Roma ha costruito la propria storia sull’acqua, dagli acquedotti antichi ai nasoni, e oggi torna a fare i conti con il rischio di una crisi idrica: caldo record, piogge quasi azzerate e falde che si ricaricano troppo lentamente hanno già portato la siccità recente in fascia estrema.
A segnalare il rapido peggioramento è l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale. Nei primi dodici giorni di luglio sulla Capitale sono caduti appena 1,8 millimetri d’acqua, tutti concentrati il 2 luglio 2026. Giugno ne aveva portati 6,1, l’86% in meno rispetto alla media.
Intanto il caldo è rimasto incollato alla città. Dal 17 giugno al 12 luglio, alla stazione meteorologica del Collegio Romano, si sono susseguite 26 notti tropicali consecutive, con temperature minime sempre superiori ai 20 °C. Nello stesso periodo, 24 giornate hanno raggiunto o superato i 35 °C. Nei primi dodici giorni di luglio, dieci hanno oltrepassato quella soglia. La media delle massime è stata di 35,9 °C, con 37,9 °C registrati il primo luglio. Il valore più alto dell’intera ondata resta quello del 29 giugno, quando Roma ha toccato 40,1 °C.
La siccità di Roma è già estrema
Caldo e precipitazioni quasi azzerate hanno iniziato a consumare il surplus lasciato dalle piogge invernali, ancora visibile negli indicatori calcolati sui sei mesi. A giugno le precipitazioni sono diminuite mediamente del 48% nelle sette regioni del Distretto dell’Appennino centrale, con valori compresi tra il 29% in meno della Toscana e il 73% in meno dell’Emilia-Romagna. La temperatura media ha superato di 3,4 °C la norma, con anomalie superiori ai tre gradi in ogni regione monitorata.
Il quadro romano segue quello del resto dell’Europa occidentale, dove Copernicus ha registrato il giugno più caldo mai osservato. L’Italia compare tra le aree con precipitazioni inferiori alla media, terreni superficiali più secchi e un rischio di siccità crescente. Per misurare questa condizione viene utilizzato lo SPEI, un indice che combina precipitazioni e temperature. Calcolato su tre mesi fotografa lo stress più recente. Esteso a ventiquattro mesi mostra il deficit accumulato nel medio periodo.
A giugno lo SPEI trimestrale è entrato in fascia severa o estrema in 126 dei 129 bacini idrografici monitorati. In questo caso “bacino” indica il territorio nel quale l’acqua confluisce verso uno stesso fiume o sistema idrico, distinto dagli invasi utilizzati per conservare la risorsa. I bacini con siccità strutturale moderata o severa sono saliti da 45 a 54. Ventiquattro risultano già in fascia severa. Le condizioni più pesanti riguardano il Teramano, con un indice pari a -1,77, il Reatino a -1,62 e il Pescarese a -1,60.
Nell’area servita da Acea Ato 2, che comprende Roma e numerosi comuni della provincia, l’indice calcolato sui ventiquattro mesi è pari a -1,05: deficit strutturale moderato. Quello riferito agli ultimi tre mesi è già entrato in campo estremo. Al momento il servizio idrico prosegue regolarmente. La crisi con riduzioni di pressione o turnazioni resta lo scenario da prevenire. Marco Casini, segretario generale dell’Autorità, chiede di “vedere prima, decidere prima e intervenire prima che la crisi arrivi”.
A gennaio era piovuto tutto insieme
Il dato più ingannevole arriva dai primi mesi dell’anno. Tra gennaio e la metà di febbraio su Roma sono caduti 291,9 millimetri di pioggia, quasi il 44% di quella che arriva mediamente in dodici mesi. Nel solo gennaio il Lazio aveva ricevuto il 190% di precipitazioni in più rispetto alla norma climatica. Una quantità enorme, concentrata in appena sei settimane.
Sulla carta sembra una riserva. Nel terreno funziona diversamente. Quando tanta acqua arriva tutta insieme, una parte scorre rapidamente in superficie, riempie strade, tombini e corsi d’acqua e prosegue verso valle. Solo una quota riesce a infiltrarsi abbastanza in profondità da alimentare le falde.
