Lavoro: Rapporto Proxima, mancata formazione costa 26 miliardi l’anno


Ventisei miliardi di euro è il costo annuo della mancata formazione continua degli adulti in Italia. L’equivalente di un’intera manovra di bilancio. Una cifra che non compare in nessun rendiconto pubblico, non figura in nessun bilancio aziendale, non emerge in nessun rapporto di sostenibilità. Eppure si accumula, ogni anno, con la puntualità di un debito che nessuno ha contratto formalmente ma che l’intera economia continua a pagare.

È questo uno dei dati inediti contenuti nel Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, parte del gruppo Enzima12, presentato oggi 9 giugno 2026 a Roma, presso la Sala Transatlantico di Bistoncini Partners. L’intervallo di stima va da un minimo di 11 miliardi a un massimo di 33, con 26 miliardi come scenario centrale: una cifra pari all’1,2% del PIL italiano.

La stima si basa sul divario di partecipazione alla formazione tra l’Italia e la media europea – quasi undici punti percentuali, circa 3,6 milioni di adulti in meno ogni anno – e lo traduce in mancata produttività del lavoro applicando i coefficienti della letteratura internazionale. Il record di occupazione che non racconta tutta la storia Il 2025 ha consegnato all’Italia il tasso di occupazione più alto dalla nascita delle serie storiche ISTAT: 62,5% nella fascia 15-64 anni, oltre 24 milioni di occupati.

Una narrazione comprensibilmente attraente. Ma il record, scomposto per classi d’età, racconta un’altra storia. Oltre l’80% dell’aumento occupazionale del 2024 è riconducibile agli over 50. Gli occupati con più di cinquant’anni hanno superato per la prima volta i 10 milioni – quasi il doppio rispetto al 2004. Nelle classi più giovani, si registra, invece, stagnazione o calo. Il meccanismo è noto: le riforme pensionistiche hanno alzato l’età effettiva di uscita dal mercato, trattenendo lavoratori maturi che in un altro regime sarebbero già andati in pensione.

Il record di occupazione è, in larga misura, un effetto collaterale dell’invecchiamento demografico. Il problema è che quei lavoratori usciranno. Stime pubblicate nel Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, elaborate su dati ISTAT, indicano che entro i prossimi dieci anni il sistema produttivo italiano potrebbe perdere circa 4,3 milioni di addetti – il 18,3% della forza lavoro complessiva – per la sola uscita delle coorti mature. Non gradualmente ma in un’ondata concentrata nel tempo.

Per ogni 100 giovani tra i 15 e i 19 anni, ci sono già oggi 152 persone tra i 60 e i 64 anni prossime all’uscita. ‘Il mercato del lavoro italiano ha collezionato record su record, ma il quadro che mostrano è parziale. Il tasso di occupazione al massimo storico è in larga misura il risultato di lavoratori che restano più a lungo, non di nuovi ingressi. Quei lavoratori, nel prossimo decennio, usciranno in massa. Il mercato del lavoro italiano è oggi una corda tesa: il momento in cui si spezzerà dipende da quanto l’Italia avrà saputo prepararsi’, afferma Piercamillo Falasca, Coordinatore dell’Osservatorio Proxima.  I

n un paese che sta per perdere milioni di lavoratori esperti, ci si aspetterebbe un sistema in corsa per formare quelli che restano ma, secondo i dati più recenti del Adult Education Survey di Eurostat, elaborati nel Rapporto di Osservatorio Proxima, la partecipazione degli adulti italiani alla formazione si ferma al 29%, contro una media UE del 39,5%. Questa distanza significa 3,6 milioni di adulti in meno ogni anno che non aggiornano le proprie competenze. Il deficit formativo italiano non è distribuito in modo casuale.

La partecipazione degli adulti con basso titolo di studio si ferma al 10,3%, contro il 60,2% degli adulti altamente qualificati.  Nella fascia 55-64 anni il tasso di partecipazione alla formazione si ferma al 7,3%: meno della metà rispetto ai 25-34enni che si attestano al 19,4%. In un paese che invecchia e allunga l’età pensionabile, una quota crescente della forza lavoro attraversa la parte finale della carriera con competenze ferme, proprio mentre le tecnologie cambiano molto in fretta. Le disuguaglianze territoriali amplificano questo fenomeno. Nel 2023, la partecipazione alla formazione era del 12,9% al Nord, del 13,2% al Centro e solo dell’8,6% nel Mezzogiorno.

Le regioni che avrebbero più bisogno di usare la formazione come leva di sviluppo sono le stesse in cui le condizioni per accedervi sono più deboli. In due anni, la quota di imprese italiane con almeno dieci addetti che usa tecnologie di intelligenza artificiale è triplicata: dal 5% del 2023 al 16,4% del 2025. Ma il dato che rivela la struttura del problema è un altro: la mancanza di competenze adeguate frena il 58,6% delle aziende, che hanno valutato investimenti in AI senza realizzarli. La tecnologia arriva. Le competenze per usarla, no. Tra i lavoratori di 22-25 anni, il tasso di ingresso in nuove occupazioni ad alta esposizione all’AI cala del 14% nell’era post-ChatGPT.

L’AI erode i task formativi attraverso cui le nuove generazioni costruivano competenza sul campo. Un paradosso: proprio quando il mercato ha strutturalmente meno giovani da inserire, lo strumento che dovrebbe aumentare la produttività comprime lo spazio in cui quella produttività si impara. Dietro la media del record occupazionale, tre squilibri strutturali attendono risposta. Il primo è di genere. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile nella fascia 20-64 anni si è fermato al 58%, contro una media europea del 71,4%. Il divario di 19,1 punti è il più alto dell’intera UE. L’INAPP stima in circa 1,3 milioni le donne inattive che sarebbero disponibili a lavorare a condizioni adeguate: una riserva di forza lavoro già formata che il sistema non riesce ad attivare. Il secondo è generazionale.

L’Italia è ultima in Europa per occupazione nella fascia 20-29 anni: 47,6%, a 18 punti dalla media UE. Tra il 2011 e il 2024, circa 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese. Il CNEL stima il valore del capitale umano perduto in 159 miliardi di euro. Il terzo è territoriale. Il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno sfiora il 14%, quasi tre volte quello del Nord. Le migrazioni dei 25-34enni dal Sud sono aumentate del 10% tra il 2017-2019 e il 2022-2024. SVIMEZ stima la perdita annua di capitale umano in circa 8 miliardi di euro: una cifra che non appare in nessun bilancio regionale, ma che è la più significativa di tutte.

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 Redazione Ore 12

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