Dalla bioedilizia ai crediti di carbonio, il bambù cerca una nuova maturità industriale. Dopo gli entusiasmi iniziali e le delusioni di molti investitori, il settore sembra aver trovato una strada più concreta, legata alla trasformazione della biomassa e alla decarbonizzazione dell’economia
Per anni il bambù è stato presentato come una delle colture del futuro. Crescita rapida, capacità di assorbire grandi quantità di anidride carbonica, utilizzi potenzialmente infiniti: dalla carta ai tessuti, dai mobili ai materiali per l’edilizia.
In Italia, soprattutto tra il 2015 e il 2020, centinaia di investitori hanno puntato sulla creazione di bambuseti, spesso attratti da prospettive di redditività molto elevate.
Tuttavia, con il passare del tempo, molti proprietari si sono trovati a porsi una domanda semplice ma cruciale: cosa fare concretamente del bambù prodotto?
Secondo gli operatori che oggi guidano il settore, l’errore è stato considerare il bambù esclusivamente una coltura agricola. In realtà, il suo valore emerge soltanto quando entra all’interno di una filiera industriale capace di trasformare la biomassa e generare prodotti ad alto valore aggiunto.
La nuova strada industriale del bambù italiano
È proprio questo cambio di prospettiva che sta ridefinendo il mercato. Oggi investire in un bambuseto non significa semplicemente piantare una coltura innovativa, ma partecipare a un sistema che collega agricoltura, manifattura e sostenibilità ambientale.
La fibra di bambù viene infatti utilizzata per realizzare biocompositi destinati all’industria delle plastiche, materiali alternativi alla pelle e componenti per la bioedilizia.
In quest’ultimo settore sono già operative collaborazioni industriali che hanno portato alla produzione di pannelli termoisolanti e fonoassorbenti costituiti in larga parte da fibra di bambù.
L’edilizia sostenibile rappresenta probabilmente uno degli ambiti più promettenti. In un contesto europeo che punta alla decarbonizzazione degli edifici e alla riduzione dell’impronta ambientale dei materiali da costruzione, il bambù può diventare una valida alternativa a componenti tradizionali ad alto impatto.
Le prospettive future riguardano anche lo sviluppo di travi lamellari, pannellature avanzate e altri elementi strutturali che potrebbero trovare spazio nei cantieri della transizione ecologica.
Accanto alla valorizzazione industriale della biomassa, emerge poi un secondo filone destinato a crescere nei prossimi anni: quello dei crediti di carbonio.
Il bambù possiede infatti una notevole capacità di assorbimento della CO2 grazie alla sua crescita molto rapida. Se questa capacità viene monitorata, misurata e certificata secondo protocolli riconosciuti, può trasformarsi in crediti di carbonio utilizzabili dalle imprese impegnate nei percorsi di decarbonizzazione.
Il tema della misurazione è centrale. Oggi il mercato richiede dati sempre più rigorosi e verificabili. Per questo alcune realtà italiane stanno investendo in sistemi di monitoraggio basati su sensori IoT, raccolta continua dei dati e piattaforme digitali dedicate al Measurement, Reporting & Verification (Mrv).
L’obiettivo è garantire che i crediti generati siano realmente tracciabili e supportati da evidenze scientifiche, aumentando così la credibilità dell’intero settore.
I vantaggi ambientali del bambù
Dal punto di vista ambientale, i vantaggi del bambù non si limitano all’assorbimento del carbonio. Le coltivazioni contribuiscono infatti ad aumentare la sostanza organica del suolo, migliorandone la fertilità e la capacità di trattenere acqua.
Inoltre, il recupero di terreni agricoli abbandonati può rappresentare un’opportunità di rigenerazione territoriale, soprattutto in aree marginali o poco produttive.
Ciò che emerge chiaramente dall’evoluzione del mercato è che non basta più piantare bambù sperando che qualcuno lo acquisti.
Gli investimenti più interessanti sembrano essere quelli inseriti in filiere già strutturate, dove esistono sbocchi industriali definiti, accordi commerciali e progetti collegati ai mercati del carbonio. In altre parole, il valore non risiede nella pianta in sé, ma nella capacità di trasformarla in materiali sostenibili e servizi ambientali.
