Mazzitelli (Open Fiber): «La fibra può aiutare a ripopolare i borghi, ma da sola non basta»


di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Nelle Aree Bianche circa 800 mila accessi attivi su un bacino potenziale di 7,5 milioni di unità immobiliari: «La fibra può aiutare a frenare lo spopolamento, ma da sola non basta: servono lavoro, servizi e trasporti»

La fibra è arrivata ormai in gran parte delle aree interne italiane. Il punto, adesso, è capire che cosa succederà da ora in poi, capire se la rete viene davvero utilizzata, se riesce a creare lavoro, sostenere imprese e turismo, avvicinare i servizi e rendere più attrattivi territori che da anni perdono abitanti. 

«Abbiamo messo a disposizione un’infrastruttura che elimina uno dei principali vincoli», spiega Stefano Mazzitelli, direttore commerciale di Open Fiber. «Ora bisogna riuscire a trasformarla in opportunità concrete». È questa, dunque, la seconda fase della sfida digitale nei piccoli comuni: non più soltanto portare la fibra dove il mercato da solo non sarebbe arrivato ma, secondo Mazzitelli, fare in modo che cittadini, aziende e amministrazioni la utilizzino davvero.




















































Mazzitelli, la fibra può davvero contribuire a salvare i borghi dallo spopolamento?
La risposta è nettamente sì, anche se non abbiamo ancora dati che permettano di misurare con precisione quanto incida sul ripopolamento. Il valore aggiunto della fibra non è soltanto la velocità: è la possibilità di utilizzare servizi che fino a pochi anni fa erano impensabili lontano dai grandi centri. Basti pensare allo smart working. Otto o nove anni fa era quasi inesistente, oggi è diventato strutturale in molte aziende. Questo può rappresentare un impulso molto forte per le aree interne.

A che punto siamo con la copertura dei piccoli comuni?
È stato compiuto uno sforzo enorme. Il Piano per le Aree Bianche interessa oltre 6 mila comuni, territori nei quali gli investimenti privati non sarebbero arrivati alle stesse condizioni. I lavori Ftth risultano completati in circa il 98,9% dei comuni previsti dalla concessione Infratel. Complessivamente Open Fiber ha raggiunto circa 17,5 milioni di unità immobiliari in Ftth in Italia, considerando investimenti privati e piani pubblici». Nelle sole Aree Bianche le unità immobiliari raggiunte in Ftth sono circa 6,4-6,5 milioni.

Possiamo allora dire che il digital divide infrastrutturale è quasi superato?
Restano alcune situazioni particolarmente difficili, soprattutto case isolate e territori montani dove portare fisicamente la fibra è molto complesso. Ma potranno essere raggiunte anche attraverso tecnologie alternative, dall’Fwa al 5G fino, dove necessario, al satellite. Credo che nell’arco dei prossimi tre-cinque anni il quadro sarà sostanzialmente completato.

Essere raggiunti dalla rete, però, non significa utilizzarla. Quanto è grande oggi questo divario?
È uno dei problemi principali. Nelle Aree Bianche il bacino potenzialmente servibile è di circa 7,5 milioni di unità immobiliari, considerando Ftth e Fwa, mentre gli accessi effettivamente attivi sono circa 800 mila. Prevediamo di arrivare a un milione entro la fine del 2026. C’è quindi ancora molta strada da fare.

Perché chi ha la fibra disponibile spesso continua a utilizzare la vecchia rete?
Ci sono diversi fattori. Gli operatori devono sostenere costi per migrare il cliente e il mercato italiano delle telecomunicazioni ha prezzi molto bassi. Noi stessi destiniamo una quota tra il 4 e il 5% del nostro fatturato a incentivi agli operatori per favorire la penetrazione della fibra. Poi c’è anche un fattore culturale: molti clienti dispongono di una connessione che considerano sufficiente e non percepiscono la necessità di cambiare. Nelle Aree Bianche pesa inoltre la presenza delle seconde case, per le quali spesso vengono preferite soluzioni mobili.

