Dalla valigia del padre, tornato dalla guerra, a un gruppo che oggi conta circa 600 dipendenti e oltre 150 milioni di euro di fatturato infragruppo. La storia di Michelangelo Mammana incrocia in maniera quasi naturale il tema di Agorà Sud e del “diritto a restare”.
A raccoglierne la testimonianza è Massimo Scaffidi ufficio stampa Agorà Sud, partendo proprio dalle radici e da quella valigia con cui il padre dell’imprenditore fece ritorno a Castel di Lucio dopo la guerra e la prigionia in Africa.
Un’immagine che richiama anche le valigie di cartone degli emigranti meridionali. Mammana sarà tra i “testimonial” al convegno di domani dall’emblematico titolo:Agorà Sud – Il luogo del dialogo del Mezzogiorno
L’intervista:
Massimo Scaffidi: Quanto è distante il Mammana ragazzo che andava in bottega e lavorava in una cava dall’imprenditore di oggi?
Michelangelo Mammana: «Per rispondere a questa domanda devo necessariamente partire da mio padre. Lui era originario di Castel di Lucio, fece la guerra, e, dal 1943 al 1945 fu prigioniero in Africa. Tornò con quella valigia e successivamente dovette “emigrare” nel Catanese, a Ramacca, dove sono nato io. Quando avevo appena sei mesi morì mia madre. Mio padre fu costretto a vendere tutto e ripartire da zero».
Anche per lei il lavoro arriva prestissimo?
Mammana: «A quattordici anni, appena terminata la terza media. Avrei voluto studiare, ma mio padre era malato e dovevo assisterlo. Cominciai a lavorare nelle piccole aziende del territorio, anche nella cava che allora era di proprietà dell’ENI e che molti anni dopo siamo riusciti ad acquistarla. Nel 1996 decisi intraprendere un mio personale percorso professionale. Partii con un solo camion e una grandissima voglia di lavorare».
Da quel camion siamo arrivati a un gruppo importante. Raccontiamolo con i numeri?
Mammana: «L’identità aziendale si è strutturata su pilastri di rara solidità: il valore del capitale umano, una dedizione instancabile al lavoro e una conoscenza profonda del contesto geografico in cui opera. Le origini della Mammana Michelangelo S.p.A. risalgono a una dimensione di piccola impresa a conduzione familiare, nata da una visione in cui io ho profuso, sin dal principio, un’incrollabile fiducia anche nei momenti di drastica flessione del Mercato. È in questo contesto, caratterizzato da profonda umiltà e dedizione, che un progetto inizialmente contenuto ha saputo trasformarsi in una solida realtà industriale. Oggi siamo un’azienda con circa 600 dipendenti. Il gruppo comprende diverse società: Mammana Michelangelo, Fratelli Mammana, Mammana Lavori, che si occupano principalmente di realizzazione di opere civili. A ciò si affianca la gestione di quattro cave, di un impianto di calcestruzzo e di un deposito di carburanti attraverso società controllate. Abbiamo un fatturato infragruppo superiore ai 150 milioni di euro e la sola Mammana Michelangelo, l’azienda madre, lo scorso anno ha fatturato circa 100 milioni. Ma il dato che voglio sottolineare è un altro: tutto questo è stato costruito a Castel di Lucio, un borgo di circa mille abitanti un incastonato nel cuore dei Nebrodi ed al confine con le Madonie. Per questo continuo a dire ai giovani e agli imprenditori che anche qui si può fare».
Restare, quindi, non significa rinunciare alla crescita?
Mammana: «Assolutamente no. Il territorio può essere la tua base, non deve diventare il tuo confine. Per crescere un’impresa deve saper andare oltre. Noi lavoriamo molto nelle energie rinnovabili e oggi abbiamo lavori in Basilicata, Calabria ed Emilia-Romagna. Essere rimasti in Sicilia non ci ha impedito di andare fuori dalla Sicilia. Qui si può fare impresa come a Milano, Roma o Torino».
