L’asfalto lo notiamo quando si spacca, quando una buca ci fa sobbalzare in motorino o quando il caldo lo trasforma in una lastra scura che restituisce aria bollente dal basso. Per il resto resta lì, muto, consumato da gomme, pioggia, cantieri, frenate, mezzi pesanti e rattoppi messi dove capita. Barcellona ha deciso di guardarlo da un’altra prospettiva, molto meno scenografica e molto più concreta: anche una strada ha una sua impronta climatica, prima ancora che qualcuno la attraversi.
Dentro questa storia entrano i noccioli di oliva, che in Catalogna diventano materiale tecnico dopo essere stati trasformati in biochar, o biocarbón: un carbone vegetale stabile, ricco di carbonio, ottenuto dalla conversione termochimica della biomassa. Nel progetto selezionato da BIT Habitat, il biochar deriva da pinyols d’oliva, cioè noccioli di oliva, e da residui di pino. L’idea è sostituire il filler calcareo, una polvere minerale usata nelle miscele bituminose, con un materiale capace di trattenere carbonio e ridurre la CO₂ associata alla produzione degli strati asfaltici.
La strada comincia dagli scarti
Il progetto si chiama Biochar ed è una delle due soluzioni vincitrici del programma “La sezione di strada del XXI secolo”, nato per ripensare carreggiate e marciapiedi con materiali più circolari e meno pesanti dal punto di vista climatico. A promuoverlo sono il Comune di Barcellona, la fondazione BIT Habitat, BIMSA, cioè la società municipale che segue le infrastrutture urbane, e la Diputació de Barcelona. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’impatto ambientale delle opere di riurbanizzazione, mantenendo però durata, funzionalità e qualità dello spazio pubblico.
Qui uno scarto agricolo cambia mestiere. Il nocciolo di oliva, invece di restare un sottoprodotto della filiera o finire in impieghi meno raffinati, viene trasformato in un materiale stabile da inserire nell’asfalto. In questa applicazione il biochar sostituisce totalmente il filler nelle miscele bituminose previste per lo strato più superficiale della carreggiata. La stima parla di una riduzione delle emissioni di CO₂ fino al 75-76% nella parte del processo considerata, cioè nelle miscele o negli strati asfaltici coinvolti dal progetto. Dettaglio importante: il taglio riguarda quel materiale e quella lavorazione, non l’intera impronta climatica di Barcellona per merito di qualche oliva finita sotto le ruote.
Il meccanismo ha una sua logica concreta. Gli alberi assorbono carbonio mentre crescono, la biomassa residua viene convertita in biochar, il biochar entra nel pavimento urbano. La strada diventa così anche un piccolo deposito di carbonio, meno poetico di un bosco e molto più vicino alla vita quotidiana: cordoli, tombini, cantieri, autobus, scooter, gomme calde, polvere e traffico.
Il numero forte è 76%, però conta la prova su strada
La promessa del 76% di CO₂ risparmiata fa subito rumore, perché è un numero semplice e molto spendibile. Poi arriva la parte meno appariscente e più seria: i test. Secondo la documentazione del progetto, le miscele con biochar hanno mostrato in laboratorio prestazioni equivalenti o superiori rispetto a quelle convenzionali, con buona resistenza all’acqua, maggiore tenacità, alta resistenza alla fessurazione e comportamento duttile a temperature diverse. In una città mediterranea, dove il caldo urbano ha ormai smesso di sembrare una parentesi estiva gentile, questo aspetto pesa quasi quanto il dato sulle emissioni.
Il progetto, presentato da AMSA ed ELSAN con la collaborazione della Universitat Politècnica de Catalunya, si trova ancora in fase sperimentale. Le due soluzioni selezionate ricevono 90.000 euro ciascuna per ricerca, progettazione, pilotaggio, monitoraggio e valutazione. La fase di ricerca e prototipazione è prevista fino a settembre 2026; poi arriveranno i test nelle opere pubbliche, il monitoraggio nello spazio urbano durante il 2027 e i rapporti sui risultati nel primo trimestre del 2028. Per ora, quindi, parliamo di una tecnologia con ottime credenziali, ancora chiamata a dimostrare il proprio comportamento fuori dal laboratorio, dove l’asfalto incontra la vita vera e perde subito ogni poesia.
Barcellona ha scelto due strade parallele. Da una parte Biochar, con i noccioli di oliva e la biomassa di pino dentro le miscele bituminose. Dall’altra RePavimenta, che lavora su una sezione multicapa con materiali riciclati, miscele semicalde e aggregati siderurgici. Anche qui l’obiettivo è abbassare le emissioni e aumentare la quota di materiali recuperati. Il messaggio complessivo è chiaro: la sostenibilità urbana passa anche da ciò che sta sotto le scarpe, oltre che da alberature, piste ciclabili e panchine più fotogeniche.
Perché può interessare anche l’Italia
Il caso catalano parla molto anche all’Italia, perché mette insieme due mondi che conosciamo bene: l’olio e le strade. Abbiamo una filiera olivicola enorme, città che si scaldano sempre di più, cantieri continui, asfalti spesso martoriati e una quantità di scarti agricoli che meriterebbero usi più intelligenti della semplice etichetta di rifiuto. Il biochar da noccioli di oliva non sistema da solo il problema delle infrastrutture urbane, però sposta l’attenzione su un punto pratico: la transizione ecologica diventa seria quando entra nei capitolati, nei materiali, nei lavori pubblici, nelle forniture e nei test di durabilità.
C’è anche una piccola lezione di linguaggio. Dire “asfalto con noccioli di oliva” fa sorridere, sembra quasi una trovata da titolo facile. La sostanza è più tecnica: un residuo agricolo viene trasformato in biocarbón e usato per sostituire una componente dell’asfalto con impatto emissivo rilevante. In mezzo ci sono chimica dei materiali, ingegneria stradale, prove di laboratorio, soldi pubblici, appalti, monitoraggi. La città del futuro, quando smette di fare la posa per i rendering, assomiglia molto a questo: meno effetti speciali, più polveri fini mescolate bene.
La prudenza resta necessaria. Una miscela che funziona in laboratorio deve resistere al traffico reale, alla manutenzione, ai costi, alle temperature, alla disponibilità della materia prima e alla replica su larga scala. Però il progetto ha un merito già evidente: prende uno scarto riconoscibile, quasi domestico, e lo porta dentro un’infrastruttura che siamo abituati a immaginare immutabile. Una strada, vista così, smette di essere soltanto una superficie nera. Diventa un archivio di scelte materiali. E ogni tanto, sotto le ruote, può finirci anche il nocciolo di un’oliva.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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