Ucraina, la guerra dei droni entra nelle raffinerie russe. Ecco perché Kyiv colpisce il cuore petrolifero di Mosca, obiettivo aumentare costo guerra. INFOGRAFICA
Per molto tempo la guerra tra Russia e Ucraina è stata raccontata soprattutto attraverso la mappa del fronte: città contese, avanzate lente, linee difensive, artiglieria e trincee. Ma una parte sempre più rilevante del conflitto si sta spostando lontano dal Donbass, nei cieli e nelle infrastrutture industriali della Russia.
Le raffinerie sono diventate uno degli obiettivi centrali della strategia ucraina di attacchi a lungo raggio. Non perché distruggere un impianto petrolifero equivalga automaticamente a cambiare l’esito della guerra, ma perché colpire la capacità di trasformare il greggio in benzina, diesel e carburante per aerei significa toccare insieme l’economia civile, la macchina logistica militare e le entrate energetiche del Cremlino.

Kyiv descrive questa offensiva come una forma di “sanzioni a lungo raggio”: se le sanzioni occidentali cercano di limitare l’accesso russo a mercati, tecnologie e capitali, i droni puntano invece a generare danni fisici e costi immediati all’interno del territorio russo. L’obiettivo non è soltanto incendiare serbatoi o fermare temporaneamente un impianto. È costringere Mosca a redistribuire risorse, aumentare la protezione delle infrastrutture, riparare unità danneggiate, limitare le esportazioni di carburante e gestire il malcontento legato a possibili carenze interne.
PERCHE LE RAFFINERIE CONTANO PIÙ DEI POZZI
La Russia resta uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Tuttavia, estrarre greggio e trasformarlo in prodotti utilizzabili non sono la stessa cosa. Una raffineria converte il petrolio in una gamma di prodotti essenziali: benzina per le automobili, diesel per il trasporto pesante e l’agricoltura, carburante per l’aviazione, olio combustibile e materie prime per la petrolchimica. Danneggiare le unità di distillazione primaria o le sezioni più avanzate dell’impianto può ridurre la produzione per settimane o mesi, soprattutto se i ricambi e le apparecchiature di controllo sono difficili da reperire.
Il bersaglio, quindi, non è soltanto il valore dell’impianto. È la sua funzione dentro un sistema più grande: i rifornimenti alle forze armate, la distribuzione alle regioni russe, le esportazioni verso i mercati esteri e le entrate fiscali necessarie a sostenere una guerra lunga.
Nel maggio 2026 Reuters ha calcolato che, dall’inizio dell’anno, gli attacchi ucraini avevano colpito capacità di raffinazione pari a circa 700 mila barili al giorno in 16 raffinerie. Nello stesso periodo, 35 unità di distillazione primaria — per una capacità complessiva superiore a 2,85 milioni di barili al giorno — erano state costrette a fermarsi per danni causati dai droni o per le conseguenze operative degli attacchi. Questo non significa che tutta quella capacità sia stata persa in modo permanente, ma mostra la scala delle interruzioni prodotte dalla campagna
UCRAINA, UNA PRESSIONE CHE SI ALLARGA NEL TERRITORIO RUSSO
La geografia degli attacchi è significativa quanto il loro numero. Le operazioni non riguardano soltanto le regioni russe vicine al confine ucraino: hanno coinvolto impianti in aree industriali e petrolifere lontane dal fronte, segnalando la crescita delle capacità ucraine di condurre attacchi in profondità.
Tra i casi recenti citati da Reuters figurano la raffineria di Perm, fermata dopo un attacco del 21 agosto, e la NORSI di Lukoil, indicata come la quarta raffineria russa per dimensioni e il secondo produttore di benzina del Paese. Secondo fonti industriali riportate dall’agenzia, la NORSI ha sospeso la lavorazione di greggio dopo un attacco con droni il 26 agosto, con danni a unità di processo e infrastrutture interne
Questi episodi hanno un peso che va oltre la cronaca locale. Quando l’obiettivo è una grande raffineria, le conseguenze possono propagarsi lungo tutta la catena: meno carburante disponibile, maggiore competizione per le forniture, riorganizzazione dei flussi ferroviari e marittimi, pressione sui prezzi e minori volumi esportabili.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha rilevato che gli attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture di esportazione russe hanno contribuito a irrigidire i mercati dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne al mercato domestico russo. Nel rapporto di agosto, l’IEA ha inoltre indicato che le interruzioni legate agli attacchi contro le raffinerie russe avevano portato a una riduzione ulteriore di 370 mila barili al giorno nelle stime dei volumi di raffinazione globali del terzo trimestre 2026.