In questo percorso entra anche il rapporto con lo Stato. Nel Mezzogiorno spesso si sostiene che le istituzioni debbano fare di più. Lei pone la questione in maniera diversa?
Mammana: «Credo che il primo passo dobbiamo farlo noi. Non possiamo limitarci a dire che lo Stato non aiuta, che mancano infrastrutture e strade. Posso testimoniare che, soprattutto dal 2020 ad oggi, strumenti come il credito d’imposta e Industria 4.0 ci hanno consentito di crescere. Preferisco parlare di agevolazioni, non di soldi regalati. Sono opportunità che vengono messe a disposizione e l’impresa deve essere capace di , utilizzarle e trasformarle in investimenti».
Quindi dire grazie allo Stato non perché regala qualcosa, ma perché crea le condizioni per investire?
Mammana: «Esattamente. Lo Stato può mettere a disposizione gli strumenti, poi bisogna avere il coraggio di investire. Un’agevolazione deve diventare tecnologia, macchinari, organizzazione, nuovi mercati e lavoro. Se l’impresa non ci crede per prima, nessuna misura può costruirle il futuro. Gli strumenti devono servire ad aprire nuovi orizzonti».
Una delle sue grandi scommesse è stata far innamorare i figli dell’azienda e, contemporaneamente, del territorio.
Mammana: «È probabilmente la scommessa della quale sono più orgoglioso. Ho cercato di coinvolgerli fin da piccoli. Oggi sono loro a portare innovazione, forza e idee nuove. Il ricambio generazionale è indispensabile. Dove ci sono giovani che lavorano c’è economia e c’è dignità. Se vogliamo trattenere i ragazzi nei nostri paesi dobbiamo creare lavoro, ma anche trasmettere loro la passione per quello che facciamo».
Una sorta di Mammana 2.0.
Mammana: «Certamente. I miei figli hanno 32 e 27 anni e se l’azienda continua a investire e innovare è anche grazie a loro. Io continuo ad andare avanti perché vedo loro davanti a me. Ma dietro c’è una famiglia che ha creduto in questo progetto. Senza il sostegno di mia moglie sarebbe stato molto più difficile. In sintesi, quella della Michelangelo Mammana S.p.A. è la storia di una famiglia composta dal papà Michelangelo, dalla moglie Franca e dai figli Antonio e Giuseppe che, con umiltà, onestà e grande spirito di sacrificio è riuscita a creare un’impresa “benefit-oriented”, una realtà dove il successo economico e l’impegno sociale non sono binari paralleli, ma un’unica strada per scrivere una pagina di cronaca positiva per la Sicilia e per l’intero Paese».
Famiglia e territorio ritornano anche nell’azienda agricola, quasi a chiudere un cerchio con la storia di suo padre.
Mammana: «Nasce proprio da una passione familiare. Mio padre lavorava in agricoltura e nella pastorizia e abbiamo voluto recuperare quella storia. Mia moglie negli anni Novanta lasciò il posto da dipendente comunale per dedicarsi all’attività. Oggi abbiamo anche un caseificio, riforniamo macellerie e supermercati della zona e vi lavorano stabilmente quattro ragazzi durante tutto l’anno. È una piccola realtà rispetto al gruppo, ma per noi ha un valore enorme.
Qual è, allora, il messaggio che porterà ad Agorà Sud sul “diritto a restare”?
Mammana: «Dobbiamo smettere di considerare il Sud una giustificazione per ciò che non riusciamo a fare. Le difficoltà esistono, ma dobbiamo essere noi a fare il primo passo. Lo Stato deve creare opportunità, non regalarci il futuro. Noi dobbiamo avere la capacità di cogliere quelle opportunità, investire e trasformarle in crescita. Siamo partiti da Castel di Lucio e siamo arrivati a lavorare in diverse regioni italiane senza abbandonare le nostre radici. Questo è il messaggio che vorrei dare soprattutto ai giovani: si può restare, crescere e guardare lontano. La Sicilia può essere il punto dal quale partire, non necessariamente quello dal quale andare via».
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