Che il potere fermi il potere. È questa la frase che andrebbe iscritta sui muri del Parlamento, nelle aule di giustizia e nelle stanze del Governo. È la lezione più profonda che Montesquieu ci ha lasciato nell’Esprit des lois. Una lezione che abbiamo dimenticato o forse mai voluto davvero imparare.
Viviamo in un tempo che rifugge la complessità. Pretendiamo risposte immediate ai problemi e ci accontentiamo, di conseguenza, di soluzioni semplici. Abbiamo così ridotto Montesquieu al teorico della divisione dei poteri: il legislativo al Parlamento, l’esecutivo al Governo, il giudiziario alla magistratura. Tre organi, tre funzioni distinte. Semplice come piace a noi oggi. Semplice, però, non è .
Montesquieu sapeva che i poteri, seppur separati, tendono a espandersi, a invadere il campo altrui, a sottrarsi ai limiti. La loro convivenza non è garantita dalla buona volontà di chi li esercita, ma dalla capacità di ciascuno di opporsi agli altri. La tensione tra i poteri li costringe all’equilibrio, ad andare “di concerto”. Solo così nasce e prospera la libertà.
La separazione dei poteri non è mera divisione di compiti e funzioni, ma divisione del potere stesso, la sua frammentazione. Ogni istituzione deve poter essere il limite delle altre. Quando uno dei contrappesi si indebolisce, non viene meno soltanto l’equilibrio istituzionale, viene meno la natura stessa del sistema, la tenuta della democrazia.
È nella Francia di quasi trecento anni fa che troviamo la risposta ai mali della nostra Seconda Repubblica, nata e prosperata in un conflitto sempre più aspro tra politica e magistratura.
Siamo soliti ricondurne la nascita a Tangentopoli, dimenticando il contesto internazionale in cui finì la Prima Repubblica. La fine della Guerra fredda, la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca avevano già trasformato il mondo. I grandi partiti di massa del Novecento, pilastri della democrazia repubblicana, entrarono in una crisi profonda, fino a scomparire o a mutare radicalmente natura.
Con loro venne meno anche il sistema politico che aveva dato sostanza al Parlamento. Privato dei grandi partiti, della loro capacità di rappresentanza e della loro autonomia politica, si è progressivamente ritrovato schiacciato, non tanto dalla magistratura quanto dal Governo.
Nel corso della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino del Parlamento, che da principale argine dell’esecutivo si è trasformato nel suo strumento di ratifica. Il potere legislativo è stato invaso in modo così massiccio da quello esecutivo che la funzione di controllo sull’azione del Governo si è progressivamente svuotata.
A determinare questa trasformazione è stata la crescente dipendenza dei parlamentari dai vertici dei partiti, rafforzata da leggi elettorali che concentrano nelle segreterie il potere di selezionare i candidati e, di fatto, di determinarne le possibilità di elezione. Chi deve il proprio seggio alla leadership del partito ha meno incentivi a opporsi a chi quella leadership esercita. La disciplina politica rischia così di trasformarsi in subordinazione istituzionale.
Non è una questione astratta. Ecco come funziona il Parlamento oggi: decreti legge da convertire, voti di fiducia, tempi contingentati, margini sempre più ridotti per il confronto e per l’iniziativa dei singoli parlamentari. Il Governo detta l’agenda, le Camere si adeguano.
Il decreto legge, concepito dalla Costituzione come strumento straordinario dato in dote al Governo per affrontare casi di necessità e urgenza, è diventato uno dei canali ordinari della produzione legislativa. La questione di fiducia viene usata sempre più spesso per blindare i provvedimenti e impedire che il Parlamento li modifichi. Il risultato è uno stravolgimento dei ruoli e dei poteri: l’esecutivo legifera, il legislativo ratifica. Il Parlamento continua a esistere, a riunirsi, a votare, ma non a decidere.
il passaggio più emblematico lo si è avuto l’8 ottobre, con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale. Quando il Governo ricorre alla fiducia per blindare una riforma che stabilisce le regole con cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti, il problema non è più soltanto procedurale. È costituzionale, nel senso più profondo del termine.
