Nel sud-est dello Stato messicano di Campeche, dove la giungla si riprende tutto con una pazienza quasi offensiva, una pietra consumata ha restituito una data. Piccola cosa, sulla carta. Una sequenza di segni appena leggibili, corrosi dal tempo, dalla pioggia, dalla fragilità del calcare. Eppure quei segni portano il calendario Maya più indietro di oltre un secolo rispetto al riferimento più antico finora riconosciuto nelle Lowlands, le terre basse maya che attraversano parte del Messico meridionale, del Guatemala e del Belize.
La pietra è la Stele 46 di El Palmar, un antico centro maya nel Campeche. Secondo la nuova lettura, conserva una data del Lungo Computo pari a 8.7.1.0.0, corrispondente al 31 agosto 180 d.C. nel calendario gregoriano. Il dato va maneggiato con la cautela dovuta a un’iscrizione molto erosa, però il lavoro la indica come la più antica data del Lungo Computo oggi nota nelle terre basse maya, 112 anni prima della Stele 29 di Tikal, datata al 292 d.C.
La pietra parlava piano
La Stele 46 appartiene a quella categoria di monumenti che oggi osserviamo come reperti archeologici e che allora funzionavano anche come oggetti pubblici, quasi manifesti di pietra. Le stele maya erano lastre verticali, visibili negli spazi cerimoniali, scolpite per raccontare genealogie, riti, passaggi dinastici, date, nomi, vittorie, investiture. In sostanza: dichiarazioni di autorità lasciate dove la comunità poteva vederle.
Il problema, qui, era riuscire ancora a leggerla. Il calcare del sud di Campeche tende a rovinarsi con facilità e la superficie della stele è arrivata fino a noi con i rilievi consumati, segni incompleti, figure appena percepibili. Per questo lo studio ha combinato epigrafia, iconografia, fotogrammetria e scansione 3D ad alta risoluzione sulle stele 20, 45 e 46 di El Palmar. La fotogrammetria consente di ricostruire un modello digitale a partire da molte immagini; la scansione tridimensionale permette invece di catturare minime variazioni della superficie, anche nell’ordine dei decimi di millimetro.
Poi arriva la parte quasi più materiale della faccenda: illuminare digitalmente la pietra da angolazioni diverse, far emergere un bordo, un’incisione, un tratto che a occhio nudo sembra perduto. Come passare una lampada radente su un vecchio muro e scoprire che sotto l’intonaco c’era ancora una scritta. Solo che qui la scritta può spostare una soglia della storia maya.
La lettura precedente ipotizzava una data diversa, 8.7.0.0.0, cioè il 179 d.C., ma quel conteggio creava problemi di corrispondenza con il giorno rituale 4 Ajaw. I nuovi modelli 3D hanno reso più leggibili i coefficienti danneggiati e hanno portato gli studiosi a considerare più probabile la sequenza 8.7.1.0.0, 4 Ajaw 8 Sotz, cioè il 31 agosto 180 d.C. Rimane indicata anche una possibilità alternativa, ma meno plausibile, proprio per lo stato incompleto dell’iscrizione.
Il tempo come trono
Il Lungo Computo era un sistema di datazione lineare, continuo, usato dai Maya per collocare gli eventi in una sequenza storica ordinata. Per capirci: serviva a dire quando era accaduto qualcosa dentro una cronologia più ampia, andando oltre il semplice ciclo annuale. Accanto a questo sistema agiva anche il calendario divinatorio di 260 giorni, il tzolk’in, legato ai riti, alle qualità dei giorni, alla lettura sacra del tempo.
La forza della Stele 46 sta proprio nell’incastro tra data e potere. L’iscrizione, per quanto danneggiata, sembra collegare il calendario a eventi regali. Tra questi compare una possibile ascesa al trono: il sovrano Ajaw K’al Ubaah avrebbe ricevuto l’autorità nel 131 d.C. e, quarantanove anni più tardi, nel 180 d.C., avrebbe commissionato l’erezione della stele durante un rito pubblico. Nelle immagini e nei segni compare anche il riferimento al Dio Giaguaro dell’Inframondo, una figura divina connessa alla regalità e alla dimensione notturna e sotterranea del sacro maya.
Qui il calendario Maya diventa uno strumento politico. Una data incisa nella pietra diceva al pubblico che quel sovrano si muoveva dentro un ordine più grande di lui. La sua autorità veniva agganciata al cielo, ai cicli rituali, alla memoria dinastica, agli dei. Il potere, messo così, appariva meno come un fatto umano e più come una cosa già scritta nella struttura del tempo.
El Palmar, secondo questa ricostruzione, avrebbe avuto una regalità già definita nel II secolo d.C., in una fase di trasformazione importante per le terre basse maya centrali. Lo studio collega la Stele 46 a un momento in cui diversi regni stavano emergendo o riorganizzandosi, mentre alcuni grandi centri preclassici entravano in crisi. In quel paesaggio instabile, incidere una data, un nome e un rito sopra un blocco di pietra equivaleva a piantare una bandiera. Solo più pesante.
©Ancient Mesoamerica
Una stele da quattro tonnellate
La Stele 46 ha anche una storia recente abbastanza concreta da togliere un po’ di polvere all’immaginazione. Dopo anni di conservazione e studio, il monumento è stato esposto per la prima volta in modo permanente nel Museo de Arquitectura Maya, nel Baluarte de la Soledad, a Campeche. La pietra misura 2,96 metri di altezza, che diventano 3,64 metri includendo la parte inferiore di infissione, è larga circa 70 centimetri, ha uno spessore vicino ai 50 centimetri e pesa intorno alle quattro tonnellate.
Spostarla, restaurarla, montarla, stabilizzarla ha richiesto un lavoro di conservazione complesso: pulitura, consolidamento, integrazioni controllate, monitoraggio di temperatura e umidità. Anche questo dettaglio dice qualcosa. Una data del 180 d.C. arriva fino a noi attraverso mani antiche che l’hanno incisa, piogge che l’hanno quasi cancellata, archeologi che l’hanno riletta, restauratori che hanno impedito alla pietra di perdere ancora materia.
La Stele 46 conserva una combinazione rara: una data molto antica e un evento regale associato. Altri monumenti possono avere iscrizioni antiche, altri possono parlare di sovrani, ma qui le due cose sembrano tenersi insieme in una fase molto precoce della regalità maya delle terre basse. Il tempo, insomma, veniva già usato come linguaggio del comando.
La scoperta riduce anche una distanza mentale. Spesso immaginiamo il calendario maya come un sistema astratto, astronomico, quasi separato dalla vita quotidiana. Invece su quella stele il conto dei giorni incontra una scena di potere molto concreta: un sovrano, una cerimonia, una piazza, una comunità che guarda, una divinità evocata, una pietra alzata per durare.
E in effetti è durata. Consumata, spezzata nella voce, difficile da interrogare, ma ancora capace di dire che il tempo, per i Maya, era anche una forma di governo. Una volta inciso nella pietra, smetteva di passare soltanto. Restava lì, a comandare.
Fonte: Ancient Mesoamerica
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Ilaria Rosella Pagliaro
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