Per questo motivo, alla domanda se convenga ancora investire in un bambuseto in Italia, la risposta è oggi diversa rispetto a qualche anno fa. Non si tratta più di una scommessa agricola, ma di una scelta che può avere senso se inserita all’interno di un modello industriale orientato all’economia circolare, alla bioedilizia e alla decarbonizzazione.
Un settore che sta uscendo dalla fase pionieristica per cercare una propria maturità economica, puntando non solo sulla crescita delle piante, ma sulla crescita di una vera filiera nazionale dei materiali bio-based e del carbon management.
Investire nei bambuseti: conviene ancora e perché?
Per entrare nel merito abbiamo dato la parola a Mauro Lajo, amministratore delegato di Forever Bambù. Ecco le risposte alle nostre domande impellenti.
Dopo una fase di boom dei bambuseti in Italia, c’è chi dice “e adesso cosa me ne faccio?”: voi come consigliate di procedere?
È una domanda giusta e nasce da un errore di fondo: per anni il bambù è stato venduto come coltura agricola, quando in realtà è una coltura industriale. Molti hanno piantato senza filiera, senza contratti, senza sbocchi. Noi abbiamo fatto l’opposto.
Siamo stati tra i primi in Italia a dire che il problema non era piantare, ma costruire mercato. Per questo abbiamo costruito nel tempo il più grande asset di bambù in Europa, una rete di trasformazione della biomassa e relazioni industriali concrete.
Oggi la risposta è molto semplice: il bambù da solo non funziona. Funziona solo dentro una filiera. E quella filiera, oggi, esiste. Ed è esattamente quella che abbiamo costruito e continuiamo ad ampliare.
Che sviluppi futuri prevedete sulla filiera?
La filiera sta entrando nella sua fase più concreta e industriale. Noi abbiamo investito esattamente in questa direzione, lavorando su due assi principali. Quello dei materiali bio-based in primis.
Il bambù è una materia prima straordinaria per sostituire materiali ad alto impatto come plastica, acciaio e cemento in alcune applicazioni. Ma qui è importante chiarire una cosa: per noi non è più una prospettiva, è già una realtà industriale.
Abbiamo già sviluppato e avviato produzioni in diversi ambiti: biocompositi nel settore plastico, dove la fibra di bambù viene utilizzata come alternativa alle componenti fossili; eco-pelle, con applicazioni nel mondo dei materiali alternativi; bioedilizia, che oggi rappresenta uno degli sviluppi più concreti.
In particolare, abbiamo attivato una collaborazione industriale con Fiboo (gruppo Franzese), che produce in Italia pannelli per edilizia termoisolanti, fonoassorbenti e composti fino al 95% da fibra di bambù.
Questa è la dimostrazione che la filiera non è teorica, ma già attiva e scalabile. Allo stesso tempo stiamo cercando partner industriali per sviluppare ulteriori applicazioni ad alto valore, come l’utilizzo del bambù come legname strutturale, la produzione di travi lamellari e lo sviluppo di pannellature avanzate per edilizia.
La materia prima esiste. Le prime filiere sono già operative. Ora il passo è industrializzare su larga scala.
Come la coltivazione del bambù può incidere sulla decarbonizzazione?
Incide in modo concreto, ma solo se gestita in modo corretto e certificato. Noi lo abbiamo dimostrato sul campo.
Il contributo è su tre livelli: assorbimento rapido di CO₂ grazie alla crescita veloce del bambù; miglioramento del suolo con aumento della sostanza organica; misurazione e certificazione, che trasformano questo assorbimento in valore economico e ambientale.
Il punto chiave è questo: senza misurazione e senza filiera, l’impatto resta teorico. Con un modello strutturato, diventa reale e certificabile.
In sintesi: conviene ancora piantare bambù in Italia?
Sì, ma non come è stato fatto in passato. Conviene se si entra in una filiera strutturata, si ha un collegamento con industria e mercato e si lavora anche sul valore del carbonio.
Noi abbiamo costruito esattamente questo modello. Per questo oggi non parliamo più semplicemente di “piantare bambù”, ma di entrare in un sistema industriale che lega agricoltura, materiali e decarbonizzazione.
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M.Cristina Ceresa
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