Le imprese sono preoccupate e in molti casi sotto pressione. Confartigianato riunisce tutti in assemblea. Obiettivo condividere difficoltà e trovare soluzioni praticabili insieme. Guida la mobilitazione Moreno Vignolini, presidente della federazione Moda di Confartigianato Imprese Prato.
Vignolini, il sistema della moda è a rischio. Il “piccolo” non è più funzionale come in passato? “Negli ultimi tre-quattro anni sono cambiate profondamente le dinamiche di produzione e consumo. Dalla crisi congiunturale siamo passati a quella strutturale e oggi, a mio avviso, siamo dentro una crisi di transizione. Il problema non riguarda solo le piccole imprese: anche aziende che hanno investito in innovazione, digitalizzazione e mercati possono essere coinvolte. E pesa sempre di più il comportamento del consumatore, anche di quello con capacità di spesa, sempre più attratto dal fast fashion. Negli ultimi tre anni la produzione della moda è diminuita di quasi il 20%, mentre i consumi hanno tenuto….”.
Il rischio maggiore riguarda la prima parte della filiera? “Tutta la filiera è esposta, ma il pericolo più grave è perdere le fasi iniziali della produzione: filature e tessiture, in particolare. A Prato le filature a cardato sono in forte difficoltà. Se perdiamo ulteriori pezzi, rischiamo di non avere più filato per produrre tessuti e maglieria e quindi di compromettere la possibilità di realizzare un prodotto 100% Made in Italy. Lo stesso vale per altre filiere e altri distretti. Le imprese più esposte sono quelle che rimangono semplicemente terziste, senza rapporti strutturati con brand, clienti o filiere specifiche. Al contrario, specializzazione e aggregazione possono offrire maggiori possibilità di resistenza”.
Uno scenario che era stato previsto. Cosa occorre fare adesso? “Già dal settembre scorso avevamo segnalato al ministro Urso la necessità di salvaguardare le filiere. Qualcosa è stato recepito: penso all’articolo 10 della legge sul Made in Italy, che valorizza anche le materie prime provenienti dal riciclo, e al nuovo bando moda, nel quale è stato previsto un riconoscimento per chi utilizza semilavorati e materie prime italiane. Ma oggi non basta più pensare soltanto agli ammortizzatori sociali. La situazione è stata aggravata dai dazi americani, dai costi energetici, dalle crisi internazionali e dalla contrazione delle vendite nei mercati mediorientali, diminuite del 25-30% negli ultimi sei mesi. Stiamo chiedendo al ministro interventi su tre fronti: credito d’imposta per i costi energetici, modifica del meccanismo degli ammortizzatori sociali per evitare che le imprese debbano anticipare la cassa integrazione e, soprattutto, un intervento straordinario e mirato sulle filiere più a rischio”.
Quindi non è favorevole a dichiarare lo stato di crisi dell’intero settore? “Lo stato di crisi generalizzato potrebbe consentire strumenti emergenziali, ma rischierebbe di danneggiare l’intero comparto agli occhi dei mercati e degli investitori. Propongo invece una sorta di “stato di emergenza della filiera”, individuando con parametri precisi – calo del fatturato, ricorso alla cassa integrazione, mancanza di ordini – le imprese e le fasi produttive realmente in difficoltà. Per quelle considerate strategiche si potrebbero attivare interventi temporanei, per sei, otto o dodici mesi, dando alle aziende il tempo di superare l’emergenza e contemporaneamente di riposizionarsi. Parallelamente bisogna sostenere anche le imprese che, pur lavorando meno, hanno investito e conservano la capacità di reagire. In questo senso il bando moda da 100 milioni è interessante perché punta sulle aggregazioni e sugli investimenti di filiera”.
Quale scenario vede per i prossimi anni? Quali aziende resteranno sul mercato? “Credo che le imprese diminuiranno ancora. Avranno maggiori possibilità quelle inserite in filiere strutturate, aggregazioni e rapporti solidi con clienti e fornitori, capaci di andare oltre le quattro mura della propria azienda. Resisteranno anche le imprese altamente specializzate, in grado di offrire produzioni particolari e di nicchia. Vedo quindi una filiera sempre più aggregata, nella quale si dovranno condividere gli oneri e gli onori del rapporto di subfornitura. Sarà fondamentale anche la politica europea e nazionale. Penso all’End of Waste, all’Epr e alla disciplina dei pacchi di basso valore. L’Epr, in particolare, deve diventare non soltanto un’opportunità di business, ma uno strumento di politica industriale basato sulla sostenibilità. E sui pacchi del fast fashion, più che una tassa di due, tre o cinque euro, che difficilmente ne scoraggerà l’arrivo, occorre intervenire sui requisiti di sostenibilità, salubrità e impatto ambientale dei prodotti”.
Quale ruolo può ancora giocare Prato? E il Tavolo di distretto è la strada efficace? “Prato ha ancora carte importanti da giocare. Le competenze, la versatilità delle imprese e la capacità di rispondere a produzioni diverse rappresentano un patrimonio unico. Dobbiamo però salvaguardare le fasi iniziali della filiera e valorizzare ciò che rende Prato particolare: la capacità di partire dal filo e arrivare praticamente al prodotto finito attraverso una filiera fortemente Made in Italy. Il futuro passa anche dalla sostenibilità, dalla tracciabilità e dal passaporto digitale, che possono diventare nuovi parametri per definire il Made in Italy. Prato può non essere soltanto un luogo dove si produce moda, ma un laboratorio di un nuovo modo di fare moda, fondato su sostenibilità, innovazione e qualità. Le micro e piccole imprese resteranno protagoniste, ma dovranno essere disposte ad aggregarsi e ad allargare le proprie vedute. Il Tavolo di distretto è importante perché mette insieme imprese, sindacati e politica. Ma deve servire soprattutto a costruire un’unica visione di politica industriale e strategia comune, con richieste condivise da portare alla Regione, al Governo e anche a Bruxelles”.
Luigi Caroppo
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