La legge elettorale non è una legge qualsiasi. È la norma che determina la composizione del Parlamento, il rapporto tra eletti ed elettori, la distribuzione della rappresentanza e, in ultima analisi, gli equilibri tra i poteri dello Stato. Dovrebbe essere il terreno privilegiato del confronto parlamentare, non quello della fedeltà all’esecutivo.
La riforma, con il premio di maggioranza legato alla soglia del 42 per cento e l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio, viene presentata come una risposta all’instabilità politica. Giorgia Meloni rivendica la necessità di una maggioranza certa, scelta dagli elettori, che non debba essere ricomposta attraverso accordi di palazzo dopo il voto.
In nome della governabilità si finisce per rafforzare ulteriormente il potere esecutivo e indebolire il Parlamento. L’indicazione del candidato premier e il premio di maggioranza nascondono un premierato introdotto per via indiretta, senza affrontare apertamente il percorso di revisione costituzionale che una trasformazione di tale portata richiederebbe. Il referendum sulla giustizia ha dimostrato che gli Italiani sono pronti ad andare a votare per difendere la Costituzione.
La questione, però, va oltre la legge elettorale. Se il Governo pretende di controllare anche le condizioni della propria legittimazione parlamentare, il circuito istituzionale si chiude su se stesso. Chi governa non si limita più a esercitare il potere, ma contribuisce a determinare le regole che dovrebbero limitarlo.
Quando i contrappesi si indeboliscono, il conflitto non scompare. Si sposta.
È qui che va cercata la radice dello scontro tra politica e magistratura. Quando il Parlamento perde la capacità di contenere l’esecutivo, una parte crescente del conflitto istituzionale finisce davanti ai giudici. La magistratura si ritrova così a svolgere, indirettamente, una funzione di contenimento che in una democrazia equilibrata dovrebbe essere condivisa da più istituzioni.
Il confronto sulle risorse destinate agli stipendi dei magistrati, con la controversia sul provvedimento necessario a renderle disponibili, è solo l’ultima schermaglia di uno scontro aperto tra Governo e magistratura.
Il controllo giurisdizionale è una garanzia essenziale. Il problema nasce quando diventa l’ultimo argine rimasto.
Una democrazia senza contrappesi, in cui l’unico freno effettivo al Governo sembra essere la magistratura, è fragile due volte.
È fragile sul piano politico, perché il confronto si trasferisce dalle aule parlamentari ai tribunali. Le decisioni che dovrebbero essere discusse, emendate e contestate nella sede della rappresentanza diventano materia di contenzioso. La dialettica democratica si impoverisce e ogni conflitto rischia di trasformarsi in una battaglia sulla legittimità dell’avversario.
È fragile anche sul piano giudiziario. Se i giudici diventano l’ultimo ostacolo percepito all’azione dell’esecutivo, finiscono per essere esposti a una pressione politica crescente. Ogni decisione sfavorevole al Governo viene letta come un atto politico. Ogni sentenza scomoda rischia di trasformarsi in uno scontro tra poteri.
Così si alimenta una spirale pericolosa dove più il Parlamento arretra, più la magistratura diventa centrale nel conflitto istituzionale e più la magistratura diventa centrale, più cresce la tentazione di delegittimarla e più viene delegittimata, più si indebolisce uno degli strumenti di controllo a difesa dei cittadini.
La soluzione non può essere chiedere ai giudici di fare meno per consentire al Governo di fare di più. Una democrazia costituzionale ha bisogno di una magistratura indipendente e di un Parlamento capace di esercitare fino in fondo le proprie prerogative.
La lezione di Montesquieu è ancora tutta qui: il potere non si limita da solo. Non basta affidarsi alla correttezza di chi governa, alla moderazione di chi giudica o alla buona volontà di chi legifera. Occorrono istituzioni capaci di opporsi l’una all’altra senza distruggersi, di controllarsi senza paralizzarsi, di confliggere senza trasformare ogni dissenso in una dichiarazione di guerra.
La salute di una democrazia non si misura dalla stabilità di un Governo, ma dalla capacità delle istituzioni di impedirgli di governare senza limiti.
Un Parlamento sottomesso al Governo non è un Parlamento.
Parlamento addio, democrazia addio.
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