lavanderia india
Immagine di Scrivikika

Questa è la storia di una lavanderia comunitaria a Fort Kochi. Dove tanto le donne quanto gli uomini lavano, stirano e consegnano i capi lindi. Una volta si occupavano delle divise militari: ora servono alberghi e home stay

I lavatoi sono sempre stati simbolo di comunità, ma il sistema di lavatoio di Fort Kochi (Kerala; India) è qualcosa in più. Da secoli.

Nato per lavare le divise dei soldati olandesi che avevano conquistato queste zone si è poi rivelata una forma di lavoro che è arrivato fino a oggi.  Ecco la storia della Vannar Sangham Dhoby Khana, ad Amaravathi Road, nel quartiere di Veli a Fort Kochi.

Un pezzo di archeologia sociale ancora perfettamente funzionante, nel quale lavoro, comunità, migrazioni e storia coloniale si sovrappongono.

Dhoby Khana di Kochi, la lavanderia che attraversa tre secoli

A Fort Kochi infatti sopravvive una lavanderia comunitaria le cui origini risalgono al periodo coloniale. Nata dal lavoro dei Vannar arrivati dal Tamil Nadu, ancora oggi si lava a mano (o con i piedi come da video) lenzuola, abiti e biancheria di case, hotel e homestay.

Un modello di lavoro collettivo che ritroviamo, con dimensioni diverse, anche a Mumbai, Kolkata e in altre città indiane. La grande insegna semicircolare della foto dice già molto: Vannar Sangham – Dhoby Khana.

Sangham indica un’associazione o una comunità organizzata; dhobi è il termine comunemente utilizzato in India per indicare chi svolge professionalmente il mestiere di lavandaio.

Dietro quel cancello di Fort Kochi si conserva, dunque, non tanto una lavanderia quanto un sistema produttivo comunitario.

vannar sanghamvannar sangham

Le sue origini precedono di molto l’edificio che vediamo oggi e che ho cercato di riprendere nel video che qui vi mostro tra l’orgoglio dei lavoratori molti dei quali uomini che lavano, stirano e stendono con un metodo veramente particolare: senza mollette.

La storia di questa comunità di lavandai

Le fonti ricostruiscono l’arrivo dei Vannar, comunità di lavandai proveniente soprattutto dalle zone di Coimbatore e Tirunelveli, nel Tamil Nadu, durante l’epoca coloniale.

Secondo la tradizione tramandata dalla comunità, i loro antenati sarebbero arrivati a Kochi al seguito degli olandesi, che avevano bisogno di persone incaricate di lavare gli abiti e la biancheria delle truppe.

È quindi difficile attribuire l’invenzione della lavanderia a una singola persona. Più corretto dire che il servizio nacque dalla comunità Vannar durante il periodo della presenza olandese a Cochin (o Kochi che dir si voglia), iniziata nella seconda metà del Seicento.

Per generazioni i lavandai lavorarono all’aperto: nell’area dell’attuale Veli Ground esistevano, secondo la testimonianza della segretaria della comunità Rekha P.V., circa 80 piccoli stagni, utilizzati dalle diverse famiglie.

Una lavanderia, ma organizzata come una comunità produttiva

Il fascino del luogo sta soprattutto nel modo in cui funziona. Non si tratta di dipendenti di una normale impresa industriale: il Dhoby Khana è uno spazio di lavoro condiviso dalla comunità Vannar, organizzata attraverso il Vannar Sangham.

Le fonti più recenti descrivono circa 40 postazioni o pietre di lavaggio, ciascuna assegnata a un lavoratore o a una famiglia. Ogni membro dispone inoltre di un proprio spazio dove custodire la biancheria affidatagli.

Il Sangham gestisce invece attrezzature e servizi comuni e i lavoratori versano un piccolo contributo destinato anche al welfare della comunità. Nel 2023 risultavano al lavoro circa 45 lavandai, molti sopra i quarant’anni e alcuni persino oltre gli ottanta.

