Morto Domenico Papalia, il boss della ‘ndrangheta al Nord tra affari e servizi segreti


Da via dei Mille a via Fratelli Rosselli, da piazzetta San Biagio, oltre via Nearco, via Milano, strada dopo strada, la geografia criminale della Platì del Nord sfuma e si svuota di significato in questo giorno di fine estate. La morte di Domenico Papalia, classe ’45, capo riconosciuto della ‘ndrangheta al Nord e in tutta Italia, da quasi cinquant’anni in carcere, chiude almeno quattro decenni di affari e mafia, di collusioni istituzionali, di traffici e sangue, restituendo Buccinasco alla sua reale dimensione, quella di poco affascinante paesone alle porte di Milano.

Generazione dopo generazione qui la morsa della ‘ndrangheta si è allentata fino a scomparire. Micu è morto, il fratello Antonio, per anni reggente della Lombardia è in carcere, mentre Rocco, il meno capace dei tre fratelli dal punto di vista criminale, è libero dopo aver scontato la sua pena. Resta ai domiciliari per droga il nipote Domenico Papalia. Le ultime inchieste poi raccontano di come i rampolli si siano spostati in campagna, in quella zona di confine con il comune di Pavia. A Buccinasco resta, come da copione italiano, lo spaccio e qualche soggetto dal pedigree criminale ormai ingrigito. Qui anche il Bar Lyons di via dei Mille, fino ai primi Anni duemila storico ufficio del clan Papalia, si è trasformato in un centro massaggi cinese. C’è da non crederci, passandoci davanti oggi, che ai tavolini di quel bar fumoso il primo febbraio del 1988 si è tenuto il più importante summit della ‘ndrangheta dell’Aspromonte con rappresentati i paesi di Platì, Africo e San Luca. C’erano Giuseppe Morabito detto u Tiradrittu, Antonio Pelle detto Gambazza e Antonio Papalia, fratello di Domenico.

Micu in quell’anno è già in carcere e lo è da tempo, dalla fine degli Anni settanta quando viene condannato per l’omicidio di Antonio D’Agostino avvenuto a Roma nel 1976. In quegli anni Micu Papalia “era già apparso in azione nel sequestro Ferrarini, con Giuseppe Barbaro e Arturo Kravos”. Nel 1983 ci sarà la condanna definitiva all’ergastolo. Per quell’omicidio, Papalia sarà totalmente assolto nel 2017. Ma ormai gli anni sono passati. E nel frattempo gli piovono addosso altre condanne, su tutte l’ergastolo come mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, ucciso l’11 aprile 1990 a Carpiano, lungo la provinciale che porta al penitenziario di massima sicurezza. Indagine che ha chiuso il cerchio attorno a esecutori e mandanti, seppur resti lampante il sospetto di una regia occulta con soggetti dei servizi deviati a tirare le fila dell’omicidio di un uomo per bene, perché proprio come tale, Mormile avrebbe potuto mettere a rischio i rapporti ben poco trasparenti con lo stesso Papalia.

Insomma la morte di Domenico Papalia, deceduto la scorsa notte all’ospedale San Paolo di Milano per le complicanze di un tumore, chiude il grande libro della ‘ndrangheta di Platì al Nord. Resta una foto sbiadita quella scattata dagli inquirenti e che nel 1975 ritrae Papalia, Barbaro e Kravos in una cabina telefonica davanti al cimitero Monumentale mentre trattano il riscatto di un sequestrato. Erano gli anni in cui a Milano c’era ancora la nebbia e il freddo pungeva le ossa. Antonio Papalia stava ai tavolini del Lions assieme ai Sergi, Molluso, Grillo, Trimboli. Tutti parenti, tutti di Platì. Il gotha della ‘ndrangheta come lo svelò Saverio Morabito in centinaia di pagine di verbali sfociate nel blitz Nord-Sud della Procura di Milano e che coinvolse lo stesso Domenico Papalia e i suoi due fratelli.

