Dalla SEO alla GEO: gli HR ripensano le competenze dei team


Un candidato cerca informazioni su un’azienda prima di inviare il CV; un buyer confronta fornitori per un progetto digitale; un manager prova a capire quali competenze servano al suo team nei prossimi mesi.

Fino a poco tempo fa, molte di queste ricerche passavano quasi sempre da una pagina di Google, da una lista di link o da qualche risultato organico ben posizionato. Per le aziende voleva dire lavorare sulla SEO: contenuti, struttura delle pagine, autorevolezza, keyword, intenzioni di ricerca.

Poi sono arrivati i motori generativi.

ChatGPT, Google AI Overviews, AI Mode, Bing generative search e strumenti come Perplexity stanno modificando una parte essenziale del comportamento online: il modo in cui le persone cercano informazioni, confrontano fonti, scelgono fornitori, leggono notizie, preparano decisioni di acquisto o valutano un brand.

Per le aziende questo passaggio ha un nome sempre più ricorrente: GEO, Generative Engine Optimization. Una sigla ancora giovane, ma già abbastanza rilevante da uscire dal perimetro dei SEO specialist e arrivare sulla scrivania degli HR.

La ragione è semplice. Se cambia il modo in cui le informazioni vengono trovate, sintetizzate e citate, cambiano anche le competenze richieste ai team.

La ricerca cambia forma, e cambia il lavoro dei team

Il segnale più netto arriva da Gartner: in una previsione pubblicata nel febbraio 2024, la società di ricerca ha stimato che entro il 2026 il volume dei motori di ricerca tradizionali potrebbe diminuire del 25%, con una quota crescente di attività assorbita da chatbot e agenti virtuali basati su intelligenza artificiale.

È un dato da maneggiare con attenzione, perché riguarda una previsione, non una fotografia definitiva del mercato. Però indica una direzione precisa. La ricerca online si sta spostando da una pagina di risultati a un ambiente in cui l’utente fa una domanda e riceve una risposta già composta, spesso accompagnata da link, citazioni e suggerimenti per approfondire.

OpenAI ha descritto ChatGPT search come un modo per ottenere risposte tempestive con link a fonti web rilevanti, combinando l’interfaccia conversazionale con informazioni aggiornate su notizie, sport, mercati e altri temi.

Microsoft ha raccontato Bing generative search come un’esperienza pensata per query informative più complesse, capace di offrire risposte articolate e non solo una lista di link. Nel blog ufficiale cita esempi come “how to effectively run a one on one” o “how can I remove background noise from my podcast recordings”, cioè ricerche in cui l’utente cerca istruzioni, spiegazioni, orientamento.

Google, dal canto suo, ha dedicato una guida specifica alle funzionalità AI in Search, spiegando come AI Overviews e AI Mode funzionano dal punto di vista dei proprietari dei siti e come i contenuti possono essere inclusi in queste esperienze.

Per chi lavora nelle risorse umane, il punto non è tecnico in senso stretto. La domanda vera è un’altra: quante persone, dentro l’organizzazione, sono in grado di produrre, valutare e aggiornare contenuti pensati per un ambiente in cui l’accesso all’informazione viene mediato dall’AI?

Dalla SEO alla GEO: cosa cambia davvero

La SEO ha lavorato a lungo su un obiettivo abbastanza chiaro: rendere una pagina visibile nei risultati dei motori di ricerca. La GEO sposta l’attenzione su un terreno diverso: fare in modo che un contenuto venga compreso, selezionato, sintetizzato e possibilmente citato da un motore generativo.

La definizione più solida arriva dal paper “GEO: Generative Engine Optimization”, pubblicato su arXiv nel 2023 da Pranjal Aggarwal, Vishvak Murahari, Tanmay Rajpurohit, Ashwin Kalyan, Karthik Narasimhan e Ameet Deshpande.

Gli autori presentano la GEO come un framework per migliorare la visibilità dei contenuti nelle risposte dei motori generativi. Nella loro sperimentazione, alcune strategie possono aumentare la visibilità fino al 40% nelle risposte generate.

Qui si vede il passaggio più delicato. Nei motori tradizionali l’azienda compete per il ranking. Nei motori generativi compete per entrare nella risposta. Una differenza apparentemente sottile, in realtà enorme.

Una pagina può essere ben posizionata su Google e avere comunque scarsa presenza nelle sintesi AI. Oppure può essere citata da un sistema generativo perché contiene dati chiari, fonti riconoscibili, struttura informativa leggibile, definizioni precise, esempi utili.

