Il viaggio di GreenPlanner nelle aree protette italiane fa tappa nel Parco del Gran Paradiso, per conoscere meglio il suo protagonista: lo stambecco alpino
Il Parco Nazionale Gran Paradiso, istituito nel 1922, è la più antica area protetta d’Italia. Tra Piemonte e Valle d’Aosta, tutela circa 70mila ettari di ecosistemi, dalle foreste di fondovalle ai ghiacciai d’alta quota, ospitando una grande ricchezza di biodiversità.
Tra le specie che popolano questo territorio, una occupa un posto speciale: si tratta dello stambecco alpino, un mammifero che possiamo ancora ammirare grazie a uno dei più importanti successi europei per quanto riguarda la conservazione della fauna selvatica.
Impariamo allora con questo articolo a conoscerlo meglio, proprio mentre la specie è tornata più volte sotto i riflettori nell’ambito delle discussioni sul Ddl caccia.
Una ripresa insperata
Lo stambecco alpino non è soltanto il simbolo del Parco Nazionale Gran Paradiso. Questo animale è la ragione stessa della sua esistenza. La nascita della prima area protetta italiana è infatti strettamente legata alla necessità di salvare una specie che, alla fine dell’Ottocento, era arrivata sull’orlo dell’estinzione a causa della caccia intensiva, resa più efficace dalla diffusione delle armi da fuoco.
Meno di cento esemplari sopravvivevano allora sul massiccio del Gran Paradiso. Da quel piccolo nucleo discendono tutti gli stambecchi che oggi – grazie alle successive operazioni di tutela e reintroduzione – popolano le Alpi.
“Ormai lo stambecco è facilmente osservabile nei pascoli d’alta quota e rappresenta uno degli esempi più significativi di come una protezione costante possa consentire il recupero di una specie un tempo vicinissima alla scomparsa“, spiega a GreenPlanner Andrea Virgilio, addetto dell’Ufficio Comunicazione del Parco Nazionale Gran Paradiso.
Le debolezze di un gigante
Questo animale è indubbiamente forte: la sua muscolatura potente gli permette di affrontare pareti rocciose per noi impraticabili, mentre la notevole agilità gli consente di coprire grandi distanze con pochi balzi. È inoltre ben adattato ai rigidi inverni alpini, pur soffrendo gli accumuli nevosi più abbondanti.
Dietro questa immagine di robustezza si cela però una fragilità poco evidente, quella genetica. Il ridimensionamento della popolazione avvenuto oltre un secolo fa ha infatti provocato quello che gli studiosi definiscono un “collo di bottiglia”, che ha determinato la perdita di gran parte della variabilità genetica della specie.
La conseguenza è una ridotta capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali e, soprattutto, una maggiore vulnerabilità alle malattie.
Se tutti gli individui sono molto simili dal punto di vista genetico, diminuiscono infatti le probabilità che alcuni possano resistere naturalmente all’attacco di nuovi agenti patogeni.
“Lo stambecco è un animale straordinariamente resistente – dice Virgilio – ma, dal punto di vista genetico, rappresenta una specie potenzialmente vulnerabile. Per questo la ricerca scientifica è oggi uno strumento fondamentale della sua conservazione“.
Negli ultimi anni, in particolare, alcuni episodi sanitari hanno acceso l’attenzione della comunità scientifica. Epidemie di rogna hanno causato l’estinzione locale di alcune popolazioni nelle Alpi orientali, mentre in Francia la diffusione della brucellosi ha portato all’abbattimento di intere colonie di stambecchi nel massiccio del Bargy.


Per comprendere il rapporto tra variabilità genetica e resistenza alle malattie, il Parco Nazionale Gran Paradiso ha avviato specifici progetti di ricerca insieme a istituti specializzati e ad enti europei impegnati nella conservazione della specie.
In questo scenario già precario, altre minacce importanti arrivano dai cambiamenti ambientali e dal riscaldamento globale.
“Il delicato equilibrio tra l’ambiente e le esigenze ecologiche della specie sembra in pericolo – spiega Virgilio – L’aumento delle temperature spinge gli animali sempre più in alto, dove l’erba è presente in minore quantità; lo scioglimento precoce della neve causa l’anticipo della stagione vegetativa che non è più sicronizzata con il delicato periodo delle nascite dei capretti e, infine ma non meno importante, l’abbandono del pascolo da parte dell’uomo porta all’avanzamento dei boschi a discapito delle praterie, ambienti fondamentali per l’alimentazione dello stambecco“.
Anche in quest’ambito, sono in corso studi e attività di conservazione, che comprendono anche modalità sperimentali di gestione delle praterie d’alta montagna.
I ritmi della montagna
Per chi volesse osservare questi animali e le loro prodezze tra rocce e pendii, la primavera rappresenta il periodo migliore. A partire da metà aprile i maschi scendono nei prati di fondovalle per alimentarsi con la vegetazione che ricompare dopo l’inverno.
Con l’arrivo dell’estate e il progressivo scioglimento della neve, gli animali risalgono invece verso quote più elevate. Gli spostamenti sono determinati soprattutto dalla disponibilità di pascoli ricchi di nutrienti e dalla temperatura.
Lo stambecco, infatti, possiede limitate capacità di termoregolazione e durante l’estate deve continuamente trovare un equilibrio tra la necessità di alimentarsi e quella di evitare il caldo eccessivo.
Maschi e femmine vivono separati per gran parte dell’anno e seguono strategie differenti. Le femmine frequentano maggiormente le aree vicine alle pareti rocciose, dove possono mettere al sicuro i piccoli in caso di predatori, mentre anche la dieta cambia in funzione del sesso e della stagione.
Uno recente studio condotto dai ricercatori del Parco utilizzando la tecnica del Dna-barcoding, che permette di identificare le specie vegetali consumate analizzando piccoli frammenti di DNA presenti nelle feci, ha infatti confermato come maschi e femmine selezionino alimenti differenti seguendo la disponibilità stagionale delle praterie alpine.
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Chiara Spallino
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