Il caldo nelle carceri sovraffollate di tutta Italia sta diventando un’emergenza insostenibile: materassi a terra e acqua sotto chiave



A Sassari, nel carcere di Bancali, i materassi sono scesi dalle brande e sono finiti sul pavimento. I detenuti cercavano refrigerio dove potevano: qualche centimetro più in basso. A Roma, nel reparto Camerotti del femminile di Rebibbia, fino a cinque donne condividono camere pensate per tre. Agli ultimi piani di San Vittore, a Milano, la calura si concentra dentro un istituto con un tasso di affollamento reale del 223,6%. Il rapporto di metà 2026 dell’Associazione Antigone racconta il caldo nelle carceri italiane così: corpi stretti tra grate e pareti che trattengono il calore, prima ancora dei 40 °C.

Al 28 luglio erano detenute 64.741 persone. La capienza regolamentare dichiarata ammontava a 51.220 posti, ma 4.877 risultavano indisponibili per lavori, sezioni chiuse o altre ragioni. I posti utilizzabili scendono quindi a 46.343 e il tasso medio di sovraffollamento reale sale al 139,7%. Quasi tre persone nello spazio previsto per due. Il caldo entra qui, con poca aria e ancora meno distanza tra un letto e l’altro.

Materassi a terra e cortili senza ombra

Oltre il 60% della popolazione detenuta vive in regime di custodia chiusa e trascorre buona parte della giornata nella camera di pernottamento. Le quattro ore all’aperto previste dall’articolo 10 dell’ordinamento penitenziario cadono spesso nelle fasce più roventi. Esporsi al sole nel cortile oppure rimanere nella cella surriscaldata: l’ora d’aria estiva può ridursi a questa scelta.

A Napoli, nel carcere di Poggioreale, alcuni passeggi si svolgono in spazi senza ripari dal sole. Nel carcere di Uta, vicino a Cagliari, la pausa estiva ha sospeso le attività, una prassi segnalata anche altrove. A Padova molti detenuti sono rimasti distesi sulle brande nelle ore centrali; alcuni hanno riferito un maggiore ricorso ai farmaci per gestire insonnia e disagio. Matera ha posticipato dalle 15 alle 16 la chiusura delle celle. Un’ora guadagnata contro un’estate intera.

Poi ci sono i ventilatori. A Milano Opera mancano in alcuni reparti e, dove sono presenti, possono essere troppo piccoli per le camere. A Rebibbia Femminile l’amministrazione ha dichiarato di averne distribuito uno per cella, ma durante le visite sono state trovate camere ancora sprovviste. Alla Dozza di Bologna più di cento detenuti avevano meno di 15 euro sul conto e non potevano comprarne uno. A Poggioreale quasi tutti gli apparecchi erano stati acquistati direttamente dalle persone recluse. L’aria, a quanto pare, rientra tra gli extra.

Il caldo raggiunge anche gli istituti minorili. A Palermo i ventilatori risultano insufficienti e la chiusura serale contemporanea della grata interna e della porta blindata blocca il ricircolo. L’aria rimane dall’altra parte, con una precisione quasi amministrativa.

Per l’acqua fresca serve una chiave

Il 23 aprile 2026 una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha disposto che i pozzetti frigoriferi e gli apparecchi di grandi dimensioni siano collocati in locali comuni, come ex docce o lavanderie, fuori dalle celle e dai corridoi. Una nota del 27 aprile ha chiarito che minibar e frigobar possono invece essere ammessi nelle camere. I frigoriferi comuni, però, richiedono l’intermediazione del personale o dei detenuti lavoranti.

A Rebibbia Femminile le detenute devono rivolgersi alla lavorante incaricata per raggiungere l’unico frigorifero della sezione. Bere acqua fresca durante la notte dipende quindi da chi può aprire il locale. A Milano Opera un frigorifero serve un intero reparto; a Matera le celle ne sono prive. Raffreddare una bottiglia diventa una procedura, con orari, passaggi e relativa attesa.

Sempre a Opera, un guasto elettrico alla pompa ha lasciato senz’acqua il quarto piano del secondo reparto. La Croce Rossa ha distribuito d’emergenza 600 bottiglie. A Bollate alcune finestre bloccate e i cortili in cemento senza ombra spingono ancora più in alto le temperature. A Ferrara appena due docce comuni servono più di cinquanta persone nelle sezioni di media sicurezza, mentre fitte reti metalliche schermano le finestre.

