In Basilicata la Sellata viene giù


Il gip del Tribunale di Potenza ha convalidato il sequestro dell’area interessata dai lavori per la realizzazione di una seggiovia nel comprensorio sciistico Sellata-Pierfaone, nel comune di Abriola, in provincia di Potenza. Si tratta di un passaggio giudiziario che imprime un peso specifico non trascurabile a una vicenda già al centro dell’attenzione pubblica, dopo l’azione preventiva condotta nei giorni scorsi dai Carabinieri Forestali. La conferma del sequestro non è soltanto un atto procedurale. È, piuttosto, il segnale che gli elementi raccolti nella fase iniziale dell’inchiesta sono stati ritenuti meritevoli di ulteriore approfondimento. Quando la magistratura interviene su un cantiere inserito in un progetto di riqualificazione territoriale, soprattutto in un’area di pregio naturalistico, il terreno del confronto smette di essere esclusivamente tecnico e diventa inevitabilmente anche politico, istituzionale e culturale. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Potenza, si concentrano su presunte ipotesi di reato che toccano nervi scoperti del rapporto tra sviluppo e ambiente: falso ideologico, inquinamento ambientale e violazioni della normativa sulle aree protette. Contestazioni gravi, che riguarderebbero la redazione del progetto destinato alla riqualificazione e valorizzazione del comprensorio. Il punto, almeno per come emerge dagli atti richiamati nella notizia, è tutt’altro che marginale. Se il progetto fosse stato costruito su presupposti non corretti o su rappresentazioni non fedeli della realtà, la questione non investirebbe soltanto la forma degli atti amministrativi, ma la sostanza stessa della loro legittimità. E in un contesto ambientale delicato, la differenza tra una valutazione accurata e una superficiale può valere quanto la differenza tra tutela e compromissione. L’area interessata dai lavori ricade infatti nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano e nella Zona Speciale di Conservazione Faggeta di Monte Pierfaone. Già questi due riferimenti bastano a spiegare perché la vicenda abbia assunto un rilievo che supera i confini di Abriola e della stessa provincia di Potenza. Non si discute, in astratto, del diritto di un territorio montano a cercare nuove leve di sviluppo turistico. Sarebbe miope negare che molte aree interne del Mezzogiorno abbiano bisogno di infrastrutture, investimenti e occasioni di rilancio. Ma qui il punto è un altro: come si concilia un’infrastruttura pensata per rafforzare l’attrattività del comprensorio con i vincoli stringenti imposti da un’area protetta? E soprattutto: il percorso amministrativo e progettuale è stato davvero all’altezza della sensibilità del contesto? È questa la domanda che aleggia sulla vicenda come una nebbia fitta di montagna: non impedisce di vedere del tutto, ma costringe tutti a muoversi con estrema cautela. A rendere ancora più acceso il confronto è stato il taglio di circa mille alberi, elemento che ha provocato la reazione delle associazioni ambientalistiche. Il numero, di per sé, ha una forza evocativa immediata. Mille alberi non sono una cifra neutra, non sono un dettaglio da confinare in una relazione tecnica. Diventano simbolo, immagine concreta, ferita visibile nel paesaggio. Per i movimenti ambientalisti, proprio questo aspetto rappresenta il cuore del problema: la riqualificazione non può trasformarsi in una sottrazione irreversibile di patrimonio naturale, tanto più se l’intervento insiste su una Zona Speciale di Conservazione come la Faggeta di Monte Pierfaone. In casi del genere, ogni albero abbattuto finisce per pesare anche sul piano dell’opinione pubblica, perché traduce un conflitto astratto in un fatto tangibile. Del resto, il lessico dello sviluppo sostenibile viene spesso evocato con generosità, talvolta persino con leggerezza. Ma sostenibile non può essere un aggettivo ornamentale, buono per i comunicati e meno per i cantieri. Deve significare verifica rigorosa degli impatti, trasparenza nelle procedure, coerenza tra obiettivi economici e limiti ambientali. Sul versante politico e amministrativo, al centro del dibattito c’è anche l’investimento da otto milioni di euro previsto dalla Regione Basilicata. Una cifra importante, che testimonia la volontà di puntare sul comprensorio Sellata-Pierfaone come leva di rilancio. Ma proprio perché le risorse pubbliche sono consistenti, cresce l’esigenza di chiarezza sull’iter seguito. Le polemiche, infatti, non riguardano soltanto l’opportunità dell’opera, ma il percorso attraverso il quale essa è stata autorizzata e portata avanti. In altre parole, non è in discussione esclusivamente il “cosa”, ma anche il “come”. E il “come”, nelle opere pubbliche che insistono su aree sensibili, è spesso decisivo almeno quanto il risultato finale. Un’amministrazione che investe somme rilevanti in un territorio fragile ha il dovere di dimostrare non solo ambizione strategica, ma anche impeccabilità procedurale. Perché quando sorgono dubbi, il rischio è duplice: da una parte si rallenta l’opera, dall’altra si incrina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La vicenda di Sellata-Pierfaone riporta così al centro una questione che attraversa molte realtà italiane, specialmente quelle montane: fino a che punto si può spingere la mano dell’uomo dentro ecosistemi protetti in nome dello sviluppo? È una tensione antica, ma oggi ancora più acuta per almeno due ragioni. La prima è che il cambiamento climatico impone di ripensare anche il modello economico dei comprensori sciistici, specie in territori dove l’affidabilità della neve non può più essere data per scontata come un tempo. La seconda è che la sensibilità collettiva verso il patrimonio naturale è cresciuta, e con essa il livello di attenzione sulle decisioni pubbliche che incidono sul paesaggio. In questo quadro, una seggiovia non è mai soltanto una seggiovia. È un’idea di territorio. È una scommessa sul futuro. È, se si vuole, una cartina di tornasole del rapporto tra politica, tecnica e legalità. Per questo il caso di Abriola non può essere liquidato come una disputa locale: parla a tutte le amministrazioni chiamate a misurarsi con la modernizzazione di aree pregiate. Ora sarà il lavoro degli inquirenti, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Potenza, a chiarire se le presunte irregolarità ipotizzate abbiano effettivo fondamento e quali eventuali responsabilità possano emergere. In questa fase, è essenziale mantenere equilibrio: da un lato il rispetto per l’azione della magistratura, dall’altro la necessità di non trasformare le contestazioni in sentenze anticipate. Resta però un dato politico e civile che precede perfino l’esito giudiziario: quando un progetto pubblico in un’area protetta genera un sequestro, proteste ambientaliste e discussioni sull’iter amministrativo, significa che la filiera delle decisioni non è riuscita a produrre quella condivisione e quella limpidezza che sarebbero state necessarie. Ed è forse qui il punto più istruttivo dell’intera vicenda. Le opere che toccano il paesaggio, i boschi, gli equilibri naturali non possono camminare come bulldozer in una cristalleria, confidando che la sola etichetta della valorizzazione basti a dissipare dubbi e opposizioni. Hanno bisogno di basi solide, controlli stringenti, linguaggio di verità. Nell’attesa degli sviluppi, Sellata-Pierfaone resta sospesa tra due immagini opposte: da un lato la promessa di rilancio turistico, dall’altro l’ombra lunga delle contestazioni ambientali e giudiziarie. E in mezzo, come spesso accade in Italia, c’è la domanda più semplice e più scomoda: si poteva fare meglio, con maggiore prudenza, trasparenza e rispetto del contesto?




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