CasaPound propone di pagare l’affitto: perché non applicare la stessa regola a tutti gli immobili pubblici occupati?


CasaPound prova a evitare lo sgombero dello storico stabile di via Napoleone III, all’Esquilino, proponendo allo Stato di trasformare l’occupazione iniziata nel 2003 in un rapporto regolare: un contratto, un canone da pagare e quindi il passaggio dalla condizione di occupante senza titolo a quella di soggetto che utilizza legalmente un bene pubblico. La richiesta è stata inviata ad agosto all’Agenzia del Demanio e arriva mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ribadisce che il palazzo è inserito nel piano degli interventi della Prefettura di Roma e dovrà essere restituito alla proprietà.

La vicenda, tuttavia, pone una questione che supera CasaPound e persino lo scontro politico intorno alla sua sede: se un’occupazione di un immobile pubblico può essere regolarizzata attraverso il pagamento di un affitto, questa possibilità potrebbe essere valutata anche per altri stabili occupati, sulla base di regole uguali per tutti?

La proposta di CasaPound al Demanio: da occupanti a inquilini

Il portavoce di CasaPound Luca Marsella ha confermato che l’associazione che gestisce l’immobile ha chiesto al Demanio di aprire un percorso di regolarizzazione. L’ipotesi è che sia la stessa Agenzia a formulare una prima proposta relativa a un canone ritenuto congruo, sulla quale avviare successivamente un confronto.

Al momento non risulta un accordo. La Repubblica riferisce che la proposta non sarebbe stata respinta e che l’interlocuzione risulterebbe ancora aperta, mentre il Demanio non ha rilasciato commenti sulla possibile trattativa.

Il problema è però destinato a incrociarsi con la volontà dichiarata dal Viminale. Piantedosi, il 10 settembre, ha ricordato che fu lui stesso, quando ricopriva l’incarico di prefetto di Roma, a inserire l’edificio nel piano degli sgomberi. La posizione del ministro resta netta: lo stabile dovrà essere restituito alla proprietà.

Siamo quindi davanti a due percorsi potenzialmente incompatibili: da una parte lo sgombero, dall’altra una possibile regolarizzazione.

Via Napoleone III è occupata dal 2003

L’immobile appartiene allo Stato ed era stato affidato per uso governativo all’allora Ministero della Pubblica istruzione. L’occupazione risale al dicembre 2003.

Già nel 2018 l’Agenzia del Demanio ricordava ufficialmente che il Ministero aveva chiesto il recupero dell’edificio immediatamente dopo l’occupazione e aveva successivamente reiterato la richiesta. Nello stabile erano presenti anche famiglie in situazione di emergenza abitativa.

La vicenda ha avuto negli anni anche importanti conseguenze giudiziarie. Nel luglio 2026 il processo d’appello relativo all’occupazione si è concluso con tre condanne e sei patteggiamenti. Per Simone Di Stefano è stata confermata la pena di due anni e due mesi, quella di Davide Di Stefano è stata ridotta a due anni, mentre un terzo imputato è stato condannato a un anno. Per chi ha concordato la pena, compreso Gianluca Iannone, le condanne sono comprese fra otto mesi e un anno.

La questione economica è altrettanto significativa. Nel corso degli anni la mancata disponibilità dell’immobile e i mancati introiti sono stati oggetto di valutazioni della Corte dei conti per cifre superiori ai quattro milioni di euro, anche se il procedimento riguardante la responsabilità dei dirigenti pubblici si è poi concluso con il loro proscioglimento.

Pagare un affitto cancella ventitré anni di occupazione? No, ma apre un problema politico reale

È qui che la vicenda diventa più complessa. Accettare oggi un contratto d’affitto non potrebbe significare semplicemente dimenticare quanto avvenuto dal 2003. Un eventuale accordo dovrebbe affrontare la situazione pregressa, verificare la destinazione dell’immobile, stabilire chi abbia titolo a utilizzarlo, accertarne le condizioni di sicurezza e determinare un canone coerente con il valore del bene. Soprattutto, dovrebbe essere rispettata la normativa che disciplina l’utilizzo del patrimonio pubblico.

L’Agenzia del Demanio prevede per le locazioni e concessioni ordinarie la determinazione del canone e, normalmente, procedure ad evidenza pubblica per individuare il contraente. Esistono anche canoni agevolati destinati a determinati soggetti e a finalità di interesse pubblico o sociale, ma sulla base di requisiti stabiliti dalla legge. Non basta quindi presentarsi allo Stato e dichiararsi disponibili a pagare per ottenere automaticamente il diritto di restare.

Ed è proprio questo passaggio a rendere interessante il caso CasaPound.