Sono i primi Anni novanta, Mormile è già stato ucciso, Tangentopoli sta per iniziare, ma a Milano già la mafia si è accomodata nelle stanze del potere. I Papalia da sempre hanno sostenuto il Partito socialista. Oltre la droga, poi, l’edilizia e con, gli affari, i voti alla politica. “Abbiamo costruito un’intera città”, reciterà anni dopo un’intercettazione dell’inchiesta Cerberus sui nuovi rampolli della ‘ndrangheta. Oggi il civico 2 di Lamarmora a Buccinasco è una semplice zona residenziale. Qui però negli Anni novanta, quattro appartamenti con annesso box e taverna erano di Antonio Papalia e di Francesco Sergi, la cui sorella, Rosa, sposerà lo stesso Papalia. E qui, negli Anni novanta, passava i suoi permessi. Permessi dal carcere di Parma sui quali, da sempre non provata, pesa l’ombra dei rapporti con i servizi segreti. E comunque sia, in questa strada anonima sono stati officiati diversi summit.

Tra i giovani di quella squadretta di “calabresi” vi era anche Annunziatino Romeo, oggi imputato nel processo Equalize sui dossier illegali, e già collaboratore di giustizia in quanto legato alla ‘ndrangheta di don Micu. In una registrazione davanti al pm di Reggio Calabria Roberto Pennisi del boss deceduto dirà: “Il rappresentante della famiglia dei Papalia è Domenico e non solo rappresentante della sua famiglia, è il rappresentante nazionale della ‘ndrangheta, lui è il cervello della ‘ndrangheta in Calabria. Lui è l’uomo di punta, di maggior prestigio”. Nel 1981, lo stesso Micu Papalia dal carcere scrive una lettera a Domenico Barbaro detto l’Australiano, padre di Salvatore Barbaro, condannato per mafia e marito di Serafina Papalia, nipote di Micu e figlia di Rocco Papalia. Scrive il boss per complimentarsi con l’Australiano “per il fiore (dote mafiosa, ndr) che ti hanno dato, vedi che sono in pochi ad averlo a Platì e devono saperlo solo coloro che ce l’hanno, cioè ce l’ho io, Ciccio Sparito, Rosi, mio zio U Nigru (tutti legati alla cosca Barbaro, ndr), Peppe Grillo e altri pochi”.

Per anni, fino al blitz Nord-Sud, e poi ancora oltre, seguendo i sequestri di persona, il traffico di droga e altro, c’è stato a Milano un poliziotto che i Papalia li ha arrestati e per farlo ha dovuto conoscerli, attraverso le intercettazioni e interminabili ore di servizi di appostamento, fino a parlarci direttamente. Era l’ex sostituto commissario della squadra Mobile Carmine Gallo, morto nel 2025 mentre si trovava agli arresti domiciliari per il suo coinvolgimento nell’inchiesta Equalize. Nel 1997, quando le indagini sul sequestro dell’imprenditrice Alessandra Sgarella, stanno languendo, Gallo ottiene il permesso dai magistrati di Milano di avviare colloqui con alcuni boss della ‘ndrangheta. Quando una mattina arriva nel carcere di Rebibbia per incontrare Papalia, il poliziotto ha già in tasca la disponibilità a far liberare l’ostaggio di un capo della cosca Barbaro. Quando i due si vedono nella sala colloqui, Papalia abbraccia il poliziotto sussurrando all’orecchio “sono a disposizione”. Non servirà. “Domenico Papalia – raccontava spesso Gallo – era un uomo di grande cuore. Uno che dall’alto del suo potere criminale, quando in cella arrivava un nuovo detenuto, magari un semplice spacciatore straniero, era capace di preparargli il caffè”. Questo era Micu Papalia, “un uomo di pace”, boss ascoltato, “il vero cervello della ‘ndrangheta” e non solo quella lombarda.


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Davide Milosa

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