La filiera della produzione di biogas insieme a quella della produzione energetica dalle biomasse – numeri alla mano – dimostrano che un mix energetico nazionale più solido è già tecnicamente possibile, ma richiede politiche coerenti con la realtà dei territori
Il mercato globale del biogas è destinato a superare i 114 miliardi di dollari entro il 2034, mentre l’Europa ne detiene già il 71% della quota mondiale. In Italia, 2.200 impianti operativi e un patrimonio zootecnico tra i più densi del continente disegnano un potenziale ancora largamente inespresso.
A questa filiera se ne affianca un’altra, ancora più radicata e altrettanto trascurata dal dibattito energetico nazionale: quella del bosco, della legna e dei biocombustibili solidi, che scalda già una famiglia italiana su quattro e produce oltre il 65% dell’energia termica rinnovabile del Paese.
Entrambe possono arricchire il dibattito sulla costruzione di un mix energetico nazionale più pulito, indipendente dalle fonti fossili e meno populista di quello, attualmente cavalcato politicamente, dell’energia nucleare.
Un mercato globale che raddoppia, un’Europa che guida
I numeri del biogas su scala mondiale sono difficili da ignorare. Secondo una ricerca di Fortune Business Insights, il mercato passerà dai 56,1 miliardi di dollari stimati per il 2026 a 114,8 miliardi entro il 2034, con una crescita del 105% in un decennio.
L’Europa ne è il principale protagonista: nel 2025 detiene il 71,25% del mercato globale, con un valore di 37,21 miliardi di dollari, sostenuta da politiche energetiche mature e dall’impulso del piano REPowerEu.
La Germania resta il benchmark del settore, con oltre 10.000 impianti attivi e un mercato da 7,57 miliardi di dollari. Il Regno Unito vale 3,81 miliardi ed è trainato dal Green Gas Support Scheme.
A livello europeo, la produzione complessiva di gas rinnovabili ha raggiunto i 21 miliardi di metri cubi nel 2024, coprendo il 6% del consumo totale di gas naturale dell’Unione europea, secondo i dati dell’Associazione Europea del Biogas (Eba).
L’Italia seconda in Europa: un primato con ancora poco sfruttato
Nel contesto europeo, l’Italia occupa una posizione di rilievo. Con circa 2.200 impianti di biogas operativi nel 2023 e una produzione di 25 TWh, il Paese è il secondo produttore europeo per numero di impianti, dietro alla sola Germania.
Sul fronte del biometano – la versione purificata e immettibile in rete – si contavano a fine 2023 circa 96 impianti operativi, con una produzione di 7,8 TWh, secondo i dati del CIB-Consorzio Italiano Biogas.
A rendere il gap tra posizione attuale e potenziale ancora più evidente è la struttura del sistema zootecnico italiano: 6,5 milioni di bovini, 9 milioni di suini, 170 milioni di capi di pollame generano ogni anno grandi quantità di reflui organici che, attraverso processi di digestione anaerobica, potrebbero essere trasformati in energia e fertilizzanti.
La materia prima è abbondante. La tecnologia è disponibile. Ciò che rallenta la corsa è la sostenibilità economica degli impianti senza incentivi adeguati. Lo conferma l’analisi del Politecnico di Milano (Outlook Biometano 2024): quattro aste Pnrr su cinque finora concluse hanno registrato una bassa partecipazione.
La capacità produttiva assegnata è inferiore al contingente disponibile e le assegnazioni tra gennaio 2023 e giugno 2024 sono rimaste costantemente sotto il 50% del contingente effettivamente disponibile.
Senza nuovi strumenti di supporto, esiste il rischio concreto che gli impianti esistenti vengano spenti al termine del periodo di incentivazione, fissato in 15 anni.
La filiera bosco-legno-energia: programmabile, locale, dimenticata
Accanto al biogas, esiste una seconda filiera rinnovabile che non compare quasi mai nel dibattito energetico nazionale con il peso che le spetterebbe. Legna, pellet e cippato riscaldano già una famiglia italiana su quattro e producono oltre il 65% dell’energia termica rinnovabile nazionale, secondo i dati Aiel-Associazione Italiana Energia dal Legno.
È una filiera radicata nei territori, generatrice di occupazione nelle aree montane, capace di valorizzare la gestione attiva dei boschi italiani. Ha anche una caratteristica che le fonti intermittenti non possono offrire: è programmabile.
La produzione di calore da biomasse legnose non dipende dall’irraggiamento solare né dalla velocità del vento. Può essere pianificata, stoccata, distribuita.
Turn-over tecnologico e Comuni non metanizzati
Il nodo principale non è la disponibilità della risorsa, ma l’obsolescenza del parco impianti. Una quota rilevante dei generatori domestici a biomassa in uso in Italia è ancora di vecchia generazione, con rendimenti bassi ed emissioni elevate.
Il rafforzamento del Conto Termico e dei bandi regionali dedicati sarebbe lo strumento diretto per accelerare il turn-over tecnologico, sostituendo i vecchi apparecchi con quelli moderni, efficienti e a basse emissioni certificati dalle norme europee più recenti.
Ancora più urgente è la questione dei Comuni non metanizzati – centinaia di piccoli centri, prevalentemente montani, dove la rete del gas naturale non arriva e probabilmente non arriverà mai.
In queste realtà, la sicurezza energetica non può essere affidata esclusivamente all’elettricità o ai combustibili fossili di importazione. Gli impianti di comunità alimentati a biomasse legnose locali rappresentano qui una risposta concreta, non una soluzione di ripiego.
Cinque miliardi e le scelte che mancano
Il Governo ha annunciato 5 miliardi di euro per l’energia. Aiel sottolinea come non sia possibile costruire un mix energetico nazionale ignorando una filiera che produce già oggi la maggioranza dell’energia termica rinnovabile del Paese.
Sul fronte del biometano, il Pniec fissa l’obiettivo di 5 miliardi di metri cubi entro il 2030 – un target ambizioso, considerando che la produzione attuale si attesta ancora intorno ai 750 milioni di metri cubi annui, con 116 impianti collegati alla rete, secondo i dati del Cib.
La distanza tra obiettivo e stato attuale misura esattamente l’entità delle politiche ancora da costruire: incentivi stabili per il biometano agricolo, strumenti di supporto per le biomasse legnose sostenibili, investimenti in filiere locali che riducano la dipendenza strutturale dalle importazioni di energia.
Non è una questione di tecnologie da scegliere contro altre. È una questione di coerenza tra gli obiettivi dichiarati e le risorse effettivamente messe in campo.
Crediti immagine: Depositphotos
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alfredo Agosti
Source link






