Scritto da Claudio P. Cattani
Cronaca
24 Ottobre 2026
Appello per la città abitata, per la tutela del patrimonio storico e per il diritto dei cittadini alla propria città. Alla città di Lucca, alle istituzioni, agli uomini e alle donne di cultura, alle associazioni e a tutti coloro che hanno a cuore il suo futuro.
Lucca attraversa una trasformazione profonda, che rischia di comprometterne progressivamente il carattere storico, urbano e sociale.
Una trasformazione che non si manifesta attraverso la demolizione delle Mura, l’abbattimento dei monumenti o gli sventramenti edilizi che minacciarono la città nel secolo scorso, ma attraverso processi più silenziosi, pervasivi e apparentemente meno traumatici.
La progressiva sostituzione delle abitazioni con strutture ricettive, la proliferazione degli affitti turistici brevi, l’aumento dei prezzi immobiliari, l’allontanamento dei giovani e delle famiglie, l’invecchiamento della popolazione residente, la scomparsa dei negozi di prossimità e la crescente occupazione degli spazi pubblici per manifestazioni commerciali e grandi eventi stanno modificando le condizioni stesse dell’abitare.
LA CITTA’ SI RIEMPIE DI VISITATORI E RISCHIA DI SVUOTARSI DEI SUOI ABITANTI.
Si moltiplicano le occasioni di consumo e si impoveriscono quelle della vita quotidiana. Cresce il valore economico attribuito alla città, mentre rischia di diminuire il suo valore come luogo di relazioni, appartenenza e comunità. È il paradosso di una città che, mentre valorizza il proprio patrimonio storico e monumentale come fattore di attrazione turistica, rischia di consumare proprio quei caratteri che ne costituiscono l’identità.
LA LEZIONE DI CHI DIFESE LUCCA.
Lucca ha conosciuto altre stagioni nelle quali il suo patrimonio storico è stato minacciato da trasformazioni considerate necessarie al progresso e allo sviluppo economico. All’inizio del Novecento, quando si progettava di aprire un grande squarcio nelle Mura per realizzare un nuovo accesso alla città, si levarono le voci di Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio e Giacomo Puccini, insieme a studiosi e cittadini che si opposero alla manomissione dell’integrità monumentale dell’arborato cerchio.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, di fronte alle trasformazioni edilizie e urbanistiche che minacciavano la struttura storica della città, personalità come Carlo Ludovico Ragghianti, Eugenio Luporini, Pier Carlo Santini, Antonio Cederna e altri protagonisti della cultura e del giornalismo civile contribuirono, con ruoli e interventi diversi, a richiamare l’attenzione sui valori storici e urbanistici di Lucca.
Non difendevano semplicemente edifici isolati, ma il valore complessivo di un organismo urbano formatosi attraverso secoli di storia. Quella stagione ci ha lasciato un insegnamento fondamentale: la città non è la somma dei suoi monumenti, ma un organismo complesso, nel quale le architetture, gli spazi pubblici, il paesaggio e la vita dei cittadini costituiscono un patrimonio inscindibile.
Oggi sentiamo la mancanza di un dibattito culturale altrettanto autorevole, diffuso e capace di incidere sulle scelte che riguardano il futuro di Lucca.
Per questo rivolgiamo un appello agli uomini e alle donne di cultura, agli studiosi, alle università, alle istituzioni culturali e a tutti i cittadini affinché tornino a esercitare collettivamente quella funzione critica che in passato contribuì a difendere la città.
NON BASTA CONSERVARE LE PIETRE SE SI PERDE LA VITA.
La tutela di una città storica non può limitarsi alla conservazione materiale delle sue architetture. Un edificio può essere restaurato e trasformato in una struttura ricettiva. Una piazza può mantenere intatta la propria pavimentazione, ma essere continuamente occupata da installazioni commerciali. Una strada può conservare il proprio tracciato medievale, ma perdere i negozi, gli artigiani, le famiglie e le relazioni che ne hanno caratterizzato la vita.
Si può così arrivare al paradosso di una città perfettamente conservata nelle forme e profondamente alterata nelle funzioni. La conservazione della città storica è inseparabile dalla conservazione della sua funzione residenziale, della sua complessità sociale e della sua vita comunitaria. Una città senza giovani, senza bambini, senza famiglie che vi costruiscano il proprio futuro è una città che perde progressivamente la capacità di rigenerarsi.
Una città nella quale le abitazioni diventano prevalentemente occasioni di rendita turistica, mentre i residenti non riescono più a sostenere il costo della casa, rischia di trasformarsi in un luogo di permanenze temporanee. Una città che perde i negozi di prossimità, le attività artigianali e i servizi quotidiani perde anche una parte essenziale della propria identità.
