l modo in cui una persona racconta una storia può rivelare molto più di quanto sembri. Uno studio dell’Università di Udine ha standardizzato, per la prima volta, un sistema multilivello di analisi del discorso narrativo su un campione di 717 adulti italiani tra i 20 e i 94 anni, fornendo dati normativi capaci di distinguere il declino cognitivo fisiologico dai segnali precoci di patologie neurologiche. La chiave di lettura più rilevante: con l’invecchiamento sano non è la grammatica a cedere per prima, ma la capacità di costruire discorsi coerenti e ben organizzati
Un anziano può costruire frasi grammaticalmente corrette, usare il vocabolario giusto, non inciampare nella sintassi, eppure perdere il filo del racconto, saltare da un argomento all’altro, non riuscire a dare coerenza a ciò che sta dicendo.
È questo il paradosso che uno studio dell’Università di Udine mette a fuoco con precisione inedita: nell’invecchiamento sano, i meccanismi integrativi del discorso di ordine superiore – coerenza, organizzazione narrativa, macrostruttura – si deteriorano prima e in misura maggiore rispetto ai processi linguistici di base, come la codifica lessicale e morfosintattica.
La ricerca, coordinata da Andrea Marini del Laboratorio di neuroscienze cognitive del Dipartimento di Lingue, letterature, comunicazione, formazione e società, è stata pubblicata sul Journal of Neurolinguistics ed è finanziata dal Prin 2022 Pnrr del Ministero dell’università e della ricerca.
Settecento voci, settant’anni di vita adulta
Lo studio ha analizzato campioni narrativi prodotti da 717 adulti sani di lingua italiana, distribuiti tra i 20 e i 94 anni e reclutati in aree del nord, centro e sud Italia.
A ciascun partecipante è stato chiesto di descrivere immagini singole e sequenze vignette – un compito semplice in apparenza, ma straordinariamente ricco di informazioni cognitive.
I campioni sono stati trascritti e analizzati con una pipeline semi-automatica attraverso il sistema Multilevel discourse Analysis (Mla), che valuta simultaneamente più livelli linguistici: produttività del discorso, difficoltà lessicali, costruzioni grammaticali, difficoltà macrolinguistiche e informatività lessicale.
I dati normativi finali sono stati corretti per età e livello d’istruzione, strutturati in fasce d’età ricavate direttamente dai dati, non imposte a priori. Il risultato è il quadro normativo più ampio mai costruito per la produzione del discorso narrativo nell’arco dell’intera vita adulta italiana.
Due velocità del declino: lessico versus coerenza
Il dato più rilevante sotto il profilo delle neuroscienze cognitive è la dissociazione tra livelli linguistici diversi nel corso dell’invecchiamento sano.
I processi di base – la capacità di costruire frasi morfosintatticamente corrette, di accedere al vocabolario, di produrre enunciati ben formati – mostrano una relativa stabilità nel tempo. Non è qui che l’età lascia il segno più profondo.
Il deterioramento si concentra invece sui meccanismi integrativi di ordine superiore: la capacità di mantenere la coerenza tematica attraverso il racconto, di organizzare le informazioni in una struttura narrativa riconoscibile, di connettere gli elementi del discorso in modo logicamente e semanticamente coeso.
Questi processi richiedono l’interazione coordinata tra più sistemi cognitivi – memoria di lavoro, attenzione, funzioni esecutive – e risultano più vulnerabili al naturale invecchiamento cerebrale. Questa distinzione non è solo teoricamente interessante, ma ha implicazioni dirette per la clinica.
Il linguaggio come biomarcatore accessibile
L’Italia conta oggi circa 1,2 milioni di persone affette da demenza, di cui il 50-60% con malattia di Alzheimer, secondo le stime dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità.
A questi si aggiungono circa 900.000 individui con disturbo neurocognitivo minore (Mild Cognitive Impairment), una condizione che può precedere la demenza conclamata. Il costo complessivo stimato per le demenze in Italia supera i 23 miliardi di euro annui, con il 63% a carico dei familiari (fonte Istituto Superiore di Sanità, 2024).
In questo contesto, la diagnosi precoce è la variabile critica: intervenire quando i cambiamenti cognitivi sono ancora lievi può rallentare la progressione e ridurre l’impatto assistenziale.
Il problema è che gli strumenti tradizionali – test neuropsicologici standardizzati, valutazioni cliniche – spesso intercettano il declino quando è già avanzato, o faticano a distinguere l’invecchiamento fisiologico dalla patologia emergente.
Il sistema Mla, nella sua versione ora standardizzata, offre uno strumento diverso: non invasivo, somministrabile in ambulatorio, sensibile alle sfumature. Analizzare come una persona produce un discorso narrativo richiede solo un’immagine da descrivere e un microfono.
I dati normativi costruiti su 717 adulti sani permettono ora di confrontare la produzione di un paziente con quella attesa per la sua fascia d’età e il suo livello d’istruzione, individuando scarti statisticamente significativi.
La pressione demografica rende urgente il problema
Il contesto in cui questo strumento arriva non potrebbe essere più pressante. Secondo le proiezioni Istat, la quota di over 65 in Italia era già al 24,7% della popolazione totale alla rilevazione del 31 dicembre 2024 – uno su quattro dei residenti.
Entro il 2050 quella percentuale salirà al 34,6%, con l’età media della popolazione che ha già raggiunto i 46,6 anni. L’indice di vecchiaia – il rapporto tra over 65 e under 14 – è passato dal 149% del 2011 al 208% del 2024.
Ogni incremento di questa curva demografica si traduce in una pressione crescente sui sistemi di diagnosi, cura e assistenza delle patologie neurodegenerative.
Identificare precocemente chi sta scivolando dal normale invecchiamento verso una traiettoria patologica è, al tempo stesso, una questione clinica e una questione di sostenibilità del sistema sanitario.
Dati normativi pronti, integrazione nel Ssn ancora da costruire
Lo studio dell’Università di Udine consegna alla comunità clinica uno strumento standardizzato, validato su un campione ampio e geograficamente distribuito, corretto per le principali variabili di confondimento.
I dati normativi ci sono. La pipeline di analisi semi-automatica è operativa. Ciò che manca – e che lo studio non risolve, né pretende di risolvere – è il percorso che porta questo strumento all’interno dei protocolli diagnostici ordinari del Servizio Sanitario Nazionale.
I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (Cdcd), la rete territoriale su cui si regge la presa in carico precoce, presentano ancora forti disomogeneità regionali nella disponibilità di test diagnostici avanzati, con condizioni significativamente migliori al Nord rispetto al Centro-Sud (Iss, 2024).
Crediti immagine: Depositphotos
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Redazione Green Planner
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