Le precipitazioni invernali avevano migliorato temporaneamente gli indicatori e avviato una ricarica parziale. La loro concentrazione aveva limitato la quantità d’acqua capace di raggiungere le riserve sotterranee più profonde. Fiumi e invasi reagiscono rapidamente; falde e sorgenti seguono tempi molto più lunghi, a volte di mesi o anni.
L’Autorità di bacino aveva già descritto questa doppia pressione: grandi quantità d’acqua concentrate in poche settimane possono contribuire parzialmente alla ricarica e, nello stesso tempo, aumentare ruscellamento, frane e allagamenti.
Quelle piogge erano già un sintomo della crisi. Lunghi periodi asciutti vengono interrotti da precipitazioni molto abbondanti, capaci di mettere sotto pressione città e territori e molto meno efficaci nel ricostruire lentamente le riserve d’acqua.
La poca pioggia estiva scivola via
Lo stesso meccanismo si ripresenta durante l’estate. Dopo settimane asciutte, il terreno diventa duro e compatto. Quando arriva un temporale, l’acqua tende a scorrere in superficie, soprattutto se tutta la pioggia del mese cade in poche ore.
Tombini e sottopassi possono allagarsi rapidamente, mentre alle falde arriva una quota ridotta. Per ricaricare davvero le riserve sotterranee servono precipitazioni regolari, suoli permeabili e tempo. Esattamente gli elementi che stanno diventando più rari.
Il caldo accelera anche la perdita dell’acqua già presente. Aumenta l’evaporazione da laghi e terreni, asciuga la vegetazione e spinge verso l’alto i consumi. Ogni giornata rovente consuma un accumulo costruito molto più lentamente.
Roma beve soprattutto dalle montagne
Parlare genericamente di bacini che si svuotano rischia di confondere il quadro. L’acqua che esce dai rubinetti romani arriva soprattutto dalle grandi sorgenti appenniniche.
Il sistema Peschiera-Capore fornisce quasi l’80% dell’acqua utilizzata a Roma e circa il 60% di quella necessaria all’intero Ato 2. L’acquedotto Marcio copre oltre il 20% del fabbisogno della Capitale.
La portata di queste sorgenti dipende dalla ricarica degli acquiferi. Pioggia, neve accumulata in montagna, temperature ed evaporazione decidono quanta acqua riuscirà a emergere nei mesi successivi. La precipitazione caduta oggi può impiegare molto tempo per raggiungere le riserve più profonde.
Anche i laghi laziali mostrano gli effetti dello stesso squilibrio. Albano e Nemi sono privi di veri immissari superficiali e ricevono acqua dalle piogge e dagli apporti sotterranei. Nelle settimane più calde l’evaporazione accelera, mentre la scarsità di precipitazioni riduce ogni possibilità di recupero.
Sul lago di Albano è stato installato un idrometro che controlla continuamente livello e temperatura. Il monitoraggio servirà a misurare l’evaporazione e a seguire l’evoluzione del bacino, insieme agli interventi per raccogliere l’acqua piovana lungo le sponde e ridurre progressivamente i prelievi.
Intanto la rete perde ancora il 42% dell’acqua
La disponibilità alla fonte racconta solo metà della storia. L’acqua deve poi attraversare acquedotti e condotte spesso vecchi, difficili da fermare per la manutenzione e pieni di punti deboli.
Secondo gli ultimi dati validati da ARERA, nel 2023 le perdite idriche totali di Acea Ato 2 erano pari al 42,07% del volume immesso nel sistema. Per ogni chilometro di rete andavano persi mediamente 39,55 metri cubi d’acqua al giorno. Una prestazione collocata in classe D.
Gli interventi programmati comprendono la sostituzione delle condotte ammalorate, il controllo delle pressioni, la ricerca delle perdite e il rinnovo dei contatori. Lavori poco appariscenti, molto più utili di qualsiasi invito rivolto ai cittadini a chiudere il rubinetto mentre si lavano i denti. A Roma l’acqua arriva sempre più spesso nel momento sbagliato: tutta insieme quando il terreno ne trattiene poca, quasi zero quando l’estate ne chiede di più.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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