Ci sono ancora circa 9,5 milioni di linee che utilizzano il rame. È un freno?
Sì, considerando in questo dato anche le Fttc, dove la fibra arriva fino all’armadio stradale ma l’ultimo tratto resta in rame. La migrazione sta procedendo, ma potrebbe essere più rapida. Secondo gli ultimi dati Agcom, a marzo 2026 gli accessi Ftth sono aumentati di circa 1,22 milioni in un anno e di oltre 4 milioni rispetto a marzo 2022, mentre nello stesso quadriennio le linee interamente in rame sono diminuite di poco più di 3 milioni.

Il mercato riuscirà da solo ad accelerare questo passaggio?
Lo sforzo commerciale potrebbe non essere sufficiente. Secondo noi potrebbe essere utile anche un intervento pubblico che faciliti la migrazione. La rete ormai c’è: il rischio è aver realizzato una grande infrastruttura e poi impiegare troppo tempo per utilizzarla pienamente. Dovremmo arrivare a percepire la fibra come percepiamo la rete elettrica, l’acqua o il gas: un’infrastruttura essenziale.

Avete già esempi nei quali la fibra abbia prodotto effetti economici concreti nei piccoli centri?
Sì, anche se dobbiamo essere prudenti nel sostenere un rapporto diretto tra fibra e aumento della popolazione. A Borgorose, in provincia di Rieti, per esempio, la disponibilità della rete ha accompagnato la scelta di un’impresa di trasferire da Roma una parte delle proprie attività, creando occupazione sul territorio. A Sambuca di Sicilia abbiamo invece esperienze di nuovi residenti provenienti dall’estero, che possono vivere nel borgo mantenendo rapporti professionali con altri Paesi.

E per quanto riguarda il turismo? San Leo, borgo del Montefeltro in provincia di Rimini, lo indicate come un caso significativo…
San Leo è un esempio interessante. Nel borgo la rete raggiunge circa 1.700 unità immobiliari e la fibra viene utilizzata anche nell’ambito dell’albergo diffuso. Il Comune ci ha inoltre chiesto di valutare la connessione della Rocca per sviluppare nuovi servizi di digitalizzazione museale. 

La fibra può compensare almeno in parte la lontananza da ospedali, scuole e uffici pubblici?
Assolutamente sì. Telemedicina, servizi digitali della Pubblica amministrazione e scuola connessa possono ridurre la necessità di spostarsi. Pensiamo a una persona anziana che vive lontano da un grande ospedale: poter effettuare un esame in una farmacia e trasmetterlo al medico può evitare ore di viaggio quando non sono necessarie. Sono applicazioni che possono cambiare concretamente la qualità della vita. 

Resta però un paradosso: la rete arriva, ma molti comuni delle aree interne continuano a perdere abitanti. Il problema, allora, è anche riuscire a mettere insieme infrastruttura, amministrazioni locali, operatori e imprese?
La fibra è necessaria, ma non sufficiente. Noi abbiamo messo a disposizione un’infrastruttura che elimina un vincolo fondamentale, ma poi serve la capacità dei Comuni, delle imprese appaltanti e subappaltanti e degli altri soggetti del territorio di capitalizzarla. Ci sono amministrazioni che riescono a farlo prima perché hanno una vocazione, un progetto, persone capaci di sfruttare questa opportunità. Oggi un’impresa può scegliere dove localizzarsi in base alle competenze che trova, agli incentivi, alla presenza di un distretto industriale, senza avere più il vincolo tecnologico. Ma l’infrastruttura deve poi incontrare servizi, imprese e iniziativa locale.

Come immagina l’Italia dei borghi tra dieci anni?
Me la immagino più popolata, più efficiente e più ecologica. L’Italia ha migliaia di centri con un patrimonio culturale e paesaggistico straordinario. Gli strumenti digitali possono renderli più accessibili, valorizzarli e permettere di vivere e lavorare lì senza rinunciare alle opportunità delle grandi città.

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14 settembre 2026


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