Se la regolarizzazione è possibile, servono regole uguali per tutti

Il nodo vero posto dalla proposta di CasaPound non riguarda soltanto la possibilità di evitare lo sgombero dello stabile di via Napoleone III, ma il criterio che lo Stato deciderebbe di applicare nel momento in cui accettasse di trasformare un’occupazione senza titolo in un rapporto contrattuale regolare. Una soluzione del genere avrebbe senso soltanto se fosse inserita in una disciplina generale, trasparente e applicabile a situazioni analoghe, senza differenze determinate dall’identità politica, culturale o associativa degli occupanti.

Lo Stato potrebbe quindi valutare, caso per caso, quali immobili pubblici occupati abbiano ancora una destinazione istituzionale necessaria, quali debbano essere liberati e quali, invece, possano essere utilizzati attraverso un contratto di locazione o una concessione regolare. In quest’ultima ipotesi sarebbe indispensabile verificare preventivamente i requisiti dei soggetti interessati, stabilire un canone congruo, affrontare le eventuali somme dovute per gli anni precedenti e chiarire le responsabilità relative alla manutenzione e alla sicurezza degli edifici.

Una procedura di questo tipo non trasformerebbe automaticamente un’occupazione illegittima in un diritto acquisito e non rappresenterebbe una sanatoria generalizzata. Potrebbe però consentire alla pubblica amministrazione di uscire da quella condizione di immobilismo nella quale numerosi edifici restano occupati per anni o perfino per decenni, senza produrre reddito per lo Stato, senza una destinazione definita e con contenziosi che continuano ad accumularsi.

La discriminante dovrebbe essere l’interesse pubblico. Se un immobile serve a una funzione istituzionale, deve essere restituito alla sua destinazione; se invece può essere concesso legittimamente e il soggetto che lo utilizza possiede i requisiti previsti, paga un canone adeguato e accetta le condizioni imposte dall’amministrazione, la possibilità di una regolarizzazione merita almeno di essere valutata. In questo modo il principio della legalità non verrebbe indebolito, ma potrebbe essere ricondotto dentro una gestione concreta del patrimonio pubblico, evitando che l’unica alternativa resti quella, spesso rinviata per molti anni, fra occupazione permanente e sgombero.

Il precedente di Porto Fluviale è diverso, ma dimostra che esistono alternative allo sgombero puro

CasaPound ha richiamato anche il caso di Porto Fluviale. Il paragone richiede prudenza perché le situazioni amministrative e sociali non coincidono.

Il progetto Porto Fluviale Rec House è infatti inserito in un percorso pubblico di recupero dell’edificio, incremento dell’edilizia sociale, riduzione del disagio abitativo e integrazione dell’occupazione all’interno di una più ampia riqualificazione urbana. Non si tratta semplicemente della concessione di un contratto d’affitto agli occupanti alle stesse condizioni richieste oggi da CasaPound.

Eppure quel caso introduce un principio interessante: uno stabile pubblico occupato non deve necessariamente restare per decenni sospeso fra illegalità e rinvio dello sgombero. L’amministrazione può decidere, quando esistano le condizioni, di ricondurre il problema dentro un progetto pubblico e dentro regole precise.

CasaPound può diventare il caso che obbliga Roma a discutere di tutte le occupazioni?

Forse è questo l’aspetto più importante della vicenda di via Napoleone III. Per ventitré anni lo Stato non è riuscito a chiudere definitivamente il dossier CasaPound. Adesso gli occupanti sostengono di essere disponibili a pagare.

La risposta non può dipendere dalla simpatia politica verso chi si trova dentro quell’edificio. Se la soluzione è lo sgombero perché un bene pubblico occupato deve essere restituito alla proprietà, il principio dovrebbe essere applicato con coerenza. Se invece l’ordinamento consente, in presenza di determinate condizioni, di regolarizzare un utilizzo attraverso affitto, concessione o un progetto sociale, anche questa possibilità dovrebbe essere disciplinata attraverso criteri generali, verificabili e identici per tutti.

Roma possiede un patrimonio immobiliare enorme e convive da decenni con occupazioni, emergenza abitativa, edifici inutilizzati, immobili degradati e contenziosi che sembrano non terminare mai. Limitarsi a discutere ogni singolo caso sulla base dell’identità politica di chi occupa rischia di lasciare intatto il problema.

La proposta avanzata da CasaPound può quindi diventare, paradossalmente, l’occasione per una discussione molto più ampia: stabilire finalmente una politica pubblica sulle occupazioni degli immobili dello Stato e degli enti territoriali, distinguendo chi può essere regolarizzato da chi deve lasciare gli edifici e facendo pagare un canone a chi viene autorizzato a restare.

Non un favore a CasaPound, ai centri sociali o a qualsiasi altra organizzazioni ma una regola dello Stato.


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