Su una carta di Leonardo Da Vinci potevano stare insieme un cavallo, un ingranaggio, una nota sull’acqua, una macchina per scavare canali e un profilo umano appena accennato. Il problema è sempre stato questo: Leonardo pensava per connessioni, mentre per secoli una parte enorme dei suoi fogli è stata letta attraverso separazioni comode, ordinate, molto poco leonardesche. Arte da una parte, scienza dall’altra. Disegni figurativi in un luogo, appunti tecnici in un altro. Come se la stessa mano, nello stesso pomeriggio, potesse davvero cambiare cervello a seconda del soggetto.
La nuova Leonardotheka 2.0, accessibile online dall’8 giugno 2026, prova a ricucire almeno digitalmente quella frattura. La piattaforma mette in relazione i fogli del Codice Atlantico, conservati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, con quelli della Royal Collection di Windsor, rendendo consultabile un insieme enorme di pagine, immagini, trascrizioni e schede di studio. I numeri aiutano a capire la scala: oltre mille fogli del Codice Atlantico, circa cinquecentocinquanta conservati a Windsor, per un totale di migliaia di pagine manoscritte che ora possono essere attraversate con ricerche incrociate.
Il taglio antico
La separazione nasce alla fine del Cinquecento, quando Pompeo Leoni, scultore e collezionista, intervenne sui materiali ereditati dopo la morte di Leonardo. Tagliò, smontò, ricompose. Mise gli studi più tecnici e scientifici in un grande album, poi diventato il Codice Atlantico, e raccolse altrove molti disegni figurativi, anatomici, naturalistici e paesaggistici. Vista da lontano, l’operazione aveva una sua logica da archivio. Vista da vicino, ha finito per forzare Leonardo dentro categorie che gli stavano strette.
Dopo la morte del maestro, nel 1519, i manoscritti erano passati al suo allievo Francesco Melzi. Da lì iniziarono spostamenti, passaggi di mano, dispersioni. Il Codice Atlantico arrivò poi al conte Galeazzo Arconati, che nel 1637 lo donò alla Biblioteca Ambrosiana. L’altro nucleo, con molti fogli figurativi, raggiunse l’Inghilterra nel Seicento ed entrò nella Royal Collection attorno al 1670. Da allora Milano e Windsor hanno custodito due parti diverse dello stesso laboratorio.
Questa divisione ha pesato anche sul modo in cui Leonardo è stato raccontato. Il pittore dei volti e dei corpi. L’ingegnere delle macchine. Lo studioso dell’anatomia. L’osservatore dell’acqua, del volo, degli animali, della luce. Tutto vero, certo. Preso a pezzi, però, diventa più facile da vendere e più difficile da capire. Nei suoi fogli il disegno è spesso già pensiero tecnico, l’appunto scientifico passa attraverso l’occhio dell’artista, l’immagine serve a ragionare prima ancora che a mostrare.
Una ricucitura parziale
Leonardotheka non riporta fisicamente insieme quei materiali. I fogli restano a Milano e a Windsor, protetti da istituzioni diverse e da esigenze conservative precise. La ricomposizione avviene sullo schermo, quindi con tutti i limiti del digitale: non restituisce la carta, lo spessore, l’odore, la scala reale del foglio visto dal vivo. Restituisce però una cosa che per gli studiosi conta moltissimo: la possibilità di confrontare materiali separati, seguire tracce, verificare corrispondenze, rimettere in relazione pagine che un tempo appartenevano allo stesso insieme.
Dentro la piattaforma si possono cercare soggetti, tecniche, supporti, trascrizioni, riferimenti bibliografici, collegamenti tra fogli. La parte più concreta riguarda le ricostruzioni digitali di pagine originarie smembrate nei secoli. Gli studiosi hanno individuato almeno cinquanta ricomposizioni confermate, accostando frammenti conservati a Windsor con fogli del Codice Atlantico. Per farlo hanno seguito indizi materiali: misure della carta, filigrane, preparazione dei fogli, strumenti di scrittura, segni grafici, compatibilità fisiche.
Tra gli esempi più interessanti c’è il ricongiungimento di un disegno di cavallo con una riflessione scritta sul Regisole, il monumento equestre antico che si trovava a Pavia. Secondo gli studiosi, quel collegamento potrebbe aiutare a leggere il lavoro di Leonardo attorno al grande monumento a Francesco Sforza, l’enorme cavallo mai completato che resta una delle sue imprese più famose proprio perché rimasta sospesa. Qui il digitale serve meno a stupire e più a fare una cosa quasi umile: mettere due pezzi vicini e vedere cosa succede.
Leonardo senza vetrina
La tentazione, davanti a un archivio così, è trasformare tutto in evento. Leonardo funziona sempre: basta il nome, e ogni progetto rischia di diventare celebrazione automatica. Stavolta la parte più utile sta altrove, nella possibilità di vedere il suo lavoro con meno separazioni. I fogli mostrano una mente che procede per tentativi, accumuli, ritorni. Una macchina accanto a un animale. Un corpo umano accanto a un problema meccanico. Un disegno bellissimo accanto a una nota pratica. Niente museo immobile del genio. Piuttosto un tavolo di lavoro, ancora ingombro.
Questo conta anche per chi non studia Leonardo di mestiere. Il mito del genio assoluto spesso lo allontana, lo rende una statua. I manoscritti fanno l’opposto: mostrano fatica, prove, appunti, ripensamenti, curiosità quasi nervosa. Nei fogli di Leonardo non c’è solo l’opera riuscita, c’è il processo. E il processo, a volte, è più interessante della posa finale.
La piattaforma rende visibile anche una questione più ampia: chi gestisce il patrimonio culturale quando diventa digitale. Musei, biblioteche e istituzioni pubbliche stanno entrando in una fase delicata, soprattutto con l’avanzare dell’intelligenza artificiale e delle grandi piattaforme commerciali. Digitalizzare un archivio significa decidere come sarà cercato, letto, collegato, interpretato. Non è un passaggio neutro. Nel caso di Leonardotheka, almeno, la responsabilità resta nelle mani di istituzioni scientifiche e culturali, con un impianto costruito attorno allo studio e non soltanto alla visibilità.
La riunione, quindi, resta incompleta. Nessuna piattaforma cancella quattro secoli di tagli, spostamenti e dispersioni. Però permette a quei fogli di tornare a stare nello stesso campo visivo. Un cavallo ritrova una frase. Un meccanismo torna vicino a un’intuizione. Un frammento smette per un attimo di sembrare solo frammento. Leonardo, finalmente, torna un po’ meno ordinato. Molto meglio così.
Fonte: Museo Galileo
Ti potrebbe interessare anche:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ilaria Rosella Pagliaro
Source link