Il lavoro sui contenuti, quindi, si avvicina sempre di più a un’attività ibrida: richiede competenze editoriali, conoscenza del pubblico, capacità di strutturare informazioni, uso consapevole dei dati, controllo delle fonti, familiarità con i sistemi AI e una buona dose di giudizio umano.

È qui che la questione esce dal marketing.

Perché la GEO riguarda gli HR

Gli HR sono abituati a osservare le trasformazioni digitali attraverso tre lenti: competenze, ruoli, formazione. La GEO attraversa tutte e tre, perché modifica il modo in cui l’azienda produce conoscenza, la rende accessibile e la fa circolare all’esterno e all’interno dell’organizzazione.

A prima vista può sembrare un tema da SEO specialist. In realtà la Generative Engine Optimization tocca il lavoro di chiunque contribuisca a costruire informazioni aziendali destinate a essere trovate, interpretate o riutilizzate. La differenza rispetto al passato è che quelle informazioni non vengono più lette soltanto da persone che arrivano su una pagina web. Possono essere intercettate da motori generativi, sintetizzate da un assistente AI, rielaborate in una risposta, confrontate con fonti esterne e presentate all’utente senza che l’utente visiti direttamente il sito dell’azienda.

Dalle funzioni digitali alla conoscenza aziendale

Nel breve periodo il cambiamento coinvolge soprattutto marketing, comunicazione, content, sales enablement, employer branding, customer care e prodotto. Sono le funzioni che producono pagine, schede, articoli, materiali commerciali, FAQ, presentazioni, guide, contenuti social, newsletter, documentazione per clienti e prospect.

Nel medio periodo, però, il perimetro si allarga. Riguarda chi scrive policy interne, chi cura la knowledge base aziendale, chi prepara materiali per l’onboarding, chi aggiorna le pagine career, chi descrive benefit e percorsi di crescita, chi costruisce contenuti formativi, chi traduce la conoscenza tecnica in informazioni comprensibili per clienti, candidati, partner e dipendenti.

Un candidato che cerca informazioni su un’azienda può passare da Google, ma anche da ChatGPT o Perplexity: può chiedere quali aziende siano più interessanti in un certo settore, quali offrano percorsi di crescita credibili, quali siano percepite come innovative o attente alla formazione.

Un buyer B2B può interrogare un assistente AI per individuare fornitori affidabili, confrontare soluzioni, farsi spiegare punti di forza e debolezza di un brand; un dipendente può usare un sistema interno per capire policy, procedure, benefit, strumenti disponibili o passaggi di carriera; un cliente può ricevere una sintesi generata da una piattaforma invece di navigare dieci pagine del sito.

In tutti questi casi, l’azienda viene raccontata attraverso informazioni già disponibili: se quelle informazioni sono chiare, aggiornate, coerenti e verificabili, aumentano le probabilità che il racconto sia accurato. Se, invece, sono vaghe, frammentate, autoreferenziali o distribuite in documenti poco leggibili, il risultato può essere più debole: una risposta incompleta, un posizionamento confuso, una percezione costruita da fonti terze.

Qui la qualità dell’informazione aziendale diventa una competenza organizzativa: non riguarda soltanto il tono di voce o la scrittura dei contenuti. Riguarda la capacità dell’impresa di trasformare ciò che sa in conoscenza utilizzabile: dati, procedure, expertise, casi, valori, servizi, cultura interna, promesse al mercato e alle persone.

La mappa delle competenze digitali cambia

Per gli HR questo significa aggiornare la mappa delle competenze digitali. Parlare genericamente di “uso dell’intelligenza artificiale” serve a poco. Le aziende hanno bisogno di persone capaci di capire come l’AI recupera, interpreta e restituisce informazioni. Hanno bisogno di team che sappiano scrivere contenuti chiari, verificabili e autorevoli. Hanno bisogno di manager capaci di leggere il cambiamento senza ridurlo a un nuovo tool da adottare o a una moda da inseguire.

La GEO obbliga anche a rivedere alcune competenze considerate “soft” e spesso trattate come accessorie. Scrivere bene, distinguere una fonte primaria da una secondaria, argomentare con dati, costruire una definizione precisa, evitare formule generiche, aggiornare una knowledge base, documentare un processo: tutte queste attività diventano più rilevanti quando le informazioni aziendali possono essere lette e riorganizzate da sistemi AI.

La qualità del contenuto non è più soltanto un problema di comunicazione. ma diventa una condizione per essere trovati, compresi e rappresentati correttamente.

