Likweli viveva già tra le chiome della Repubblica Democratica del Congo e, per alcune comunità locali, aveva persino due nomi. Alla scienza sono serviti una fotografia incompleta, dieci anni di silenzio, 114 rilevazioni, tre esemplari già morti confiscati ai cacciatori e migliaia di chilometri percorsi nella foresta per aggiungerle quello scientifico: Colobus congoensis. Lo studio pubblicato su PLOS ONE la riconosce come una nuova specie di scimmia africana, appena la quinta scoperta negli ultimi 75 anni.
Ha il mantello nero lucido, una macchia arancio-crema attorno alla bocca e un richiamo che alterna ruggiti e sbuffi. Le labbra arancioni faranno il loro lavoro nelle fotografie. Il numero da guardare, però, è un altro: 1.700 chilometri quadrati, l’intero areale conosciuto della specie.
È una distribuzione talmente ridotta che gli autori propongono già una classificazione provvisoria come Endangered, “in pericolo”. La valutazione ufficiale della Lista Rossa IUCN deve ancora arrivare. Likweli è appena entrata nei libri di zoologia e porta già con sé un’avvertenza.
Dieci anni fra due fotografie
La prima prova risale al 2008. Ashley Vosper e Bernard Ikembelo fotografarono una scimmia sconosciuta nella parte alta della foresta, sulla riva orientale del fiume Lomami. Nell’immagine si vedeva soltanto una porzione dell’animale: abbastanza per far nascere un dubbio, troppo poco per descrivere una specie.
Poi più nulla per dieci anni. Nel novembre 2018 una pattuglia guidata dal ricercatore congolese Jean-Pierre Kapale fotografò una piccola scimmia nera con una zona chiara attorno alla bocca e una macchia bianca sotto la coda. Nei mesi successivi la squadra riuscì a documentarla altre sette volte.
Riesaminando gli archivi, i ricercatori trovarono anche una fotografia scattata nell’agosto dello stesso anno, 35 chilometri più a nord. L’animale era già passato davanti all’obiettivo, solo che era stato scambiato per un’altra specie. La scimmia era al posto giusto. L’etichetta, decisamente meno.
Tra il 2018 e il 2022 sono state raccolte 114 rilevazioni, delle quali 89 visive e 25 ottenute attraverso i richiami o contatti troppo brevi per osservare bene gli animali. In oltre 3.000 chilometri di pattugliamenti terrestri svolti tra il 2020 e il 2022, uno dei metodi impiegati ha prodotto appena 29 incontri con Likweli. È un dato sulla frequenza degli avvistamenti, non un censimento della popolazione, ma rende bene l’idea.
Anche nei villaggi vicini la specie sembra poco conosciuta. Soltanto in otto delle 52 località coinvolte nelle interviste qualcuno seppe riconoscerla e descriverla con precisione, un’eccezione in comunità abituate a distinguere la fauna della foresta. Tra i Balanga era chiamata “Likweli”. Alcune comunità Mituku usavano invece kasaba nkoni, “quella che scuote i rami”. Per la scienza è una specie nuova; per chi viveva accanto alla sua foresta aveva già un posto nel linguaggio.
Il nome congoensis è stato proposto dal ricercatore congolese Junior Amboko per richiamare la biodiversità del Paese. Secondo quanto spiegato dalla Florida Atlantic University, potrebbe essere il primo primate denominato espressamente in onore della Repubblica Democratica del Congo.
Le labbra arancioni, poi tutto il resto
Likweli pesa circa sette chilogrammi ed è più piccola degli altri colobi. Ha il corpo e la lunga coda quasi interamente neri, peli più lunghi sulle spalle che sembrano formare un mantello e una zona bianca sotto la coda. La pelle arancio-crema circonda la bocca e risale verso il naso, incorniciata dai lunghi peli neri del volto.
Per capire se quei colori appartenessero davvero a una specie distinta, i ricercatori hanno esaminato un maschio e due femmine già morti, confiscati ai cacciatori nel 2021 dalle autorità congolesi. Pelli, scheletri e tessuti sono stati confrontati con gli esemplari conservati nelle collezioni zoologiche. I tre animali sono oggi custoditi tra l’Università di Kisangani e lo Yale Peabody Museum.
Il DNA mitocondriale colloca Colobus congoensis accanto al colobo nero, Colobus satanas, che vive oltre 1.200 chilometri più a ovest. Le due linee evolutive si sarebbero separate tra 4,1 e 5 milioni di anni fa, uno dei distacchi più antichi ricostruiti all’interno del genere Colobus.
La data va ancora scritta a matita. Deriva da un campione ridotto di DNA mitocondriale e gli stessi autori indicano l’analisi di interi genomi come passaggio necessario per ricostruire meglio la separazione.
Anche la voce di Likweli conserva qualche somiglianza con quella del suo lontano parente. I richiami hanno impulsi rapidi, frequenze elevate e spesso iniziano con uno sbuffo. L’analisi acustica poggia su appena tre registrazioni abbastanza nitide, quindi aggiunge un tassello alle prove anatomiche e genetiche.
Gli animali vivono soprattutto nella parte alta della foresta, in gruppi medi di circa sei individui. Spesso viaggiano insieme ad altre specie di primati: è accaduto in 45 delle 62 osservazioni in cui i ricercatori sono riusciti a ricostruire la composizione del gruppo. Al suolo scendono di rado. In un caso lo hanno fatto mentre un’aquila coronata attaccava il gruppo. Evidentemente anche le specie appena scoperte conoscono già bene le priorità.
©PLOS
Una foresta poco più grande di Roma
L’areale di Likweli si estende tra le province di Tshopo e Maniema, tra il Lomami e il fiume Lilo. I suoi 1.700 chilometri quadrati corrispondono a un territorio circa un terzo più grande dell’intero comune di Roma. Le altre specie del genere Colobus occupano generalmente aree superiori a 60.000 chilometri quadrati.
Ben 104 delle 114 rilevazioni sono concentrate entro dieci chilometri dal Lomami. A ovest il grande fiume ostacola gli spostamenti; verso est, le foreste stagionalmente allagate e i terreni sabbiosi poveri sembrano chiudere ulteriormente il passaggio. Lo studio non calcola quanti individui esistano complessivamente. I pochi incontri, i gruppi piccoli e la concentrazione degli avvistamenti in una stretta fascia di foresta suggeriscono comunque una popolazione ridotta e molto localizzata.
Gran parte dell’areale conosciuto ricade nel Parco nazionale di Lomami. È la buona notizia. Quella meno buona è che Likweli dipende dalle chiome alte e dalle foreste mature, mentre nella zona cuscinetto continuano l’espansione degli insediamenti e la conversione del territorio.
Secondo le testimonianze raccolte, la specie non è stata storicamente un bersaglio specifico dei cacciatori. La presenza di tre esemplari confiscati mostra comunque che può finire nel commercio della carne selvatica. Con un areale così ristretto, anche una pressione occasionale rischia di pesare parecchio.
Gli autori indicano due priorità: proteggere il Parco nazionale di Lomami e coinvolgere le comunità locali nella conservazione della specie. Le stesse comunità che, molto prima della pubblicazione dello studio, sapevano già come chiamarla. Alla scienza sono serviti diciotto anni per aggiungerle un nome. La foresta da cui dipende può sparire molto più in fretta.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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