Gli scienziati hanno osservato cosa succede al Sole poche ore prima di una delle eruzioni più potenti mai registrate



Tre ore prima del lampo, il Sole aveva già cominciato a muoversi in modo diverso. Niente di visibile a occhio nudo, ovviamente. Da qui, sulla Terra, il Sole resta quel disco troppo luminoso che attraversa la giornata e ci fa strizzare gli occhi. Negli strumenti che lo osservano dallo spazio, però, la sua atmosfera raccontava un’altra cosa: plasma più brillante, movimenti più agitati, turbolenze in crescita, oscillazioni regolari in una zona magnetica particolarmente instabile.

Il 3 ottobre 2024 la regione attiva NOAA 13842 produsse un brillamento solare X9.0, uno degli eventi più potenti registrati in quel ciclo solare. Nelle immagini del Solar Dynamics Observatory della NASA il flare appare come un bagliore bianco violentissimo sulla superficie solare, un punto acceso dentro una massa di plasma che sembra ribollire. La classificazione X indica la categoria più intensa dei brillamenti. Il numero 9, in questo caso, dice quasi tutto: eventi di questa potenza sono rari e proprio per questo preziosi da studiare.

Un brillamento solare è una liberazione improvvisa di energia magnetica. Succede quando i campi magnetici del Sole si deformano, si intrecciano, accumulano tensione e poi rilasciano energia in modo brusco. Il risultato è una scarica di radiazione che attraversa lo spazio alla velocità della luce. Per noi a terra, protetti dall’atmosfera e dal campo magnetico terrestre, il rischio fisico diretto resta fuori scena. Per le tecnologie, il discorso cambia: comunicazioni radio, satelliti, sistemi di navigazione e infrastrutture spaziali possono risentire degli eventi più intensi, soprattutto quando al flare si associano altre eruzioni solari.

Le ore prima del lampo

La parte interessante dello studio riguarda ciò che è accaduto prima. Di solito i grandi brillamenti vengono studiati soprattutto dopo l’eruzione, quando il fenomeno è già partito e gli strumenti possono seguirne l’evoluzione. Qui la situazione era diversa. La regione attiva NOAA 13842 aveva già dato segnali di forte vivacità nei giorni precedenti, compreso un flare X7.1 il 1° ottobre 2024 e un evento di classe M poche ore prima dell’X9. Per questo diversi osservatori solari stavano già puntando gli occhi su quella zona.

Tra questi c’era IRIS, Interface Region Imaging Spectrograph, un osservatorio spaziale della NASA pensato per studiare con grande dettaglio una porzione sottile e irrequieta dell’atmosfera solare, tra la cromosfera e la regione di transizione. È una specie di frontiera fisica, il punto in cui energia e plasma si muovono verso gli strati più esterni del Sole. IRIS osserva nell’ultravioletto e permette di leggere non solo quanto una zona è luminosa, ma anche come si muove il materiale solare.

Nel nuovo studio pubblicato su Solar Physics, i ricercatori hanno analizzato quasi cinque ore di dati precedenti al flare. Si sono concentrati su tre segnali: la luminosità del plasma, il suo movimento lungo la linea di osservazione e la cosiddetta velocità non termica, cioè un indicatore della turbolenza e dei piccoli movimenti disordinati del plasma. Tradotto senza farla diventare una lezione di astrofisica: hanno guardato se la materia solare stava diventando più brillante, più agitata e più instabile.

La risposta è sì. Tutti e tre i parametri hanno cominciato ad aumentare circa tre ore prima dell’esplosione. Il dato suggerisce una lenta destabilizzazione del campo magnetico nella regione attiva. Una preparazione graduale, quasi una tensione che si accumula sotto la superficie apparente del fenomeno. Poi, circa 15 minuti prima dell’inizio del brillamento, l’atmosfera solare ha cambiato passo: la turbolenza è cresciuta in modo più netto e il plasma ha mostrato movimenti verso l’esterno, compatibili con una fase più violenta di rilascio dell’energia.

Il ritmo nascosto nel plasma

Il dettaglio più curioso riguarda le oscillazioni. I ricercatori hanno visto che luminosità, movimento e turbolenza salivano e scendevano seguendo cicli abbastanza regolari. Uno si ripeteva ogni 7-10 minuti, l’altro ogni 18-21 minuti. Queste oscillazioni si concentravano vicino alla linea di inversione di polarità, cioè la zona in cui campi magnetici orientati in direzioni opposte si incontrano.

È un confine delicato. Un po’ come una cucitura tirata troppo: resta ferma finché regge, poi basta una tensione in più e il tessuto cede. Nel Sole, quel cedimento passa attraverso la riconnessione magnetica, un processo in cui le linee del campo magnetico si rompono e si riagganciano in una nuova configurazione, liberando energia.

Gli autori dello studio mantengono cautela sulle cause precise di quelle oscillazioni. Potrebbero essere onde che attraversano l’atmosfera solare, oppure piccoli episodi di riconnessione magnetica che precedono l’eruzione principale. In entrambi i casi, il dato è prezioso perché racconta un Sole già in movimento prima del grande lampo. Il brillamento solare X9, quindi, appare meno come un gesto improvviso e più come l’esito di una fase preparatoria misurabile.

Previsione ancora lontana

Da qui a prevedere i brillamenti solari con ore di anticipo, però, la strada resta lunga. Lo studio riguarda un singolo evento, per quanto importante e molto ben osservato. Serve capire se gli stessi segnali compaiono anche prima di altri brillamenti potenti, con la stessa sequenza, la stessa intensità e la stessa posizione rispetto ai campi magnetici.

Il punto più utile sta proprio nella combinazione dei segnali. Nessun parametro, preso da solo, sembra bastare come allarme sicuro. La possibile firma pre-eruttiva nasce dall’insieme: aumento della luminosità, crescita della turbolenza, movimenti coordinati del plasma, oscillazioni regolari vicino alla linea in cui i campi magnetici si scontrano. Un pacchetto di indizi, più che una sirena già pronta.

Per il meteo spaziale sarebbe comunque un passo enorme. Oggi il Sole viene monitorato continuamente, e gli enti che si occupano di space weather stimano la probabilità di flare di classe C, M e X. Avere segnali più robusti nelle ore precedenti agli eventi maggiori aiuterebbe a proteggere satelliti, comunicazioni, attività spaziali e sistemi tecnologici sensibili. Anche pochi minuti in più, in certi casi, possono fare differenza. Tre ore sarebbero un margine molto più comodo.

Fonte: Solar Physics

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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