Questo vale anche per l’employer branding: le aziende investono molto nel raccontarsi come luoghi di crescita, innovazione e apprendimento continuo. Ma se le pagine career sono generiche, se gli annunci di lavoro sembrano intercambiabili, se i percorsi di sviluppo sono descritti con formule vaghe, i sistemi generativi avranno poco materiale solido da rielaborare. E i candidati, sempre più abituati a usare strumenti AI per orientarsi, potrebbero ricevere un’immagine dell’azienda povera, incompleta o costruita da fonti esterne.

Dai nuovi ruoli alla leadership

Il tema arriva quindi dentro la progettazione dei ruoli. Alcune figure dovranno sviluppare competenze specifiche sulla visibilità nei motori generativi. Altre dovranno semplicemente lavorare meglio sulle informazioni che producono ogni giorno.

Un content manager dovrà saper costruire contenuti leggibili anche da sistemi AI. Un HR communication specialist dovrà rendere più chiare policy, benefit e messaggi interni. Un sales enablement manager dovrà produrre materiali commerciali più strutturati, fondati su dati e aggiornabili. Un responsabile formazione dovrà aiutare i team a riconoscere fonti affidabili, usare l’AI con criterio e mantenere il controllo umano sulla qualità delle informazioni.

McKinsey, nel report “Superagency in the workplace”, scrive che quasi tutte le aziende stanno investendo in AI, ma solo l’1% ritiene di aver raggiunto la maturità. Il report aggiunge un punto particolarmente rilevante per gli HR: il principale ostacolo alla scalabilità non sono i dipendenti, descritti come pronti, ma i leader, che non stanno guidando il cambiamento con sufficiente velocità.

McKinsey report Superagency in the workplace

Tradotto nel tema GEO, il problema non è chiedere ai team di “usare l’AI”. Il nodo è costruire una cultura del lavoro in cui le persone capiscano come cambia la produzione di valore informativo. Significa formare i team a scrivere, verificare, aggiornare e strutturare conoscenza in modo più rigoroso. Significa aiutare i manager a capire che una pagina, una FAQ, una policy o una scheda prodotto non sono più soltanto materiali di supporto. Possono diventare la base con cui un sistema AI costruisce una risposta su chi è l’azienda, cosa offre, quanto è credibile e perché dovrebbe essere scelta.

Per questo la GEO riguarda gli HR. Perché dietro la visibilità nei motori generativi ci sono persone che producono contenuti, ruoli che cambiano, competenze da aggiornare e leadership chiamate a decidere quanto seriamente trattare la conoscenza aziendale.

Le nuove competenze digitali non sono solo tecniche

La tentazione, quando nasce una nuova sigla, è creare subito un corso tecnico. SEO, AEO, GEO, prompt engineering, AI search optimization. Ogni acronimo diventa un modulo, ogni tool diventa una skill.

Il rischio è formare persone capaci di usare strumenti che cambieranno nel giro di pochi mesi, senza rafforzare le competenze che resteranno utili.

Per la GEO, la skill di base è la capacità di trasformare conoscenza aziendale in contenuto affidabile. Sembra una competenza editoriale, ma dentro ci sono molte dimensioni.

C’è la data literacy, perché un contenuto citabile deve saper usare numeri, benchmark, ricerche e indicatori senza forzature. C’è la source literacy, cioè la capacità di riconoscere fonti solide, distinguere studi, comunicati, opinioni e dati di prima mano. C’è la capacità di scrivere in modo chiaro, perché i sistemi generativi lavorano meglio quando trovano informazioni organizzate, coerenti e prive di ambiguità inutili.

C’è anche la comprensione dei limiti dell’AI. Un motore generativo può citare fonti, ma può anche sbagliare, sintetizzare male, ignorare contenuti rilevanti o privilegiare fonti più leggibili rispetto a fonti più profonde. Un paper pubblicato su arXiv nel 2026, “Don’t Measure Once: Measuring Visibility in AI Search (GEO)”, sottolinea che la visibilità nei sistemi AI può variare tra run, prompt e momenti diversi. Per questo, una singola osservazione non basta per valutare la performance GEO di un brand o di una pagina.

Per un HR questa è un’indicazione importante. La formazione non può fermarsi all’operatività. Deve includere pensiero critico, metodo di verifica, capacità di interpretare risultati instabili.

