L’“effetto diga” è la metafora che si usa, a volte, in Italia, per evidenziare la gravità del bullismo e far comprendere le gravi ripercussioni sul soggetto coinvolto. Si utilizza per evidenziare il processo in cui la vittima accumula le vessazioni subite (l’acqua che sale) per poi deflagrare nel crollo psicofisico e nelle relative conseguenze (la diga che crolla).
Tale traslato riesce a far comprendere meglio, a tutti, quanto sia imponente il cosiddetto “accumulo silenzioso” della vittima che, tuttavia, fuoriesce in un fragore assordante. Reprimere il forte disagio subìto ha un termine nel momento in cui non è più sostenibile. Lo sfogo mancato nelle varie occasioni quotidiane, né sanato gradualmente, schizza fuori in maniera tempestosa “informando”, a volte, i genitori e le istituzioni che ne erano ignari, recando alla luce i gravi disturbi psicofisici del soggetto bullizzato.
I microtraumi e la rottura della diga
L’accumulo indica come, nel corso del tempo, la vittima sia costretta a subire continui “microtraumi” che, sommati, producono un’immane deflagrazione. A volte, il “materiale” che si deposita a monte della diga non è vistoso e immediato bensì si costruisce subdolo e silenzioso, sottovalutato dal resto del mondo, banalizzato come esito di normali screzi fra coetanei. Più in generale, la locuzione paragona la “piaga” a una qualsiasi ostruzione del “terreno” che non consente il normale fluire delle emozioni e che deflagra in una piena incontrollabile. La rottura della diga è la conclusione inevitabile di chi soffre da tempo e si trova in condizioni disperate, a limiti estremi, in cui, purtroppo, la mente è attraversata (anche per le persone più serene) dalla ricerca di qualsiasi tentativo di “soluzione” seppur drastico.
Il contenimento emotivo e la disperazione
Il conformismo e la paura di una brutta figura spingono, spesso, il malcapitato a un duro contenimento emotivo che diviene, poi, il serbatoio di una colossale alluvione. L’incubo non sembra terminare o risolversi e lo squarcio della diga si avvicina inesorabile. La sopportazione delle vessazioni è giunta al colmo: il/la perseguitato/a urla la propria disperazione e sommerge il contorno ostile. Il parallelo calza alla perfezione, anche nella fase finale. Come una diga irrompe nel territorio circostante, sovverte ecosistemi, distrugge e, purtroppo, reca anche gravissimi disastri, allo stesso modo, il bullizzato che cede, coinvolge tutti coloro che gli sono vicino, in primis i familiari, lasciando vuoti, distruzione morale e affettiva. Dopo la tragedia, si piangono i danni che potevano esser evitati.
Leone XIV contro la violenza e la sopraffazione
A proposito di violenza e sopraffazione, nella Veglia di preghiera dello scorso 11 aprile, Leone XIV ne ricordava i principi fondamentali, per scardinarne l’essenza “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. […] Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. […] Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. […] Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. […] Convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro”.
Comprendere il bullismo per combatterlo
La professoressa Maria Luisa Genta è l’autrice del volume “Bullismo e cyberbullismo” (sottotitolo “Comprenderli per combatterli. Strategie operative per psicologi, educatori ed insegnanti”), pubblicato da “Franco Angeli” nello scorso mese di aprile. Parte dell’estratto recita “In alcune situazioni estreme, l’aggressività ‘cattiva’ dispiega tutta la sua forza: i meccanismi psicologici che portano alla mancanza di responsabilizzazione dell’aggressore e alla svalutazione della vittima si manifestano nel loro potenziale distruttivo. […] Sono adeguati i comportamenti di genitori e insegnanti nell’affrontare il fenomeno? Il testo propone alcuni esempi di ciò che un adulto ‘non dovrebbe fare’, insieme a strategie utili e positive nelle relazioni con i più giovani”.
I dati ISTAT sul bullismo e il cyberbullismo
Lo scorso 23 aprile, l’ISTAT ha pubblicato i risultati dell’indagine “Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi”, visibile al link https://www.istat.it/produzione-editoriale/relazioni-opinioni-e-comportamenti-dei-giovanissimi/. Tra i numerosi dati, si legge “Il 68,5% dei giovani ha subìto, almeno una volta nell’anno precedente l’indagine, episodi offensivi o aggressivi, sia online che in presenza fisica (offline da qui in avanti); in particolare, il 21% ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo con una frequenza superiore a una volta al mese. La cadenza mensile o più frequente degli episodi di bullismo è più comune tra i giovanissimi: il 23,7% degli 11-13enni ha subìto atti vessatori, rispetto al 19,8% dei 14-19enni. Le regioni del Nord registrano le percentuali più alte di ragazzi che denunciano episodi di bullismo (il 22,1% dei ragazzi del Nord-est e il 21,6% di quelli del Nord-ovest). […] Per quanto riguarda il cyberbullismo, invece, non si notano differenze significative tra le due fasce di età, entrambe attorno alla media dell’8%; si registrano, tuttavia, divergenze di genere: l’8,9% dei maschi ha subito cyberbullismo, contro il 6,6% delle femmine”.
Il ruolo degli spettatori
Come noto, il triste fenomeno poggia su un pubblico di spettatori in cui il bullo trova consenso e apprezzamento. Tali seguaci, di cui non occorre dimenticare la nefasta portata, agiscono, spesso, per paura di essere tra le vittime e celebrano, quindi, con ossequio, il loro leader che pratica attivamente violenza fisica, verbale e psicologica. Saliti sul “carro del vincitore” sono lesti a scendere quando conviene. Solo nel momento in cui avranno coraggio a smascherare o a redarguire l’“imperatore nudo”, ne spezzeranno il potere. Ai gregari non è chiesto di utilizzare la stessa violenza del bullo quanto di criticare, assumere una posizione contraria, stigmatizzando il grave operato.
Ansia, solitudine e isolamento delle vittime
Il bullizzato vive in una costante ansia, di continua allerta per pericoli sempre in agguato. La paura che lo attanaglia, lo costringe a chiudersi in una gabbia difensiva e a evitare contatti con il mondo esterno per proteggersi. La solitudine e l’isolamento in cui precipitano i ragazzi colpiti, rappresentano l’aspetto più inquietante della società. Il fallimento non è di queste povere vittime (come il prepotente vuol indurre a credere) ma di una comunità ancora troppo slegata, molto aggressiva e competitiva. Il bullismo è il termometro della socialità e della qualità del legame fra coloro che ne sono parte.
Aver paura della comunicazione e delle relazioni fra pari costituisce l’anello, infimo, di una comunità; in tal caso, l’indifferenza non marcia sola ma si allea, diabolicamente, con la violenza e la discriminazione, dinanzi a un pubblico connivente che gode di tale sacrificio umano.
Una diga contro ignoranza e aggressività
L’unica diga ammissibile in tale contesto è quella che dovrebbero porre le parti coinvolte (famiglie, coetanei, scuola, educatori, istituzioni) contro il tracimare dell’ignoranza e dell’aggressività: un muro che blocchi alla nascita qualsiasi proliferazione di tali atteggiamenti, senza indugio e priva di parziali, infondate comprensioni. Le barriere sono necessarie anche nei confronti di chi umilia con l’obiettivo, perfido, di diffondere nel web tale vessazione come un trofeo, un qualcosa da esibire e su cui speculare, nell’indifferenza dell’altro così gettato nella fossa per soddisfare platee assetate. La viralità conquistata dai video e i like ottenuti, grondano del sangue delle povere vittime.
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Marco Managò
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