Figli del lockdown: iniziano oggi ad emergere gli effetti invisibili sui bambini nati in quel periodo



Restare su un gioco fino a terminarlo, ricordare due istruzioni una dietro l’altra, aspettare il proprio turno, calmarsi dopo una frustrazione. Sembrano gesti minuscoli. A quattro anni raccontano quanto un bambino riesca a governare attenzione, emozioni e comportamento, soprattutto quando intorno ci sono altri bambini. È proprio qui che emerge una fragilità tra i piccoli nati durante il primo lockdown del 2020.  Oggi hanno sei anni, frequentano la scuola e di quel periodo ricordano poco o nulla. Il loro sviluppo, però, è iniziato dentro case chiuse, con pochi volti, poche voci e occasioni di socialità ridotte all’osso.

Secondo uno studio pubblicato su Archives of Disease in Childhood, circa un bambino su tre tra quelli esaminati mostrava bisogni di supporto nelle funzioni esecutive. Parliamo delle capacità che servono per controllare un impulso, cambiare attività, ricordare una consegna, pianificare e trovare una soluzione quando qualcosa va storto.

Chi sono i bambini studiati

La ricerca ha coinvolto 205 bambini nati in Inghilterra tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020, durante la fase più rigida del primo lockdown britannico. Le restrizioni sono poi tornate a più riprese e hanno accompagnato buona parte dei loro primi 18 mesi.

In quel periodo visite di amici e parenti, gruppi per neonati, attività educative, parchi e incontri con i coetanei erano sospesi o fortemente limitati. Anche molti professionisti dell’infanzia erano stati spostati verso l’emergenza Covid e gli appuntamenti in presenza erano diventati rari.

A quattro anni i bambini hanno svolto test standardizzati sul linguaggio, sul vocabolario e sul ragionamento attraverso immagini e simboli. Venticinque sono stati valutati a scuola, gli altri 180 da casa, attraverso più incontri online organizzati con lo stesso dispositivo e gli stessi ricercatori. I genitori hanno poi compilato questionari sul comportamento quotidiano, sulle capacità motorie e sulle funzioni esecutive dei figli. Ed è proprio dalle loro risposte che arriva il dato più delicato.

La difficoltà compare nei gesti di ogni giorno

Rispetto ai valori raccolti prima della pandemia, i bambini hanno ottenuto punteggi più bassi nella memoria di lavoro, nella pianificazione, nell’organizzazione, nel controllo delle emozioni e nella capacità di passare da una situazione all’altra.

In una classe significa faticare a iniziare un’attività, perdere il filo di una consegna, distrarsi facilmente oppure avere bisogno di più tempo per modificare il proprio comportamento dopo il richiamo di un adulto. Un terzo del campione raggiungeva punteggi compatibili con un bisogno di sostegno in queste aree.

La distanza diventava ancora più evidente quando i ricercatori confrontavano le funzioni esecutive con il ragionamento non verbale degli stessi bambini. In quest’ultima prova, basata sul riconoscimento delle relazioni tra immagini e simboli, i risultati erano persino superiori alle attese per l’età.

I bambini, dunque, mostravano buone risorse cognitive, accompagnate da una maggiore fatica nel trasformarle in comportamento organizzato. Capire cosa fare e riuscire a farlo restando concentrati sono due passaggi diversi. Tra i bambini nati durante il lockdown, il secondo sembrava più fragile.

Secondo i ricercatori, la scarsa varietà di interazioni vissute nel primo anno potrebbe avere avuto un ruolo. Un neonato impara a regolare il proprio comportamento anche incontrando persone meno familiari, entrando in ambienti nuovi, aspettando, osservando altri bambini e cercando di ottenere una risposta da adulti diversi dai genitori. Nel 2020 questa palestra quotidiana è rimasta chiusa insieme a tutto il resto.

Il linguaggio ha recuperato

Sul linguaggio il quadro cambia. I punteggi complessivi erano nella norma o superiori alle attese. La comprensione delle frasi, il vocabolario ricettivo e il ragionamento non verbale hanno mostrato risultati particolarmente solidi.

Il confronto con le capacità cognitive dei singoli bambini fa emergere, però, una differenza tra comprendere e parlare. Il linguaggio ricettivo, cioè la capacità di capire parole e frasi, procedeva allo stesso livello del ragionamento. Il linguaggio espressivo, usato per costruire frasi, applicare le regole grammaticali e scegliere le parole, restava leggermente indietro rispetto a quel potenziale.

Per età, il vocabolario espressivo superava comunque le attese. La debolezza emergeva soprattutto nel confronto interno: quei bambini ragionavano meglio di quanto riuscissero a esprimersi. Nella prova dedicata alle strutture grammaticali, il 5,4% ha ottenuto punteggi molto bassi, rispetto al 2% previsto dai valori di riferimento.

La maggiore quantità di tempo trascorso con i genitori potrebbe avere protetto la comprensione. Le conversazioni con persone meno familiari, il gioco tra coetanei e la necessità di farsi capire fuori casa allenano invece la produzione del linguaggio in maniera diversa. Proprio le esperienze che durante il lockdown sono mancate di più. Anche le capacità motorie risultavano adeguate all’età, sebbene leggermente inferiori rispetto al livello di ragionamento mostrato dai bambini.

Prima di parlare di “generazione lockdown”

Lo studio fotografa un’associazione e lascia aperta la questione delle cause. In questa prima fase manca un gruppo di controllo formato da coetanei inglesi nati dopo le restrizioni. I risultati sono stati confrontati con dati normativi prepandemici e, per alcune prove, con valori ottenuti su bambini statunitensi.

Le funzioni esecutive sono state inoltre valutate attraverso i racconti dei genitori. Stress familiare, salute mentale degli adulti e difficoltà vissute durante la pandemia possono avere influenzato anche la loro percezione del comportamento dei figli.

Le famiglie hanno aderito volontariamente e circa tre genitori su quattro possedevano una laurea, una percentuale più alta rispetto alla popolazione inglese della stessa fascia d’età. Questo potrebbe spiegare almeno in parte i punteggi elevati osservati nel linguaggio e nel ragionamento. Allo stesso tempo, le famiglie più preoccupate potrebbero essere state più inclini a partecipare.

Le prossime fasi della ricerca prevedono una valutazione diretta delle funzioni esecutive e il confronto con bambini nati dopo il lockdown. Serviranno anche per distinguere il peso dell’isolamento da quello dello stress dei genitori, dell’aumento del tempo davanti agli schermi e dei cambiamenti nelle abitudini infantili proseguiti dopo la pandemia.

Intanto questi bambini sono già nelle aule. I ricercatori suggeriscono interventi rivolti all’intera classe, con attività capaci di allenare attenzione, regolazione emotiva, pianificazione e linguaggio espressivo, evitando di trasformare una data di nascita in un’etichetta clinica. Il lockdown è finito da anni. I bambini che ne hanno attraversato il primo anno di vita, invece, sono appena arrivati tra i banchi.

Fonte: Archives of Disease in Childhood

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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