Regione Lombardia ha approvato la prima legge regionale italiana in materia di insediamento dei data center: oneri di urbanizzazione fino al 200% per chi costruisce su aree verdi e agricole, obbligo di fonti rinnovabili, divieto di prelievo da acquedotti per il raffreddamento. La norma è tecnicamente apprezzabile nel disegno, ma arriva in assenza di una strategia nazionale e con un meccanismo – gli oneri maggiorati – che potrebbe non bastare a orientare le scelte di operatori con capitali miliardari. Il territorio lombardo paga il prezzo di un vuoto normativo che a livello nazionale non è ancora stato colmato
La Lombardia è la regione italiana con il maggior tasso di suolo consumato in termini assoluti: al 2024 registra 834 ettari di nuovo suolo consumato nell’anno, seconda solo all’Emilia-Romagna, con una quota complessiva di territorio artificializzato pari al 12,22%, la più alta d’Italia.
Su questo sfondo, l’arrivo massiccio dei data center è stato l’acceleratore di una trasformazione già in corso. A livello nazionale, nel 2024 sono stati trasformati 83,7 km2 di territorio, il 15,6% in più rispetto all’anno precedente, al ritmo di 2,7 m2 al secondo – il valore di consumo netto più alto dell’ultimo decennio, secondo il Rapporto Snpa-Ispra 2025.
Non è una tendenza circoscritta al settore tecnologico, ma i data center ne rappresentano una quota crescente e concentrata geograficamente: tra gli interventi più significativi del solo 2024, le infrastrutture digitali hanno occupato oltre 37 ettari, con prevalenza nelle aree settentrionali del Paese.
Cosa prevede la legge lombarda sui data center
Il provvedimento, approvato dal Consiglio regionale con 10 articoli, introduce oneri di urbanizzazione fino al 200% per le strutture costruite su aree verdi e agricole, l’obbligo per i nuovi data center di approvvigionarsi esclusivamente da fonti rinnovabili e il divieto di utilizzo di acqua proveniente dagli acquedotti per il raffreddamento.
Sul fronte degli incentivi al riuso, la misura punta a favorire l’insediamento dei data center nei siti cosiddetti brownfield – aree industriali dismesse o abbandonate – riducendo tra il 10 e il 30% gli oneri di costruzione e velocizzando le procedure burocratiche.
I Comuni avranno un anno per aggiornare i piani urbanistici e mappare le aree dismesse disponibili; la Città Metropolitana di Milano e le province sono obbligate a pubblicare online tutti i dati raccolti, pena l’esclusione dai fondi regionali in materia di governo del territorio.
L’attuazione sarà monitorata da una cabina di regia composta da Regione Lombardia, Anci Lombardia, Arpa, università e rappresentanti delle province.
Il nodo idrico: una variabile sottovalutata
Uno degli elementi più innovativi della legge è il divieto di prelievo da acquedotti per il raffreddamento. È una norma che risponde a un problema reale e in rapida crescita.
Secondo i dati dell’International Energy Agency (Iea), il consumo idrico totale lungo l’intera filiera dell’intelligenza artificiale è destinato a passare da circa 560 miliardi di litri nel 2023 a 1.200 miliardi di litri entro il 2030.
In Europa, le proiezioni dell’Agenzia europea dell’ambiente indicano che i data center trainati dall’intelligenza artificiale potrebbero portare il consumo annuo di acqua per raffreddamento e produzione elettrica a circa 1.068 miliardi di litri entro il 2028, undici volte più delle stime 2024.
Il problema non riguarda solo i volumi: quasi il 20% dei data center europei si trova in aree con almeno 165 giorni di raffrescamento l’anno, condizione che aumenta sensibilmente il fabbisogno di raffreddamento.
La Pianura Padana, con le sue estati sempre più calde e i suoi episodi ricorrenti di stress idrico, non è un’eccezione. Vietare il prelievo da acquedotti e imporre soluzioni alternative – acque industriali riciclate, sistemi a circuito chiuso – è una misura concreta, non simbolica.
Il commento sulla legge lombarda: oneri utili, ma non sufficienti
La legge di Regione Lombardia può rappresentare, dunque, un passo utile a gestire la situazione legata alla crescente espansione dei data center sul territorio? Lo abbiamo chiesto a Luca d’Alleva, head of Service Italia e Iberia di Bcs Consultancy, che ci ha dato una lettura che distingue tra disegno normativo e capacità di impatto reale.
“La direzione di fondo è condivisibile: incentivare il riuso di aree industriali dismesse, semplificare le autorizzazioni per chi sceglie il brownfield, costruire una governance regionale strutturata. Sono leve concrete per tenere insieme attrattività degli investimenti e tutela del territorio.
Il rischio, però, va detto con chiarezza: se gli oneri maggiorati restano l’unico strumento, i grandi operatori li assorbiranno come semplice voce di costo e l’effetto di deterrenza sul consumo di suolo sarà nullo“.
D’Alleva individua tre condizioni necessarie perché la legge produca effetti reali: “servono strumenti urbanistici chiari, una mappatura aggiornata delle aree brownfield effettivamente disponibili e tempi autorizzativi competitivi con il resto d’Europa. Senza questa infrastruttura normativa, il segnale politico rischia di restare lettera morta“.
Il punto più acuto è sistemico: anche per Cia Lombardia, pagare di più per consumare terreno fertile non equivale a non consumarlo; critica che si allinea all’osservazione di d’Alleva sulla capacità di assorbimento finanziaria dei grandi operatori del settore.
Prima regione, ultimo Paese
La Lombardia è la prima regione in Italia ad approvare una legge finalizzata a disincentivare la realizzazione indiscriminata di data center: il 100% in più di oneri nelle aree agricole, il 200% nei parchi. È un primato che dice qualcosa di problematico sul contesto nazionale.
Nel 2024, secondo il rapporto Iea su energia e intelligenza artificiale, i data center hanno rappresentato l’1,5% del consumo elettrico mondiale. In Italia il consumo è arrivato attorno ai 5-7 TWh nel 2024, pari all’1,9% dei consumi elettrici nazionali; al 2035 si stima un’accelerazione verso il 7-13% del totale, per circa 21,6 TWh annui.
Con richieste per circa 30 GW di capacità su scala nazionale – metà delle quali concentrate in Lombardia, secondo l’assessore regionale Sertori – la questione non è più affrontabile su scala regionale.
Come osserva anche d’Alleva: “la legge lombarda colma un vuoto, ma lo fa in assenza di un quadro di riferimento più ampio. Senza una visione-Paese, si va verso una frammentazione normativa regione per regione, con il risultato di aumentare l’incertezza per chi investe e rallentare proprio quelle dotazioni digitali di cui il sistema ha urgente necessità. La Lombardia ha aperto il cantiere delle regole. Ora serve che qualcuno disegni l’architettura“.
Crediti immagine: Depositphotos
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Alfredo Agosti
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