Nel deserto orientale dell’Egitto, dove oggi restano roccia, caldo e polvere, c’era un mare abbastanza vivo da sembrare quasi affollato. Lo raccontano centinaia di fossili di pesci rimasti chiusi nei sedimenti per 62,2 milioni di anni, in un punto chiamato Qreiya 3. A guardarli ora, immobili nella pietra, sembrano arrivare da un tempo fermo. Invece parlano di movimento: di ecosistemi che si riorganizzano, di specie che occupano spazi lasciati vuoti, di oceani che cominciano a somigliare molto prima del previsto a quelli che conosciamo oggi.
Il sito è stato descritto in uno studio pubblicato su Science Advances. Il gruppo di ricerca ha documentato un deposito marino del Daniano, la prima fase del Paleocene, cioè quel tratto di storia terrestre arrivato appena dopo la grande estinzione del Cretaceo-Paleogene. Parliamo della crisi che, circa 66 milioni di anni fa, cancellò i dinosauri aviani esclusi e ridisegnò intere catene alimentari. A Qreiya 3 i ricercatori hanno trovato centinaia di esemplari, con almeno 21 tipi di pesci con pinne raggiate distribuiti in nove grandi gruppi: una varietà superiore a quella di tutti gli altri assemblaggi scheletrici del Daniano conosciuti finora messi insieme.
La cosa interessante sta proprio nella data. Questi animali nuotavano circa quattro milioni di anni dopo l’impatto che chiuse il Cretaceo. Quattro milioni di anni, in geologia, possono essere un battito di ciglia con la pazienza di una pietra. Sulla terraferma gli studiosi avevano già ricostruito alcuni passaggi della ripresa: l’espansione delle felci dopo la catastrofe, poi il ritorno di foreste, mammiferi, rettili e uccelli in nuovi equilibri. Il mare, invece, aveva lasciato più vuoti. Mancavano corpi, scheletri, comunità intere da osservare. Mancavano prove abbastanza nitide per capire chi fosse rimasto, chi avesse perso terreno e chi avesse approfittato del disastro per diventare protagonista.
Un mare chiuso nella roccia
Qreiya 3 è un Lagerstätte, parola tedesca usata dai paleontologi per indicare un giacimento con fossili conservati in modo eccezionale. In parole più semplici: uno di quei luoghi in cui la pietra ha fatto il lavoro di un archivista meticoloso. I pesci conservati nel sito egiziano permettono confronti molto precisi con gruppi ancora viventi, quasi osso per osso, e mostrano una comunità marina già sorprendentemente moderna. Dentro quel deposito compaiono parenti antichi di tonni e sgombri, pesci sciabola, pesci luna, carangidi, pesci ago e altri rami che oggi riconosciamo negli oceani contemporanei.
Il gruppo più presente è quello dei percomorfi, una grande linea evolutiva che oggi comprende oltre 17mila specie, dal tonno ai cavallucci marini, dai persici alle rane pescatrici. Prima dell’estinzione di massa questi pesci erano presenti, però occupavano uno spazio molto più ridotto nei mari del Cretaceo. Dopo la crisi, il loro peso aumenta. Qreiya 3 fotografa proprio questo passaggio: una fauna marina in cui i percomorfi appaiono già centrali, con forme diverse e ruoli ecologici differenti.
La scena, ricostruita dai fossili, ha poco della cartolina. Ci sono predatori, piccoli pesci corazzati, forme affusolate, organismi che vivevano in un ambiente al largo, a una profondità stimata tra 150 e 250 metri. Le condizioni di conservazione sembrano legate anche a fondali poveri di ossigeno, capaci di rallentare la decomposizione e proteggere i resti. Lo studio collega inoltre l’assemblaggio al Latest Danian Event, un breve intervallo di riscaldamento avvenuto durante il Daniano. Un dettaglio che aggiunge un altro strato: quei fossili raccontano la ripresa dopo un’estinzione, dentro un mondo ancora instabile, con clima e oceani in pieno assestamento.
Il vuoto dei dieci milioni di anni
Per capire perché questi fossili di pesci contano così tanto bisogna guardare anche a ciò che mancava. Nel registro fossile dei pesci ossei c’era una lacuna lunga circa dieci milioni di anni, nota come Patterson Gap, dal nome del paleontologo Colin Patterson. Una specie di zona d’ombra proprio nel momento più delicato: quello compreso tra la fine del Cretaceo e i primi milioni di anni del Paleocene, quando gli ecosistemi marini stavano cercando un nuovo assetto.