IL PROBLEMA DELLA BENZINA INTERNA
L’effetto politicamente più sensibile è quello visibile ai cittadini russi: la disponibilità di carburante.
A fine agosto, Reuters ha riferito che la produzione di benzina russa era scesa fino a coprire circa il 70% della domanda interna, dopo una serie di attacchi che aveva costretto importanti raffinerie a sospendere le attività. Secondo due fonti del settore, la produzione si attestava attorno a 80 mila tonnellate al giorno, a fronte di un divario di circa 35 mila tonnellate giornaliere rispetto alla domanda.
Questo dato va trattato con cautela: proviene da fonti industriali e non equivale necessariamente a una carenza uniforme in ogni regione del Paese. Inoltre, la domanda di carburanti può crescere stagionalmente, soprattutto durante i periodi di maggiore attività agricola e mobilità. Ma il dato è rilevante perché segnala una dinamica precisa: gli attacchi alle infrastrutture energetiche possono trasformare una guerra lontana dal fronte in un costo concreto per le famiglie, le imprese e le amministrazioni regionali russe.
Per il Cremlino, una crisi del carburante è particolarmente scomoda. Mosca può decidere di ridurre le esportazioni per proteggere il mercato interno, ma così rinuncia a entrate e quote di mercato. Può aumentare l’uso delle scorte o spostare i flussi da altre raffinerie, ma questo accresce i costi logistici. Può imporre controlli e divieti, ma tali misure sono esse stesse il segnale di una pressione crescente.
NON È ANCORA UN COLPO DECISIVO
Sarebbe però sbagliato descrivere gli attacchi come una paralisi definitiva dell’industria petrolifera russa.
La Russia mantiene una grande base di raffinazione, una rete logistica estesa e la possibilità di compensare in parte le interruzioni spostando la lavorazione del greggio verso impianti meno colpiti. Nel 2025, secondo fonti del settore citate da Reuters, la disponibilità di capacità inutilizzata aveva aiutato le raffinerie russe ad assorbire una parte dei danni: nel periodo di massima pressione, la capacità disponibile era stata ridotta fino al 20%, mentre la lavorazione complessiva era diminuita in misura molto inferiore, circa il 6%
È la ragione per cui il parametro più utile non è il numero di droni lanciati, né il numero di incendi ripresi sui social. Occorre osservare quattro indicatori: la durata delle fermate degli impianti, la capacità effettivamente persa, l’andamento di benzina e diesel sul mercato interno e le esportazioni russe di prodotti raffinati.

La differenza tra un danno spettacolare e un danno strategico sta tutta qui. Un incendio può essere domato in poche ore; una unità tecnologica danneggiata, con componenti complessi da sostituire, può invece restare ferma molto più a lungo. E una serie di fermate parziali, distribuite su molti impianti, può diventare più rilevante di un singolo attacco contro una grande raffineria.
UCRAINA, LA STRATEGIA DI KYIV: AUMENTARE IL COSTO DELLA GUERRA
La campagna contro le infrastrutture energetiche russe risponde a una logica di logoramento. L’Ucraina non deve necessariamente distruggere l’intero settore petrolifero russo per ottenere un risultato: può puntare ad aumentare in modo costante il costo della guerra per Mosca.
Ogni attacco riuscito costringe la Russia a scegliere come impiegare risorse finite: più difese aeree per proteggere gli impianti; più spesa per riparazioni e manutenzione; più carburante e trasporti per compensare i vuoti territoriali; meno prodotti disponibili per l’export; maggiore attenzione politica alle conseguenze sociali interne.
Secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies, gli attacchi ucraini a lungo raggio contro raffinerie, infrastrutture energetiche e nodi di trasporto combinano pressione militare ed economica. Da soli difficilmente cambieranno in modo immediato l’orientamento dell’opinione pubblica russa, ma possono aumentare i costi domestici della guerra per il Cremlino.