Non è la provenienza dei nuovi proprietari o dei visitatori a costituire il problema. È la progressiva sostituzione della comunità stabile con una popolazione intermittente, che utilizza la città senza necessariamente partecipare alla continuità della sua vita sociale.
I GRANDI EVENTI E IL LIMITE DELLA COMPATIBILITA’.
Lucca ha saputo costruire manifestazioni di rilevanza nazionale e internazionale, capaci di produrre cultura, attrazione turistica e importanti ricadute economiche. Non intendiamo negare questi risultati. Ma proprio il successo raggiunto rende necessario interrogarsi sui limiti entro i quali tali manifestazioni possono continuare a svilupparsi senza compromettere la qualità della vita e il carattere monumentale della città. L’estensione spaziale e temporale dei grandi eventi comporta occupazioni sempre più impegnative e impattanti di piazze, strade e spazi pubblici.
Ai giorni delle manifestazioni si aggiungono quelli necessari all’allestimento e allo smontaggio di capannoni, tensostrutture, palchi, recinzioni e installazioni. Per periodi significativi la città viene trasformata in un grande cantiere, con limitazioni alla mobilità, all’accessibilità delle abitazioni, alla fruizione degli spazi pubblici e alla percezione dei monumenti. Le piazze diventano contenitori di strutture temporanee. Gli edifici monumentali vengono talvolta occultati o inglobati negli allestimenti. Le Mura e gli Spalti sono chiamati a sostenere funzioni e pressioni estranee alla loro ordinaria destinazione.
OCCORRE ALLORA PORRE UNA QUESTIONE FONDAMENTALE.
La temporaneità delle installazioni non garantisce, di per sé, la reversibilità dei loro effetti. Quando le occupazioni si ripetono sistematicamente, aumentano di dimensione e si prolungano nel tempo, possono determinare conseguenze cumulative sulla conservazione dei luoghi, sulla loro fruibilità e sulla vita dei residenti.
Esiste una soglia oltre la quale la pressione dei grandi eventi può diventare incompatibile con il carattere storico, monumentale e residenziale della città. Questa soglia non può essere ignorata, né può essere determinata esclusivamente dalle esigenze organizzative ed economiche delle manifestazioni. Deve essere oggetto di una valutazione pubblica, scientificamente fondata e culturalmente consapevole.
LA CITTA’ COME BENE COMUNE, NON COME MERCE.
Il patrimonio storico e monumentale di Lucca è il risultato di una lunga vicenda collettiva. Le Mura, gli Spalti, le piazze, le strade, gli edifici e il paesaggio urbano non sono stati costruiti per diventare strumenti di sfruttamento commerciale. Sono l’eredità materiale e culturale di generazioni che hanno abitato, trasformato, custodito e tramandato la città.
La loro valorizzazione economica può essere legittima e utile, ma non può diventare il criterio prevalente con cui determinarne l’uso.
Quando il patrimonio monumentale viene considerato principalmente una risorsa dalla quale estrarre valore economico, si rischia di innescare un processo contraddittorio.
La città diventa tanto più redditizia quanto più viene intensamente utilizzata, ma proprio questa intensificazione può impoverirne i caratteri ambientali, sociali e culturali.
L’estrazione esasperata del valore economico dal patrimonio monumentale può finire per consumare il patrimonio stesso, non necessariamente nelle sue pietre, ma nei suoi significati, nelle sue funzioni e nelle relazioni che lo rendono vivo. Lucca non può essere ridotta a un marchio turistico, a un palcoscenico permanente, a un contenitore di eventi o a una merce da commercializzare. La città appartiene alla propria storia e al proprio futuro, e la sua conservazione costituisce una responsabilità collettiva.
LA PERDITA DELL’ANIMA DELLA CITTA’.
Esiste un patrimonio che non compare negli inventari dei beni culturali. È il patrimonio delle relazioni umane, delle consuetudini, dei comportamenti, della memoria condivisa, della vita quotidiana. È ciò che potremmo chiamare la “lucchesità”: non una condizione di nascita, né un’identità chiusa verso chi arriva da fuori, ma un modo di vivere e riconoscersi nella città, fatto anche di misura, discrezione, rispetto e di quel particolare garbo che appartiene alla tradizione civile lucchese.
Questo patrimonio vive nelle persone e nelle relazioni.
Vive nei bambini che giocano nelle piazze, nelle famiglie che abitano le case, negli anziani che custodiscono la memoria dei luoghi, nei negozi nei quali ci si conosce, nelle relazioni di vicinato, nelle attività quotidiane che danno continuità alla vita urbana.