Qreiya 3 riempie una parte importante di quella lacuna. I fossili indicano che alcune linee oggi fondamentali negli oceani erano già presenti molto presto. Tra i ritrovamenti più rilevanti ci sono anche i più antichi resti scheletrici noti di diversi gruppi ancora viventi, compresi parenti di tonni e sgombri. Una scoperta simile sposta l’attenzione: i mari moderni hanno radici più antiche e più rapide di quanto il registro fossile permettesse finora di vedere.
Nel sito compaiono anche carangidi, il gruppo che include i caranghi moderni, e forme corazzate legate alla linea evolutiva dei pesci ago e dei cavallucci marini. C’è anche un esemplare riferito al genere Lampris, vicino ai pesci luna, indicato come uno dei ritrovamenti più abbondanti nel deposito. La varietà conta quanto la quantità: circa 500 esemplari permettono di osservare una comunità, anziché un singolo frammento fortunato. È la differenza tra trovare una frase e aprire un capitolo.
Dopo il disastro, spazio libero
Le estinzioni di massa lasciano buchi enormi negli ecosistemi. Spariscono predatori, prede, competitori, intere abitudini alimentari. Nei mari del dopo-asteroide, molte catene trofiche erano state spezzate. In quel vuoto, alcuni gruppi hanno avuto spazio per espandersi e cambiare. I percomorfi sembrano aver sfruttato proprio questa finestra, diversificandosi in forme capaci di occupare nicchie diverse: predatori rapidi, piccoli abitanti di ambienti complessi, pesci con strategie alimentari nuove o più efficienti.
Lo studio sottolinea anche un’assenza pesante. A Qreiya 3 mancano diversi gruppi predatori comuni nei mari del Cretaceo, pur davanti a una conservazione molto buona e a un numero elevato di esemplari. Questo suggerisce che alcune linee più antiche siano uscite ridimensionate o siano scomparse dalla grande crisi, mentre altri gruppi, più vicini alla fauna marina attuale, hanno preso posto nei ruoli rimasti liberi.
Il paragone con la terraferma viene quasi naturale. Dopo l’estinzione, i mammiferi placentati e molti uccelli ampliarono la loro presenza, trasformando un mondo svuotato in un laboratorio evolutivo. Nei mari, a quanto pare, qualcosa di simile stava accadendo ai pesci. Qreiya 3 offre una delle immagini più chiare di questa ripartenza, con la cautela che serve davanti a ogni finestra fossile: un sito racconta moltissimo del proprio ambiente, poi va messo accanto ad altri siti, altre latitudini, altre profondità.
La pista tropicale
Il deposito egiziano si trovava in una fascia tropicale durante il Paleocene. Questo dettaglio apre un’ipotesi interessante: le aree più vicine all’equatore potrebbero aver visto prima di altre la formazione di comunità ittiche dall’aspetto moderno. In altre regioni, nello stesso periodo, alcune faune marine potrebbero aver mantenuto più a lungo un’impronta arcaica. La ripresa dopo una catastrofe globale procede raramente in modo uniforme. Cambiano clima, profondità, correnti, disponibilità di cibo, ossigeno, geografia dei bacini.
Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Qreiya 3 è già uno dei siti più informativi per capire la riorganizzazione dei mari nei primi milioni di anni dopo l’estinzione, però molti esemplari sono ancora in fase di preparazione e studio. La storia, quindi, è appena stata aperta. Altri fossili potranno confermare, correggere o complicare questa pista tropicale. Ed è proprio qui che la paleontologia diventa meno polverosa di quanto sembri: ogni lastra può cambiare la cronologia, spostare un’origine, togliere un gruppo dal buio.
Nel deserto egiziano, centinaia di pesci rimasti nella roccia raccontano una cosa semplice: dopo l’asteroide, gli oceani avevano già ricominciato a popolarsi. Alcuni gruppi erano spariti, altri stavano prendendo spazio. Qreiya 3 conserva proprio quel passaggio, con pinne, denti, corazze e scheletri rimasti fermi per 62 milioni di anni.
©Science Advances
Fonte: Science Advances
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Ilaria Rosella Pagliaro
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