Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Tornato a Itaca, Ulisse si rivela al figlio Telemaco e al fido Eumeo; e col loro progetta la vendetta. Sotto le mentite spoglie di un mendico si reca quindi a palazzo.
PornOdissea. Nella reggia, frattanto, a Penelope il disegno ispirava Atena di mostrarsi ai Proci, onde allargargli in petto il cor di nova speme e fregarli ancora. Ad un’ancella pertanto si rivolse, mirandosi allo specchio, con tali accenti: PENELOPE: “Sento un desire mai sperimentato, Eurinome, di mostrarmi ai pretendenti, bench’io tutti li aborra, e alluparli. M’acchitterò a modo e nel salone mi paleserò. Di lato mi starai: pudor mi vieta d’offrirmi sola ai quei disgustosi”.
Liberò l’ancella allor dalle pudiche labbra questi detti: EURINOME: “Erri a disprezzarli, mia regina. Antinoo ha due coglioni deliziosi! Per non dir del pisellone bianco di Anfinomo, del muscoloso deretano di Eurimaco, delle dita veloci di Polibo, della verga scarlatta di Agelao, di quella insù piegata di Anfimedone, e di quella esagerata di Demoptolemo, di cui una sguattera disse: ‘Mi ha scopato, ma ancora non so se col suo cazzo o col suo braccio’”. Rise la regina alla boutade.
In quella, con prestezza, Telemaco la stanza penetrava. Del caro figlio al collo le braccia gettò la madre, e la fronte baciogli, ed ambo gli occhi. PENELOPE: “Amata luce, venisti adunque, eroe dei diecimila colpi potenziali. Parla: quale incontri avesti, l’Ellade girovagando?” TELEMACO: “Inutili, tanti; meco tuttavia porto uno straniero che a Troia conobbe il padre mio e ne ha notizie. Voglio che sotto il nostro tetto questa notte russi”.
Con tai voci Telemaco alla madre l’anima in petto scompigliava. Quando fu acconcia, dall’erma stanza scese la figlia del glorioso Icario, seguita dall’ancella. Una vaga tunica indossava, sì trasparente che nulla indovinar lasciava. Senza forza restaro e senza moto i prenci. A lor così dicesti, dunque, Penelope: “Domani svelerò chi tra voi mi sarà sposo”. Esultan quelli, eccitati alquanto; e balli e canti imprendono, e dalle liete coppe il licor, dolce qual miele, a piena voglia libano, inondandosi il torace, finché, nel mezzo a rompergli i diletti, l’ombra notturna sovra lor cade. Onde offrir le membra al sonno, ai propri alberghi affrettan di ritrarsi.
Nell’ampia sala il divino Ulisse resta solingo, come una cosa posata in un angolo e dimenticata: le quattro capriole di fumo del focolar mira, mali nella mente seminando agli stronzoni. Ad Afrodite pari, Penelope al salon riede. L’usato seggio di gran pelle steso, cui avori e argenti avea commesso Icmalio, già di Sottsass collaboratore appo lo studio Memphis, dinanzi al foco collocan le ancelle: in questa sede s’adagiò Penelope, le piante su un polito sgabello sostenendo.
Alla dispensiera disse quindi la regina: PENELOPE: “Dai un comodo scanno allo straniero, Deborah. Interrogarlo voglio, un conforto cercando in tanta doglia”. Quella un bianco cesso recò in fretta, e giù pose, e d’una densa pelle lo coprì: il molto dai casi afflitto Ulisse, l’eroe dalla mai doma verga, vi sedette. Gli disse la mugliera: PENELOPE: “M’han riferito che sotto quegli stracci un corpo niente mal nascondi, tapino, come quelli che una vedova, quando voglia ha assai, nelle calde notti estive sogna. Anche a me capita spesso di vagheggiar bei manzi. Ah, se non fossi fedele a mio marito! Ma parlami di te. Fra molti grami forestier, che a questa magion s’avvicinaron, un sol, che a Ulisse nella voce, ne’ piedi, in tutto il corpo, somigliasse cotanto, io mai nol vidi. Chi, di che loco, e di che stirpe sei?”
Su un gomito appoggiata, le tornite gambe sbucar fece dal peplo. Qual lione affamato, saltarle addosso l’eroe volea, ovviamente; ma in bocca gli pose Atena questi motti: ULISSE: “Sono Scureggia, vengo da Corpolò, Minosse è un mio antenato. Felice un giorno anch’io splendido ostello abitava, ma Zeus, e nota la cagion n’è a lui, disfar mi volle. Comunque, un dì venne a trovarmi Ulisse: scampato a una burrasca, alla superba Ilio tendea. Con gran riguardo in casa mia lo addussi. Per parecchi giorni onor gli resi, ch’io seppi meglio: fu un ospite squisito. E che verga avea! Gliela vidi una mattina che pisciava sul pollame”.
