati gli anni più caldi dall’inizio delle misurazioni. Nelle città l’aumento pesa ancora di più: a Roma, nella stazione del Collegio Romano, la temperatura media è cresciuta di circa 3 gradi dall’inizio degli anni Ottanta a oggi. A Berlino, Madrid e Parigi l’aumento è di circa 2 gradi.
Il caldo entra anche nell’acqua dolce. L’analisi di un secolo di portate dei principali fiumi italiani mostra dagli anni Ottanta una tendenza alla contrazione nel bacino del Tevere e dell’Arno. Il Po regge meglio grazie alla regolazione naturale dei laghi prealpini, ma anche nel bacino padano le magre estive sono diventate più severe, fino alla crisi del 2022.
L’energia cambia faccia
Il salto energetico è enorme. Nel 2025 il consumo di energia in Italia è oltre 9 volte quello del 1930: da 15 a 140 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Nello stesso periodo la popolazione è diventata una volta e mezzo quella del 1931, mentre il Pil è cresciuto di circa 10 volte.
Negli anni Trenta dominavano carbone e legna. Nel secondo dopoguerra è iniziata l’era del petrolio, esplosa durante il miracolo economico: tra il 1953 e il 1973 i consumi si sono moltiplicati di circa 7 volte. Poi sono arrivate le crisi petrolifere degli anni Settanta, l’uscita dal nucleare nel 1987 e la crescita del gas naturale.
Il picco storico dei consumi energetici è stato raggiunto nel 2005, con 192 Mtep. Da allora i consumi sono diminuiti, per effetto della riduzione dell’attività industriale, della maggiore efficienza energetica, del cambiamento del mix delle fonti, della transizione demografica e anche di inverni più miti. Tra il 2005 e il 2024 la quota delle rinnovabili nel consumo interno lordo di energia è salita dal 7% al 21%.
L’elettricità mostra ancora meglio la svolta. Tra il 1924 e il 2024 la produzione elettrica è passata da 0,6 a 23,3 Mtep. Nel 1973 il petrolio copriva i due terzi della produzione elettrica. Nel 2007 il gas naturale arrivava al 55%. Nel 2024 le rinnovabili coprono quasi la metà della produzione e l’obiettivo è arrivare a due terzi nel 2030. Il resto del fabbisogno viene garantito da gas e importazioni, pari a 4,8 Mtep.
Resta una fragilità pesante: l’Italia è tra i Paesi europei con la dipendenza energetica dall’estero più alta, circa tre quarti del totale, contro una media Ue inferiore al 60%.
Il cestino della spazzatura non è più lo stesso
Anche i rifiuti hanno cambiato storia. Nel 2024 in Italia la produzione di rifiuti urbani è stata pari a 508 kg per abitante, in linea con la media dell’Unione europea. Tra il 1996 e il 2024 la produzione è aumentata dell’11,2%, quindi il problema quantitativo resta. È cambiata però la gestione.
Nel 1996 la discarica assorbiva l’83% dei rifiuti urbani. Nel 2024 quella quota è scesa al 15%, sotto la media Ue. L’incenerimento è passato dal 5% al 18%. La parte più rilevante riguarda riciclo e compostaggio, cresciuti dal 6% al 55%.
Nei comuni capoluogo, però, il quadro resta più complicato. La produzione di rifiuti urbani arriva a 546 kg per abitante, quindi supera la media nazionale, mentre la raccolta differenziata è inferiore di oltre 9 punti percentuali. Tra i capoluoghi metropolitani, nel 2024 solo Cagliari e Bologna hanno superato il 65%, obiettivo previsto in Italia già per il 2012 e raggiunto a livello nazionale solo nel 2022.
In un secolo l’Italia ha consumato più suolo, perso campi, guadagnato boschi, scaldato città e mari, moltiplicato l’energia usata e poi cominciato a correggere parte della rotta. Il paesaggio è cambiato senza fare rumore, un ettaro alla volta, una centrale alla volta, un cassonetto alla volta. Guardarlo nei dati fa un certo effetto. Soprattutto perché il lavoro grosso, adesso, arriva dopo.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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