È una professione familiare nella quale lavorano uomini e donne; in alcuni casi i figli aiutano i genitori durante le vacanze, anche se proprio la difficoltà di convincere le nuove generazioni a continuare il mestiere rappresenta oggi uno dei maggiori problemi per la sopravvivenza del Dhoby Khana.

Il processo conserva molto della tecnica tradizionale. Gli indumenti vengono separati, immersi nell’acqua e nel detergente e battuti sulle pietre di lavaggio. Seguono risciacquo, eventuale inamidatura e asciugatura.

Quando il clima lo permette intervengono sole e vento; durante il monsone diventano invece preziosi gli spazi coperti da una tettoia. Pare che il Sangham abbia progressivamente introdotto alcune macchine: una fonte recente parla di oltre venti dryer, oltre a drainer, boiler e altre apparecchiature acquistate collettivamente.

È quindi un interessante modello ibrido tra artigianato e meccanizzazione: le macchine non hanno completamente sostituito il mestiere, ma vengono utilizzate per alleggerirne alcune fasi.

E c’è un particolare che racconta bene quanto questo luogo faccia ancora parte dell’economia di Fort Kochi: qui non arriva soltanto il bucato delle famiglie. Una parte consistente del lavoro proviene da hotel, homestay e attività ricettive della zona, oltre che dalle abitazioni.

Una professione che rischia di scomparire

Proprio qui emerge il paradosso. Il Dhoby Khana è contemporaneamente un luogo storico, una piccola infrastruttura dell’economia locale e un mestiere a rischio.

Il lavoro è fisicamente impegnativo e le nuove generazioni hanno maggiori possibilità occupazionali rispetto ai loro genitori. Il Vannar Sangham ha per questo cercato di modernizzare la struttura anche con l’obiettivo di rendere il mestiere più attrattivo per i giovani.

La prospettiva discussa negli ultimi anni è quella di aggiungere lavatrici, asciugatrici e nuove infrastrutture senza cancellare completamente l’identità storica della lavanderia.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante in chiave di sostenibilità: come modernizzare un lavoro tradizionale senza eliminare il lavoro stesso?

Kochi non è un caso isolato

Il modello del dhobi ghat o dhobi khana appartiene alla storia di molte città indiane. La parola ghat, in questo contesto, ha finito per identificare gli spazi collettivi nei quali numerosi lavandai lavorano fianco a fianco.

La struttura tipica comprende vasche o postazioni individuali con una pietra sulla quale battere gli indumenti, grandi superfici di asciugatura e aree per stiratura e smistamento.

Il caso più celebre è il Mahalaxmi Dhobi Ghat di Mumbai, realizzato nel 1890. È una vera infrastruttura produttiva urbana: una fonte dell’Indian Express parla di oltre 100.000 capi trattati ogni giorno.

E il modello è ancora vivo: nel 2026 risultavano 730 dhobi con diritti e licenze storiche e altrettante postazioni di lavaggio, anche se la struttura è sotto forte pressione a causa della trasformazione immobiliare della città.

Anche Kolkata conserva una tradizione analoga. Il South Dhobikhana di Maddox Square ha più di 120 anni ed è descritto come un grande impianto di lavanderia all’aperto nato durante il dominio coloniale, diventato nel tempo non soltanto luogo di lavoro ma anche spazio sociale della comunità dei dhobi.

E una storia simile appartiene anche a Chennai: il grande dhobikhana di Saidapet nacque alla fine dell’Ottocento e arrivò a ospitare una comunità di circa 150 famiglie che lavavano inizialmente la biancheria di britannici e nawab e, successivamente, quella delle famiglie e degli alberghi cittadini.

La particolarità di Fort Kochi, quindi, non consiste nell’aver inventato il dhobi ghat. Sta piuttosto nell’essere riuscita a conservare in scala relativamente piccola una lavanderia comunitaria legata alla stessa comunità migrata qui secoli fa.

È un luogo nel quale un mestiere nato per soddisfare le necessità dei colonizzatori è stato trasformato in patrimonio economico e culturale della città.




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 M.Cristina Ceresa

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