AI literacy: da competenza utile a responsabilità organizzativa

In Europa il tema assume anche una dimensione regolatoria, infatti la Commissione europea ha pubblicato una pagina di Q&A sull’AI literacy in cui ricorda che l’articolo 4 dell’AI Act richiede a provider e deployer di sistemi AI di garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione AI del personale e delle altre persone che operano con questi sistemi per loro conto.

La Commissione precisa che l’obbligo tiene conto delle conoscenze tecniche, dell’esperienza, dell’istruzione e della formazione delle persone, oltre che del contesto in cui i sistemi AI vengono usati e dei soggetti su cui producono effetti.

Per gli HR italiani questo passaggio pesa: l’AI literacy non è una certificazione generica da aggiungere al catalogo formativo ma un terreno di responsabilità, soprattutto quando l’intelligenza artificiale entra nei processi di lavoro, nelle decisioni, nella comunicazione interna, nella produzione di contenuti e nella gestione della conoscenza.

Una persona che produce contenuti per l’azienda deve sapere che quei contenuti potrebbero essere letti da persone, crawler, modelli generativi, assistenti AI, motori di ricerca, strumenti interni e deve capire cosa significa rendere un’informazione chiara, tracciabile, aggiornata e coerente con le fonti.

Cosa devono imparare i team

Un percorso formativo sulla GEO, visto dagli HR, dovrebbe partire da un presupposto: non tutti devono diventare specialisti. Però molte funzioni devono sviluppare una nuova sensibilità.

Chi lavora nel marketing deve capire come cambia la visibilità organica quando una risposta AI sostituisce o anticipa il click. Chi si occupa di comunicazione deve imparare a costruire contenuti più citabili, meno autoreferenziali, più fondati su dati e fonti. Chi lavora nelle vendite deve sapere che un prospect può arrivare già influenzato da una sintesi generata da un assistente. Chi gestisce l’employer branding deve chiedersi quali informazioni sull’azienda siano davvero disponibili, leggibili, aggiornate e verificabili.

Anche il reparto HR produce contenuti che possono entrare in questa logica: pagine career, annunci di lavoro, descrizioni dei benefit, materiali per l’onboarding, policy interne, contenuti dedicati alla cultura aziendale. Se questi materiali sono vaghi, ripetitivi o scritti con formule indistinguibili da quelle di mille altre aziende, diventano deboli sia per le persone sia per le macchine.

La competenza chiave non è “scrivere per l’algoritmo”. È scrivere meglio per essere interpretati correttamente anche dagli algoritmi.

Google, nella guida dedicata alle esperienze AI in Search, rimanda alle buone pratiche già note per i contenuti utili, affidabili e pensati per le persone. È un’indicazione che aiuta a evitare una lettura opportunistica della GEO: il punto non è ingannare il sistema, ma produrre contenuti che abbiano sostanza, struttura e valore.

Le job description digitali vanno aggiornate

Molte job description digitali sono ferme a una stagione precedente. Parlano di SEO, analytics, social media, campagne paid, CMS, email marketing. Competenze ancora importanti, certo. Ma incomplete.

In alcuni ruoli servirà introdurre elementi nuovi: conoscenza dei motori generativi, comprensione delle AI search experience, capacità di progettare contenuti strutturati, dimestichezza con schema, FAQ, knowledge base, fonti citabili, prompt analysis, misurazione della presenza nelle risposte AI.

In altri ruoli il cambiamento sarà più trasversale: un content manager dovrà saper lavorare con l’AI senza delegarle il giudizio editoriale e un product marketing manager dovrà trasformare specifiche e vantaggi competitivi in informazioni comprensibili anche da sistemi generativi. Poi, un HR communication specialist dovrà costruire contenuti interni chiari abbastanza da alimentare assistenti aziendali senza produrre confusione.

McKinsey, in un articolo dedicato allo strategic workforce planning nell’era dell’AI, osserva che la generative AI ha aumentato l’incertezza su skill e capability richieste alle organizzazioni. La pianificazione strategica della forza lavoro diventa quindi più importante, perché aiuta a collegare scenari tecnologici, fabbisogni futuri e decisioni su talenti, formazione e ruoli.

McKinsey, in un articolo dedicato allo strategic workforce planning nell’era dell’AI

È una traccia utile per gli HR: la GEO non va trattata come un tema separato, da lasciare a chi gestisce il sito ma va letta come un indizio di trasformazione delle competenze digitali. Se la ricerca cambia, anche i ruoli che producono conoscenza devono cambiare.