Così fingea, panzane molte al vero simili proferendo: ella, in udirle, pianto versava, e struggeasi tutta; ma come neve che sugli alti monti sciogliesi di scirocco all’improvviso fiato, sì che gonfiati al mar corrono i fiumi, tal si stemprava in acqua la vagina sua, l’uom suo diletto, che sedeale in fronte, desiando. Della consorte lacrimosa pietà nell’alma risentia l’eroe, stagnando però in petto ad arte il ritenuto pianto, onde non tradirsi stoltamente.
Poiché di lacrime fu sazia, così Penelope ripigliò i detti: PENELOPE: “Straniero, delle tue storie una prova voglio. Quali panni rivestian mio marito?” ULISSE: “Un manto di porpora velloso, cui doppio unia sul petto fermaglio d’oro, e nel dinanzi ornava mirabile ricamo: una donna tenea co’ piedi stretto un pisellone, e con aperta bocca sovra lui pendea. A rimirarli in oro effigiati ambo così, che l’uno soffoca l’altra, che già l’addenta, ne’ piedi palpitando, stupian le donne, tutt’eccitate”.
PENELOPE: “Hai detto il vero, ospite: io stessa nel purpureo manto il mirabile ricamo ricamai. Cos’altro sai di Ulisse?” ULISSE: “So ch’è salvo e sta arrivando. Presto di nuovo stringerà i tuoi seni, e quel che tra le tue gambe è suo si riprenderà”. “Oh, s’avverasse!” disse l’astinente egregia. Convocò quindi Euriclea, che d’Ulisse era stata la nutrice. PENELOPE: “Codesto galantuomo lava e un morbido letto apparecchiagli, ov’ei corcato si scaldi sino all’alba. Meglio che a fargli il bagno sia una fantesca annosa, più che un’ancella tentatrice, specie se costui, come mi pare, è Ulisse. Lui sarà anche furbo, ma io non sono scema!”
Una lucente conca prese la vecchia, e molta acqua calda entro versovvi. Da presso indi gli si fece. Il suo re lavava, strofinandolo fino alle vergogne, quando vide che quai noci di cocco erano grossi e villosi i suoi coglioni; e che una voglia rossa, qual bacio femminino, a metà stava del sacchetto suo. Ravvisò il segno la vecchia: baciò il superbo pacco un giorno Atena, l’armipotente del Saturnio figlia, con la faccia di Euriclea e la voce. In culla stava Ulisse, e già trent’anni avea! Fissò la dea, ridendo, quel segno predestinatore: ciò almen disse Euriclea, scoperta. Tal voglia l’amorosa vecchia conobbe, e il piede lasciò andar giù: la gamba nella conca cadde, ne rimbombò il concavo rame, e in terra l’acqua si sparse. Gaudio la prese e allo stesso tempo duolo, e gli occhi le s’empirono di pianto.
EURICLEA: “Tu sei Ulisse!” Guardò Penelope, volendo mostrar che l’amor suo lungi non era. Ma la regina nelle sue stanze già si trovava, fortunatamente. Serrò Ulisse ad Euriclea la gola, e a sé tirolla, dicendo: “Taci: il nemico ci ascolta!” Replicò la donna col groppo al gargarozzo: EURICLEA: “Il tuo segreto qual dura selce o bronzo serberò, figlio mio: non temere. Lasciamo il resto ai Numi”. Asterso ch’ebbe Ulisse e unto, un pompin mirabile gli fece, gengivale, come ai bei vecchi tempi, qual commiato. Poscia nuovamente al fuoco ei s’accostò col seggio, ponzando la vendetta.
Intanto le leggere che soleano ai Proci darsi usciro di lor camere, in gran riso prorompendo e in turpe gioia, nude. In sè fremea Ulisse. Come all’ignoto abbaiano i segugi, pronti ad attaccare, così il cor gli guaiva, così il suo cazzo palpitava. Saltare loro addosso, o lasciarle invece agli sfessati? Pur, battendosi il pacco, rampognava il Laerziade il pisello: ULISSE: “Buono, Massimiliano. Sta’ giù. Domani, domani!” Massimiliano, infatti, lo chiamava Ulisse. Perché mai? Perché a una verga corta Ugo s’addice. Così i moti Ulisse reprimea del cazzo, che ne’ recinti suoi cheto si stette. (21. Continua)
L’articolo PornOdissea – Ulisse parla con Penelope e viene riconosciuto da Euriclea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Daniele Luttazzi
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