Ci siamo abituati a riempire tutto: i silenzi, le attese, le case, le agende e perfino quei trenta secondi in ascensore. Il concetto giapponese di “Ma” propone l’esatto contrario: lasciare uno spazio vuoto perché qualcosa possa finalmente respirare

Una pausa. Mentre si discute si fa una pausa per evitare di dire cose inutilmente dannose. Si rimane semplicemente in silenzio per qualche minuto, senza vomitarsi tutto addosso e subito. Lo fanno le coppie giapponesi, ma non solo: è necessario anche mettere una pausa prima che venga condivisa una decisione o lo spazio che un capo lascia a una squadra per riflettere oppure il tempo prima del prossimo scambio di e-mail. Ed è magnifico.

È la meravigliosa regola del “Ma“, un concetto filosofico – ed estetico – giapponese che raffigura lo spazio vuoto tra le cose, condizione essenziale per l’esistenza e il significato delle cose stesse. Il lietmotiv? L’assenza può essere importante quanto la presenza. Chi lo conosce?

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Provate a pensarci: quando è stata l’ultima volta che avete aspettato qualcuno senza prendere immediatamente in mano il telefono? O che avete bevuto un caffè senza leggere, ascoltare, rispondere, scorrere? Abbiamo sviluppato una certa insofferenza per il vuoto: il silenzio in una conversazione ci sembra imbarazzante, un pomeriggio senza programmi quasi sprecato e una parete libera ci fa venire voglia di appenderci qualcosa. Cinque minuti senza stimoli diventano subito un’occasione per controllare notifiche, mail, messaggi.

Come se ogni spazio lasciato libero fosse un difetto da correggere.

Cos’è davvero il Ma

Eppure, nella cultura giapponese esiste quella parola capace di ribaltare completamente questa prospettiva: Ma, che non significa semplicemente “vuoto”, piuttosto lo spazio tra le cose, l’intervallo che permette alle cose di esistere pienamente. La pausa tra due parole, il silenzio tra due note, lo spazio intorno a un oggetto. Il momento prima di rispondere. E forse è proprio questo che abbiamo dimenticato: non tutto ciò che è vuoto deve essere riempito.

In giapponese, Ma (間: nel carattere ci sono due componenti. La prima è la cornice esteriore che indica una porta 門, la seconda indica il sole 日) sta ad indicare uno spazio, una distanza, un intervallo o una pausa e nella cultura estetica e artistica giapponese il concetto assume un significato molto più ampio: quello non è semplicemente qualcosa che manca, ma qualcosa che contribuisce a dare forma e significato a ciò che lo circonda. Il contrario, insomma, del nihil occidentale, del vuoto che rappresenta il nulla.

Pensate a una stanza: è fatta certo di pareti, porte e finestre. Ma in realtà ciò che ci permette di entrarvi, camminare, sederci, vivere è proprio lo spazio libero tra quelle pareti. Con il Ma accade qualcosa di simile: il vuoto smette di essere assenza e diventa possibilità e rappresenta quella fessura attraverso cui può entrare la luce.

E attenzione: il Ma non ci invita a trascorrere le giornate immobili, ma è piuttosto un invito a non comprimere ogni esperienza contro quella successiva, a lasciare che tra una cosa e l’altra esista un margine e un respiro, perché, se non c’è distanza, perfino le cose belle rischiano di confondersi. Una canzone senza pause diventerebbe un suono continuo, una pagina senza margini sarebbe soffocante, una conversazione nella quale nessuno smette mai di parlare sarebbe estenuante.

Dove possiamo incontrare il Ma nella cultura giapponese

Il concetto di Ma emerge in moltissime forme dell’arte e della cultura giapponese, dall’architettura alle arti performative. Nelle forme teatrali tradizionali, per esempio, le pause tra un gesto e l’altro o tra le battute possono avere un valore espressivo tanto importante quanto ciò che viene detto o fatto.