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La formazione deve entrare nel flusso di lavoro

Deloitte, nel report “2026 Global Human Capital Trends”, sostiene che l’AI sta rimodellando il modo in cui le persone imparano, si adattano e applicano nuove competenze direttamente nel flusso di lavoro. Il report segnala anche che i modelli tradizionali di change management e training rischiano di essere troppo lenti rispetto alla velocità del cambiamento.

Un corso una tantum sulla GEO può essere utile per aprire gli occhi, ma non basta a cambiare le pratiche: le persone devono lavorare su casi reali come una pagina prodotto, una scheda corso, una pagina career, un articolo del blog aziendale, una FAQ, un documento commerciale.

Devono imparare a chiedersi se un contenuto risponde davvero a una domanda, se contiene informazioni verificabili e se cita fonti primarie. Se distingue dati, opinioni e promesse; se aiuta una persona a prendere una decisione; se può essere sintetizzato senza perdere il senso.

Qui gli HR possono fare una scelta precisa: costruire percorsi brevi, pratici, ricorrenti. Poi sessioni di lavoro su contenuti aziendali veri e laboratori con marketing, comunicazione, sales, customer care e IT. Infine, valutazioni basate su output concreti, non solo su partecipazione al corso.

Il nuovo skill set per l’era della GEO

La GEO rende più evidente una trasformazione già in corso. Le competenze digitali non coincidono più con la conoscenza di piattaforme e strumenti. Riguardano la capacità di produrre conoscenza affidabile dentro ecosistemi mediati dall’AI.

Per gli HR, lo skill set da osservare potrebbe includere almeno cinque dimensioni.

La prima è l’AI literacy: capire cosa fanno i sistemi generativi, come possono supportare il lavoro, dove possono sbagliare, quali rischi introducono.

La seconda è la content intelligence: saper trasformare informazioni aziendali in contenuti utili, ordinati, aggiornabili, adatti a pubblici diversi.

La terza è la capacità di verifica: controllare fonti, dati, citazioni, coerenza tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che può dimostrare.

La quarta è la misurazione della visibilità AI: osservare se e come il brand compare nelle risposte dei motori generativi, sapendo che i risultati possono variare nel tempo.

La quinta è il giudizio editoriale. Una competenza spesso sottovalutata, ma centrale. Perché la differenza tra un contenuto generico e un contenuto autorevole dipende ancora dalla capacità umana di scegliere cosa dire, cosa tagliare, cosa dimostrare e cosa verificare.

La visibilità diventa una questione di fiducia

Il passaggio dalla SEO alla GEO non cancella la SEO ma la rende invece parte di un quadro più ampio: i motori tradizionali restano rilevanti, Google continua a essere centrale, i siti web continuano a contare. Ma la visibilità non si gioca più soltanto sulla posizione in una pagina di risultati: si gioca sulla possibilità di essere riconosciuti come fonte affidabile da sistemi che sintetizzano informazioni per conto degli utenti.

Per un’azienda significa lavorare meglio sui contenuti. Per gli HR significa preparare le persone a un ambiente in cui la qualità informativa diventa una competenza diffusa.

Non basta avere un team digitale aggiornato sui tool: serve un’organizzazione capace di produrre conoscenza chiara, verificabile e coerente.

La GEO, letta da questa prospettiva, è meno una moda del marketing e più un segnale organizzativo: chi forma le persone, progetta ruoli e aggiorna competenze dovrebbe prenderla sul serio adesso, prima che diventi l’ennesima urgenza da rincorrere.

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FAQ sulla GEO e le competenze digitali per gli HR

Che cos’è la GEO?

La GEO, Generative Engine Optimization, è l’insieme di pratiche che aiutano un contenuto a essere compreso, selezionato e citato dai motori generativi basati su intelligenza artificiale. A differenza della SEO tradizionale, non guarda soltanto al posizionamento in una pagina di risultati, ma alla possibilità che un brand, un’informazione o una fonte entrino dentro una risposta generata da sistemi come ChatGPT, Google AI Overviews, Bing generative search o Perplexity.

Qual è la differenza tra SEO e GEO?

La SEO lavora sulla visibilità nei motori di ricerca tradizionali, quindi su pagine, ranking, keyword, link e intento di ricerca. La GEO si concentra sulla visibilità dentro le risposte generate dall’AI. Il punto non è solo essere trovati, ma essere interpretati correttamente, sintetizzati in modo accurato e riconosciuti come fonte affidabile.

Perché la GEO riguarda gli HR?

