Case popolari, la Regione approva la modifica ai criteri di residenzialità e lavoro


Seduta fiume, fino alle cinque del mattino, e polemica politica sulle nuove regole per le case popolari in Emilia-Romagna. Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre, l’Assemblea legislativa ha approvato la delibera che modifica i requisiti di accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Al centro del dibattito, l’eliminazione dei punteggi aggiuntivi legati all’anzianità di residenza o di lavoro sul territorio e del requisito lavorativo previsto per i cittadini extraeuropei con permesso di soggiorno almeno biennale.

Le novità in sintesi

La decisione adegua la disciplina sull’edilizia residenziale pubblica alle recenti sentenze del Tribunale di Bologna e della Corte costituzionale. La normativa precedente subordinava l’accesso agli alloggi alla presenza di un contratto di lavoro. Questa imposizione è stata ritenuta discriminatoria e illegittima dalla magistratura, in quanto contrastante con la Direttiva europea sul permesso unico, che garantisce parità di trattamento anche ai lavoratori rimasti involontariamente disoccupati. D’ora in avanti, per i cittadini extraeuropei che soggiornano regolarmente sarà sufficiente il solo possesso di un permesso di soggiorno almeno biennale. 

La delibera, al secondo punto, modifica la cosiddetta “storicità della residenza”. Recependo la sentenza della Corte costituzionale, la Regione ha cancellato la norma che entrava nel merito della possibilità, per i regolamenti comunali, di favorire i nuclei familiari con più anni di stanzialità sul territorio. Questa opzione rimane a carico dei Comuni che devono assumersene la responsabilità esclusiva. La Consulta ha chiarito che premiare la residenza a lungo termine viola il principio di uguaglianza formale e sostanziale, creando ingiustificate disparità tra persone che si trovano tutte in una medesima condizione di fragilità economica e sociale.

“La legalità non può valere a convenienza”

“Siamo rimasti in aula fino alle cinque per portare a termine un atto doveroso e assumerci fino in fondo la nostra responsabilità”, afferma Simona Larghetti, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra – Coalizioni Civiche – Possibile. “Rispettare le sentenze e dare attuazione ai principi della Costituzione è un impegno preciso delle istituzioni”.

Secondo quanto riferisce Avs, la delibera adegua la disciplina regionale alle pronunce della Corte costituzionale e del Tribunale di Bologna, nel rispetto della normativa europea sulla parità di trattamento. Il gruppo richiama il caso di un cittadino gambiano non vedente, regolarmente soggiornante e in attesa di un’occupazione, attraverso il collocamento mirato, escluso dalla graduatoria perché non lavorava. Il Tribunale, riferisce Avs, ha riconosciuto il carattere discriminatorio della differenza rispetto ai cittadini italiani, ai quali non era richiesto di avere un impiego: “La destra chiede continuamente il rispetto della legge, poi fa ostruzionismo quando si tratta di dare seguito a sentenze che non le piacciono. La legalità non può valere a convenienza”, attacca Larghetti.

Contro lo stop alla residenzialità storica

Le opposizioni contestano, in particolare, la cancellazione della previsione regionale che consentiva ai Comuni di riconoscere punteggi aggiuntivi per l’anzianità di residenza o di attività lavorativa sul territorio, lamentando l’assenza di indicazioni chiare sui criteri alternativi.

Per Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia, è “una scelta grave e sconsiderata, che rischia di penalizzare tante famiglie che da anni vivono, lavorano e contribuiscono alla crescita delle nostre comunità”.

“Il criterio della residenzialità storica non riguarda la nazionalità di origine, ma il legame costruito nel tempo con una comunità – sottolinea Elena Ugolini, capogruppo di Rete Civica – Rimuoverlo è un errore che rischia di danneggiare tutti, comprese le persone di origini non italiane che sono arrivate regolarmente, lavorano e pagano le tasse”.

Di segno opposto la posizione di Paolo Burani, di Avs: “Chi possiede i requisiti deve poter accedere alle graduatorie sulla base del bisogno abitativo, non della provenienza o degli anni trascorsi in un territorio”. Il consigliere accusa l’opposizione di alimentare una polemica politica: “Tutto il teatro messo in scena dall’opposizione si regge su un dato politico evidente: la propaganda razzista è ormai l’unico argomento che è rimasto alla destra”.

Il nodo dei requisiti lavorativi

Le critiche di Fratelli d’Italia riguardano anche le possibili ricadute sulle amministrazioni locali: “L’allentamento dei requisiti per l’accesso agli alloggi rischia di aumentare la pressione sulle graduatorie comunali, alimentando incertezza e tensioni sociali”, sostiene Evangelisti.

“Ancora più grave è il comportamento della Regione, che invece di assumersi le proprie responsabilità si nasconde dietro le sentenze e scarica tutto sui sindaci”, prosegue la capogruppo. “Si rischia così un sistema disomogeneo, con regole diverse tra territori e amministratori lasciati soli anche sul piano legale”.

Ugolini chiede invece una distinzione tra le diverse condizioni di disoccupazione: “È giusto tutelare chi perde il lavoro e attraversa una situazione di fragilità, ma c’è una differenza tra chi non ha un’occupazione, ma si impegna per trovarla, e chi invece, pur potendo, non intraprende alcun percorso”.

Per Avs, la modifica elimina una discriminazione e mantiene gli altri requisiti previsti per l’accesso: “Garantire uguaglianza e diritti non è una concessione, né un privilegio: è un dovere delle istituzioni – afferma Paolo Trande – abbiamo difeso questo principio perché la dignità delle persone e il diritto alla casa non sono terreno di propaganda”.

Gli alloggi disponibili e le domande in attesa

Accanto alle regole, resta il tema dell’offerta abitativa. Ugolini richiama il Piano Casa annunciato dalla Regione, indicando risorse per 300 milioni di euro, di cui 200 attraverso un finanziamento della Banca europea per gli investimenti da restituire.

Secondo i dati della capogruppo di Rete Civica, a fronte di quasi 30mila domande in attesa e circa 5.900 alloggi Erp sfitti, la prima tranche prevede il recupero di 1.094 abitazioni: “Occorre chiarire quanti altri alloggi saranno recuperati, in quali Comuni, con quali tempi e quando saranno effettivamente assegnabili” – chiede Ugolini – Le famiglie non hanno bisogno soltanto di nuove regole e di annunci di investimenti, ma di sapere se e quando potranno avere una casa”.

Avs, da parte sua, annuncia l’impegno a proseguire il lavoro per ampliare l’offerta di alloggi pubblici e rispondere alle situazioni di precarietà abitativa. (fonte bolognatoday.it)


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