  • nel giardino zen, i celebri karesansui, i giardini secchi composti da ghiaia, pietre e pochissimi altri elementi: a colpirci spesso non sono soltanto le rocce, ma tutto ciò che esiste tra una roccia e l’altra. Quello spazio apparentemente inutilizzato costringe lo sguardo a rallentare, senza sovraccaricarci e lasciando alla mente il compito di completare ciò che vede

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  • nella cerimonia del tè, durante la quale il tempo non viene trattato come qualcosa da ottimizzare. I movimenti seguono un ritmo preciso, tra gesti, attese, silenzi. Provate a pensare a quante azioni facciamo invece senza nemmeno accorgercene: mangiamo mentre leggiamo, camminiamo mentre rispondiamo ai messaggi, ascoltiamo qualcuno mentre prepariamo già mentalmente la nostra risposta
  • nell’architettura. Il Ma è profondamente legato anche al modo di concepire lo spazio. Non conta soltanto ciò che viene costruito, ma anche il rapporto tra pieno e vuoto, interno ed esterno, luce e ombra. In questo senso il Ma ha avuto un ruolo importante nella riflessione sull’architettura e sul design giapponesi
  • nelle conversazioni. Esiste poi il Ma delle parole ed è la cosa che a noi piace di più. Le parole e la pausa prima di rispondere, quel breve silenzio nel quale una frase può sedimentare prima che un’altra arrivi a coprirla. In alcune forme della comunicazione giapponese questa sospensione può avere un valore relazionale ed espressivo preciso, offrendo una domanda interessante da rivolgere alla nostra quotidianità: perché abbiamo così tanta fretta di rispondere?

Come portare un po’ di Ma nelle nostre giornate

Potremmo cominciare da cose minuscole:

  • aspettare tre secondi prima di rispondere: quando arriva una domanda che ci irrita, quando qualcuno dice qualcosa che ci ferisce, quando leggiamo un messaggio e sentiamo immediatamente il bisogno di replicare. Fermiamoci. Quello spazio serve semplicemente a capire chi sta per rispondere: voi o il vostro automatismo. E a volte tre secondi cambiano completamente una frase
  • lasciamo che un pasto non sia un contenuto da condividere: un pranzo senza video, una colazione senza notizie, una cena senza telefono sul tavolo. Guardiamo le persone che abbiamo davanti. Oppure niente
  • proteggiamo i primi minuti del mattino: molti di noi aprono gli occhi e, prima ancora di capire come stanno, controllano cosa è successo nel mondo. Mail, messaggi, notifiche, titoli e in pochi secondi siamo già dentro le richieste degli altri. Proviamo, anche soltanto per dieci minuti, a non farlo. Guardiamo fuori dalla finestra, prepariamo il caffè, facciamo la doccia. Semplicemente per concederci il lusso di incontrare noi stessi prima di incontrare Internet
  • lasciate vuota una superficie, una scrivania, un comodino, un angolo del tavolo. Togliamo qualcosa invece di aggiungerla e non perché il minimalismo sia moralmente superiore al disordine, ma perché uno spazio libero può avere un effetto sorprendente sulla nostra percezione. È come se ci dicessimo: “qui non deve esserci per forza qualcosa”
  • non riempire subito il silenzio: quando qualcuno ci parla di qualcosa di importante, proviamo a non saltare immediatamente dentro il suo racconto. Quante cose non vengono dette perché siamo troppo veloci nel riempire il silenzio?

Il Ma, insomma, non aggiunge. Toglie e lascia uno spazio libero. E ci pone questa domanda: “cosa succederebbe se lasciassi finalmente un po’ di giornata vuota?“. All’inizio potremmo sentirci strani e potremmo annoiarci, la mano potrebbe cercare automaticamente il telefono. Potrebbe perfino comparire una certa inquietudine.

Ma poi, dentro quello spazio apparentemente inutile, potremmo accorgerci di qualcosa che il rumore aveva coperto. Un pensiero, una stanchezza, un desiderio, una persona che è rimasta dentro di noi, il sapore del caffè. Oppure semplicemente niente e anche quel niente, ogni tanto, può bastare.

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 Germana Carillo

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