Moda: con lo stop ai vestiti invenduti destinati al macero, voluto dall’Europa, suggeriamo come agire, ripensando tutto da capo: progettazione, produzione e gestione dei magazzini
Ne avevamo già parlato su GreenPlanner, quando l’Unione europea ha approvato il nuovo Regolamento Ecodesign (Espr), destinato a rivoluzionare il modo in cui vengono progettati, utilizzati e gestiti i prodotti tessili.
Oggi, quel cambiamento entra nella sua fase operativa e pone una domanda concreta a tutto il comparto moda: cosa fare dei capi che non vengono venduti?
Per anni la distruzione dell’invenduto è stata considerata una pratica quasi fisiologica del settore. Incenerire o smaltire collezioni rimaste nei magazzini consentiva ai marchi del lusso di preservare l’esclusività del brand e ai protagonisti del fast fashion di liberare rapidamente spazio per nuove collezioni.
Una soluzione economicamente conveniente, ma ambientalmente insostenibile. Il nuovo report Gestire l’invenduto nella filiera della moda, realizzato da Blumine Sustainability Lab, dimostra come il problema sia molto più ampio della semplice eliminazione dei capi invenduti: riguarda infatti l’intero modello organizzativo della filiera.
Secondo i dati riportati nello studio, ogni anno in Europa tra il 4 e il 9% dei prodotti tessili viene distrutto prima ancora di essere indossato, pari a un volume compreso fra 264 e 594mila tonnellate, con un impatto climatico di circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2, un valore vicino alle emissioni nette annuali della Svezia.
A questi numeri si aggiungono gli enormi quantitativi di resi dell’e-commerce, che aggravano ulteriormente il fenomeno.
Il divieto europeo entra nel vivo
Il divieto di distruggere i prodotti tessili invenduti è contenuto nel Regolamento europeo Espr 2024/1781, ma sono stati i due atti complementari approvati dalla Commissione europea nel febbraio 2026 a definirne le modalità applicative.
Dal 19 luglio 2026 le grandi imprese sono obbligate non solo a non distruggere gli invenduti, salvo limitate eccezioni, ma anche a rendere pubbliche le modalità con cui li gestiscono.
Lo stesso obbligo scatterà nel 2030 per le medie imprese. Le comunicazioni saranno standardizzate, consentendo confronti e monitoraggi tra i diversi Paesi europei.
Le deroghe restano limitate a casi specifici: motivi sanitari, prodotti danneggiati irreparabili, articoli non sicuri, mancata accettazione delle donazioni, contraffazione o situazioni nelle quali la distruzione rappresenti dimostrabilmente l’opzione con il minore impatto ambientale.
Le aziende dovranno inoltre conservare per cinque anni tutta la documentazione che giustifica l’eventuale ricorso a tali eccezioni.
Il problema nasce molto prima del magazzino
Come evidenzia il rapporto, sarebbe però riduttivo interpretare la nuova normativa come un semplice divieto di incenerimento. L’invenduto nasce infatti dalla natura stessa del sistema moda, che deve produrre con largo anticipo ciò che il consumatore potrebbe acquistare mesi dopo.
La continua alternanza delle collezioni, l’imprevedibilità delle tendenze, la moltiplicazione di taglie e colori e la necessità di garantire disponibilità immediata generano inevitabilmente sovrapproduzione.
A questo si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico, che modifica la stagionalità degli acquisti e il boom dell’e-commerce con percentuali di reso sempre più elevate.
La vera sfida diventa quindi prevenire l’invenduto, non semplicemente gestirlo quando ormai esiste. Il report individua diverse leve strategiche: migliorare la pianificazione della domanda attraverso sistemi gestionali avanzati e intelligenza artificiale, rafforzare il controllo qualità, aumentare la tracciabilità lungo la filiera e sviluppare processi produttivi più flessibili, capaci di avvicinarsi alla logica del “just in time”.
Il riciclo non è sempre la soluzione migliore
Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dallo studio riguarda un punto spesso trascurato. Nel nuovo approccio europeo anche il riciclo, pur rappresentando una soluzione preferibile rispetto all’incenerimento o alla discarica, viene considerato una forma di distruzione, perché comporta comunque demolizione del prodotto, consumo di energia, utilizzo di sostanze chimiche e produzione di nuovi scarti.
Per questo motivo la gerarchia delle soluzioni privilegia il mantenimento del prodotto nella sua funzione originaria attraverso riuso, donazione, rivendita e solo successivamente l’upcycling e il riciclo.
È proprio qui che la normativa europea può trasformarsi in un’opportunità. Il report raccoglie numerosi esempi di aziende che stanno già sperimentando modelli alternativi: piattaforme dedicate ai deadstock, collaborazioni con cooperative sociali e designer, capsule collection realizzate con materiali inutilizzati, marketplace del second hand e servizi di upcycling industriale.
Non si tratta più di iniziative marginali, ma di nuovi modelli di business destinati ad assumere un ruolo sempre più centrale nella filiera.
Il messaggio che arriva dall’Europa è quindi chiaro: non basta vietare la distruzione dei vestiti invenduti, occorre impedire che vengano prodotti senza una reale prospettiva di utilizzo.
Per il settore moda si apre così una nuova stagione nella quale sostenibilità, digitalizzazione, gestione dei dati, economia circolare e creatività dovranno convivere. Perché il valore di un capo non si misura più soltanto quando viene venduto, ma anche dalla capacità della filiera di impedirne lo spreco.
Crediti immagine: Depositphotos
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Aurora Magni
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