La loro efficacia, dunque, non dipenderà da un singolo raid. Dipenderà dalla continuità. Se Kyiv riuscirà a mantenere il ritmo degli attacchi, a selezionare bersagli ad alto valore industriale e a rendere le riparazioni più lente dei danni successivi, la pressione sulla Russia potrà accumularsi. Se invece Mosca riuscirà a ripristinare rapidamente le capacità perdute, a proteggere gli impianti più esposti e a usare le riserve disponibili, l’impatto resterà significativo ma gestibile.
IL NUOVO FRONTE DEL PETROLIO
Gli attacchi alle raffinerie raccontano una trasformazione più ampia della guerra. Il fronte non coincide più soltanto con la linea di contatto in Ucraina: passa per le raffinerie sul Volga, i terminali di esportazione, le stazioni di pompaggio, i depositi di carburante e la rete che collega la produzione petrolifera russa alla sua economia di guerra.
Per Kyiv, colpire il sistema energetico significa cercare un vantaggio asimmetrico contro un avversario più grande e con maggiori risorse. Per Mosca, significa difendere non solo il territorio, ma anche la capacità di mantenere normale la vita economica del Paese mentre sostiene un conflitto ad alta intensità.
Il petrolio resta una delle colonne della potenza russa. Ma proprio per questo, nelle mani dei droni ucraini, è diventato anche una delle sue vulnerabilità.
I CASI STRATEGICI
Non tutte le raffinerie colpite hanno lo stesso peso. Alcuni impianti hanno una capacità limitata o svolgono una funzione prevalentemente regionale; altri sono invece nodi essenziali per la produzione di benzina e diesel, per l’approvvigionamento del mercato interno e per la tenuta delle esportazioni russe. Tra i casi più rilevanti emersi nelle ultime settimane, quattro meritano particolare attenzione: NORSI, TANECO, Perm e il gruppo di grandi impianti di Yaroslavl e Volgograd.
NORSI, IL BERSAGLIO PIÙ SENSIBILE
La NORSI, raffineria Lukoil di Kstovo nella regione di Nizhny Novgorod, è probabilmente il caso più significativo dell’ultima fase della campagna ucraina. L’impianto può lavorare circa 15 milioni di tonnellate di greggio all’anno ed è indicato come il quarto maggiore della Russia per capacità di raffinazione. La sua importanza non dipende soltanto dai volumi complessivi: NORSI produce circa 5 milioni di tonnellate annue sia di benzina sia di diesel ed è il secondo produttore russo di benzina
Il fermo della lavorazione del greggio dopo l’attacco del 26 agosto è quindi particolarmente rilevante in un momento in cui la disponibilità di benzina rappresenta uno dei punti più delicati per il mercato interno russo. Colpire NORSI significa interferire non soltanto con l’export petrolifero, ma con un segmento che ha ricadute dirette sui trasporti, sull’agricoltura, sulla mobilità privata e sui prezzi alla pompa.
L’episodio assume un peso ancora maggiore perché, secondo Reuters, con la sospensione di NORSI risultavano ferme anche le altre principali raffinerie di Lukoil: Perm, dopo l’attacco del 21 agosto, e Volgograd, che aveva sospeso la lavorazione del greggio alla fine di luglio. Non si tratta necessariamente di una perdita permanente di capacità, ma della dimostrazione di come attacchi ripetuti possano concentrare la pressione su uno dei maggiori gruppi petroliferi russi
TANECO, GRANDE CAPACITA E ATTACCHI RIPETUTI
La TANECO di Tatneft, a Nizhnekamsk in Tatarstan, è un altro bersaglio di primo piano. Nel 2024 aveva lavorato circa 17 milioni di tonnellate di greggio, collocandosi tra gli impianti più importanti del sistema russo
Il punto non è soltanto la sua dimensione. La raffineria è stata colpita due volte nel giro di pochi giorni, il 10 e il 19 agosto. Questa sequenza aiuta a comprendere l’obiettivo della strategia ucraina: non basta provocare un danno iniziale; colpire di nuovo lo stesso impianto può rallentare le riparazioni, aumentare i costi e prolungare la distanza tra la capacità nominale e quella effettivamente disponibile.
In altre parole, il parametro decisivo non è il numero di incendi o di droni lanciati, ma il tempo necessario per riportare una raffineria alla piena operatività. Un danno circoscritto può essere assorbito; danni ripetuti a componenti industriali e unità di processo rischiano invece di trasformare un’interruzione temporanea in un problema più strutturale.