Sei carceri hanno più del doppio dei detenuti

La media nazionale smussa il peggio: Lucca arriva al 256,8%, San Vittore al 223,6%, Latina al 220,8% e Foggia al 219,9%. Seguono Lodi con il 209,3% e Brescia Canton Mombello con il 202,7%. In 25 istituti l’affollamento oltrepassa il 180%; nel 44% delle 72 carceri visitate da Antigone c’era almeno una cella con meno di tre metri quadrati per persona.

Nel 2025 la magistratura di sorveglianza ha accolto 6.539 reclami per condizioni inumane o degradanti, il 12% in più rispetto all’anno precedente. I numeri riportano alla sentenza Torreggiani, con cui nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per il sovraffollamento e le condizioni di detenzione. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il termometro non concede deroghe.

Il caldo pesa anche sulla salute mentale

Nelle strutture visitate da Antigone, il 9,3% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave. Il 20,5% assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi; il 46% faceva ricorso a sedativi o ipnotici. Ogni cento detenuti erano disponibili in media 6,5 ore settimanali di assistenza psichiatrica e 16,6 ore di supporto psicologico. L’anno precedente erano rispettivamente 7,4 e 20,4.

Tra gennaio e il 2 agosto 2026 almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. Il rapporto non attribuisce questi decessi direttamente alle temperature. Registra però giornate trascorse in celle affollate, attività ferme, insonnia, isolamento e assistenza psicologica ridotta. Nei sette istituti con almeno due suicidi il sovraffollamento era elevato: San Vittore raggiungeva circa il 224%, Teramo il 182%, Poggioreale e Viterbo il 168%. Le condizioni materiali non spiegano ogni gesto. Possono rendere ancora più pesante un disagio già presente.

Il codice penale si allarga, le celle restano quelle

Le risposte al caldo cominciano da interventi molto meno solenni di un nuovo decreto: acqua fresca accessibile anche di notte, ventilatori adeguati, docce funzionanti, finestre apribili, cortili ombreggiati e ore d’aria spostate fuori dalle fasce più roventi. Servono manutenzione, impianti efficienti, personale sanitario e attività che non spariscano con l’inizio dell’estate. Prima di aggiungere nuove brande, ci sono quasi cinquemila posti già esistenti da riportare in condizioni utilizzabili.

Nel primo semestre del 2026, secondo quanto comunicato durante la cabina di regia di Palazzo Chigi, sarebbero stati recuperati o realizzati oltre 960 posti attraverso interventi di manutenzione. Antigone rileva però che quelli effettivamente disponibili sono diminuiti di 424 unità rispetto al luglio 2025: da 46.767 a 46.343. Il piano promette circa diecimila posti entro il 2027. Quelli utilizzabili, intanto, sono scesi.

Il cemento, da solo, non può assorbire una popolazione carceraria in continua crescita. Alla fine del 2025, secondo il XXII rapporto di Antigone, 24.348 detenuti avevano una pena residua inferiore a tre anni e avrebbero potuto accedere a una misura alternativa. Nello stesso anno sono diminuite le nuove prese in carico per l’affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare. Investire negli Uffici per l’esecuzione penale esterna, nella magistratura di sorveglianza e nei percorsi di reinserimento ridurrebbe la pressione sulle celle senza aspettare anni di cantiere.

Una misura in controtendenza è arrivata a fine luglio con la detenzione domiciliare terapeutica per alcuni condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti. L’effetto dipenderà dai posti nelle strutture, dai servizi territoriali e dalle decisioni dei tribunali. Un correttivo limitato, troppo piccolo per diventare una politica carceraria.

La direzione legislativa generale corre altrove. Dall’inizio della legislatura Antigone conta oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Secondo l’associazione, l’aumento dei minimi e dei massimi di pena rende sempre più difficile il ricorso alle misure alternative. Dopo il decreto Sicurezza del 2025, nel 2026 ne è arrivato un altro: il decreto-legge numero 23, convertito ad aprile nella legge numero 54. Decreti Sicurezza su decreti Sicurezza, mentre ventilatori, frigoriferi, psicologi e manutenzioni procedono con un passo decisamente meno marziale.

La sicurezza continua dopo la condanna: significa impedire che una pena diventi abbandono, curare il disagio psichico, ridurre la recidiva e rendere abitabili gli edifici in cui lo Stato chiude le persone. Il codice penale continua ad allargarsi. Le celle, l’aria e le ore degli psicologi, invece, sono sempre più strette.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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