La GEO riguarda gli HR perché cambia le competenze richieste ai team. Marketing, comunicazione, sales, employer branding, customer care e formazione producono ogni giorno informazioni che possono essere lette, riusate o sintetizzate da sistemi AI. Gli HR devono capire quali ruoli vanno aggiornati, quali competenze servono e quali percorsi formativi possono aiutare l’organizzazione a produrre contenuti più chiari, verificabili e autorevoli.

Quali competenze servono per lavorare sulla GEO?

Servono competenze diverse: AI literacy, scrittura chiara, capacità di verificare le fonti, data literacy, conoscenza dei motori di ricerca, content strategy, comprensione dei limiti dell’intelligenza artificiale e capacità di strutturare informazioni in modo ordinato. La GEO richiede anche giudizio editoriale: saper scegliere cosa dire, come dimostrarlo e quali dati usare.

La GEO è una competenza solo per marketing e comunicazione?

No. Marketing e comunicazione sono le prime funzioni coinvolte, ma il tema si allarga rapidamente. Riguarda anche employer branding, recruiting, formazione, sales enablement, prodotto, customer care e comunicazione interna. Ogni area che produce conoscenza aziendale può influenzare il modo in cui l’azienda viene raccontata da un sistema generativo.

Come cambia l’employer branding con la GEO?

L’employer branding diventa più dipendente dalla qualità delle informazioni disponibili online. Un candidato può chiedere a un assistente AI quali aziende siano più interessanti in un settore, quali offrano percorsi di crescita o quali investano davvero nella formazione. Se le pagine career, gli annunci di lavoro e i contenuti corporate sono vaghi o generici, il racconto dell’azienda rischia di essere debole o affidato a fonti esterne.

Gli HR devono formare tutti sulla GEO?

Non tutti devono diventare specialisti GEO. È però utile che molte funzioni acquisiscano una consapevolezza di base su come i sistemi AI recuperano, sintetizzano e restituiscono informazioni. Alcuni ruoli avranno bisogno di competenze più avanzate, soprattutto nei team digitali, content, marketing, sales ed employer branding. Altri dovranno imparare a produrre informazioni più chiare, aggiornate e verificabili.

Da dove può partire un piano formativo sulla GEO?

Un piano formativo può partire da casi reali dell’azienda: pagine del sito, FAQ, schede prodotto, annunci di lavoro, materiali commerciali, contenuti per l’onboarding, policy interne. Il lavoro dovrebbe aiutare i team a capire se quelle informazioni sono comprensibili, aggiornate, citabili, coerenti con le fonti e utili per chi cerca una risposta. La formazione funziona meglio quando entra nei contenuti già prodotti dall’organizzazione.

Quali ruoli aziendali saranno più impattati?

I ruoli più esposti sono content manager, SEO specialist, digital marketing manager, communication manager, employer branding specialist, HR communication specialist, sales enablement manager, product marketing manager e learning manager. In prospettiva, anche chi gestisce knowledge base, documentazione interna e processi di onboarding dovrà confrontarsi con questo cambiamento.

La GEO sostituirà la SEO?

La GEO non sostituisce la SEO. La affianca e la amplia. I motori di ricerca tradizionali restano importanti, ma le persone stanno usando sempre più spesso sistemi generativi per ottenere risposte, confrontare opzioni e orientarsi. Per le aziende diventa quindi necessario lavorare sia sulla visibilità nei risultati classici sia sulla presenza nelle risposte prodotte dall’intelligenza artificiale.

Come possono gli HR misurare se l’azienda è pronta?

Un primo indicatore è la qualità delle informazioni aziendali disponibili: sono aggiornate, coerenti, verificabili, facili da comprendere? Un secondo indicatore riguarda le competenze dei team: le persone sanno usare l’AI in modo critico, controllare fonti, scrivere contenuti chiari, distinguere dati e opinioni? Un terzo riguarda la leadership: i manager capiscono che l’AI non è soltanto uno strumento operativo, ma cambia il modo in cui l’azienda viene trovata e raccontata?

Qual è il rischio per le aziende che ignorano la GEO?

Il rischio è diventare meno visibili negli ambienti in cui clienti, candidati, partner e dipendenti cercano informazioni. Ma c’è anche un rischio reputazionale: se l’azienda non produce contenuti solidi, aggiornati e verificabili, le risposte generate dall’AI potrebbero basarsi su fonti esterne, informazioni parziali o materiali poco rappresentativi. In quel caso il brand viene comunque raccontato, ma con minore controllo sulla qualità del racconto.


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 Fabio Casciabanca

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