PERM, YAROSLAVL E VOLGOGRAD: IL NODO DELLA BENZINA
Anche Perm, Yaroslavl e Volgograd hanno un peso rilevante nel sistema energetico russo. Perm aveva lavorato 12,6 milioni di tonnellate di greggio nel 2024; Yaroslavl ha una capacità di circa 15 milioni di tonnellate annue; Volgograd, controllata da Lukoil, aveva lavorato 13,5 milioni di tonnellate nel 2024
Non sono quindi raffinerie periferiche. Il loro temporaneo fermo o la riduzione delle attività arrivano mentre la Russia affronta una crescente pressione sulla disponibilità di benzina. A fine agosto, fonti industriali citate da Reuters stimavano una produzione di circa 80 mila tonnellate al giorno contro una domanda interna di circa 115 mila tonnellate: una copertura vicina al 70%, con un deficit giornaliero attorno alle 35 mila tonnellate
Il legame tra gli attacchi alle raffinerie e il mercato interno è qui più evidente. Mosca può cercare di compensare usando scorte, aumentando le importazioni o limitando l’export, ma ciascuna di queste opzioni comporta un costo: minori ricavi dall’estero, maggiore dipendenza da forniture esterne e interventi amministrativi sul mercato domestico. Reuters ha riferito di restrizioni regionali alla vendita di carburante e di un divieto alle esportazioni di benzina esteso fino al 31 gennaio.
COSA DICONO I DATI IEA
L’International Energy Agency non fornisce una cronaca militare dei singoli attacchi né certifica il danno subito da ogni raffineria. Il suo contributo è diverso e, per certi aspetti, più utile: misura le conseguenze aggregate della campagna sulle estrazioni russe, sulla raffinazione, sulle esportazioni e sul mercato petrolifero globale.
Il primo dato riguarda la produzione di greggio. Nel maggio 2026, secondo l’IEA, la produzione petrolifera russa è scesa a circa 8,7 milioni di barili al giorno: circa il 5% in meno rispetto a un anno prima e il 10% al di sotto dell’obiettivo fissato per quel mese. L’Agenzia ha collegato il calo anche agli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche e ha ridotto di 200 mila barili al giorno la propria previsione sulla produzione russa media del 2026, portandola a 8,95 milioni di barili al giorno
Il secondo dato riguarda i prodotti raffinati. Nei suoi rapporti estivi, l’IEA ha segnalato che gli attacchi contro le raffinerie russe e le infrastrutture di esportazione hanno ridotto la disponibilità di carburanti sia in Russia sia sui mercati internazionali. La conseguenza non è soltanto una minore capacità industriale sulla carta: è una maggiore competizione per benzina, diesel e jet fuel, in un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente.
Nel rapporto di agosto, l’Agenzia ha rivisto al ribasso di 370 mila barili al giorno le stime della raffinazione globale nel terzo trimestre 2026, citando fra i fattori le continue interruzioni alle raffinerie russe e le difficoltà nelle esportazioni di prodotti petroliferi dal Medio Oriente.
C’è poi un elemento che richiede cautela. Nonostante la pressione sulle raffinerie, nel maggio 2026 le esportazioni russe di greggio e prodotti petroliferi erano rimaste attorno a 7,4 milioni di barili al giorno, un livello sostanzialmente stabile su base annua. Ciò mostra che la Russia conserva ancora margini di adattamento: può deviare flussi, utilizzare capacità disponibile in altri impianti, modificare l’equilibrio tra mercato interno ed export e ricorrere alle scorte
La lettura corretta, quindi, non è quella di un sistema petrolifero russo già paralizzato. Gli attacchi ucraini stanno però aumentando il costo di funzionamento del sistema: costringono Mosca a proteggere più infrastrutture, riparare unità complesse, rinunciare potenzialmente a parte delle esportazioni e contenere gli effetti sociali di una minore disponibilità di carburante.
Reuters, calcolo sulla capacità di raffinazione russa colpita tra gennaio e maggio 2026: circa 700 mila barili al giorno su 16 raffinerie; 35 unità di distillazione primaria interessate da danni o interruzioni.
FONTI – Reuters – International Energy Agency, Oil Market Report, luglio e agosto 2026 – CSIS, analisi sugli attacchi ucraini a lungo raggio contro raffinerie e infrastrutture energetiche russe
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Edoardo Spera
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