Quando queste presenze si riducono, quando gli abitanti non si riconoscono più nella propria città, quando lo spazio pubblico diventa prevalentemente spazio di consumo, si perde qualcosa che nessun restauro monumentale può restituire da solo.
Si perde l’anima della città.
UN NUOVO IMPEGNO CULTURALE E CIVILE.
Per queste ragioni riteniamo necessario aprire una nuova stagione di riflessione e partecipazione pubblica sul futuro di Lucca. Chiediamo che venga riconosciuta la centralità della funzione residenziale del centro storico e che siano promosse politiche capaci di favorire il ritorno dei giovani e delle famiglie. Chiediamo che venga studiata e disciplinata la pressione delle locazioni turistiche brevi, affinché il patrimonio abitativo non venga progressivamente sottratto alla residenza stabile. Chiediamo che sia tutelata e recuperata la presenza dei negozi di prossimità, delle attività artigianali e dei servizi necessari alla vita quotidiana. Chiediamo che venga definita, attraverso studi indipendenti, la capacità di carico del centro storico, delle Mura e degli Spalti, considerando non soltanto la sicurezza e il numero dei visitatori, ma anche la durata delle occupazioni, gli effetti cumulativi, la qualità della vita e la tutela dei valori monumentali e paesaggistici.
Chiediamo che venga predisposto un piano pubblico per l’utilizzazione degli spazi urbani durante i grandi eventi, individuando aree da preservare, limiti dimensionali e temporali, modalità e garanzie di ripristino e alternative localizzative. Chiediamo che siano resi pubblici e verificabili i costi e i benefici economici, ambientali e sociali delle manifestazioni, compresi gli oneri sostenuti dalla collettività. Chiediamo che i residenti siano coinvolti preventivamente nelle decisioni che incidono sulla fruibilità dei loro luoghi di vita.
Chiediamo, infine, che le istituzioni culturali della città, le università, gli studiosi e le associazioni promuovano un confronto pubblico permanente sulle trasformazioni urbane, recuperando lo spirito di quella stagione nella quale la cultura seppe assumersi la responsabilità di intervenire nelle scelte che riguardavano il futuro di Lucca.
UN APPELLO ALLE COSCIENZE.
Questo appello non nasce dalla nostalgia di una città immobile, né dal rifiuto del turismo, della cultura, dell’innovazione o delle trasformazioni necessarie. Nasce dalla convinzione che ogni trasformazione debba misurarsi con la storia, la struttura e la vita della città. Non chiediamo di fermare il tempo. Chiediamo di non sacrificare il futuro della città al vantaggio immediato. Non chiediamo di chiudere Lucca ai visitatori. Chiediamo che rimanga aperta, prima di tutto, alla possibilità di essere abitata. Non chiediamo di rinunciare ai grandi eventi.
Chiediamo che siano i grandi eventi a rispettare la città, e non la città a essere continuamente piegata alle loro esigenze. Agli intellettuali, agli studiosi, agli artisti, agli uomini e alle donne di cultura chiediamo di tornare a far sentire la propria voce. Alle istituzioni chiediamo di ascoltare, confrontarsi e assumere decisioni fondate sulla conoscenza e sull’interesse generale. Ai cittadini chiediamo di rivendicare il proprio ruolo di protagonisti della vita urbana e non di semplici spettatori delle trasformazioni che li riguardano.
LUCCA NON DEVE PERDERE SE STESSA.
Un secolo fa si levarono voci autorevoli per impedire che venisse spezzata la continuità delle Mura. Negli anni Cinquanta e Sessanta altre voci si opposero alle trasformazioni speculative che minacciavano l’integrità dell’organismo urbano.
Oggi è necessario un nuovo impegno civile per impedire che, pur conservando le proprie architetture, Lucca perda progressivamente la propria comunità. Ieri si difendevano le Mura perché non venissero abbattute. Oggi dobbiamo difendere la città perché non venga svuotata della sua vita.
Una città non è soltanto un insieme di monumenti. È una comunità che attraversa il tempo. E una città che perde i propri abitanti, le proprie relazioni e la propria identità rischia di diventare soltanto la rappresentazione di ciò che un tempo era.
Non vogliamo una Lucca magnificamente conservata ma socialmente deserta. Vogliamo una Lucca viva, abitata, accessibile, capace di accogliere senza espellere, di valorizzare senza consumare, di trasformarsi senza perdere se stessa. Perché il patrimonio più prezioso di Lucca non è soltanto ciò che i secoli ci hanno consegnato. È anche la possibilità di continuare ad abitarlo, viverlo e trasmetterlo alle generazioni future.
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