Sardegna, il bando per i giovani agricoltori che rischia di escludere proprio le nuove leve


Doveva essere lo strumento per rilanciare il ricambio generazionale nelle campagne sarde. Rischia invece di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata, uno di quei bandi pensati per i giovani che finiscono per allontanarli. È la denuncia contenuta nell’interrogazione presentata il 9 settembre scorso dal consigliere regionale di Fratelli d’Italia Gianluigi Rubiu, e ripresa oggi in un comunicato che alza ulteriormente i toni della polemica.

Il nodo: l’esclusività assoluta per cinque anni.

Al centro della vicenda c’è l’Intervento SRE01 “Insediamento giovani agricoltori”, finanziato nell’ambito del Piano strategico nazionale della PAC 2023-2027, che per l’Annualità 2026 prevede un premio di primo insediamento pari a 40.000 euro. Una cifra significativa, pensata per favorire il subentro dei giovani nelle aziende agricole e contrastare l’abbandono dei terreni. Sulla carta, un’opportunità.

Il problema, secondo i firmatari dell’interrogazione, sta nelle condizioni per accedervi. Il bando regionale impone infatti che l’attività agricola sia svolta “in maniera esclusiva” per tutto il periodo di impegno: cinque anni. E le FAQ dell’Assessorato regionale dell’Agricoltura, aggiornate all’8 settembre 2026, hanno chiarito che questa esclusività va interpretata in modo estremamente rigido: anche una collaborazione sportiva dilettantistica, si legge nel testo dell’interrogazione, può far perdere il beneficio. Stessa sorte per chi partecipa come socio ad altre imprese, agricole o non agricole.

Un requisito che, nella sua rigidità, sembra ignorare la realtà economica di chi decide di aprire un’azienda agricola oggi: nei primi anni di attività, prima che l’impresa raggiunga una piena sostenibilità, mantenere un secondo lavoro o un’attività integrativa non è un capriccio, ma spesso una necessità.

Il paradosso: la Sardegna più severa di chi non chiede nemmeno lo status IAP.

C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più singolare, ed è forse il punto più tecnico ma anche più rivelatore dell’intera interrogazione: la Regione Sardegna non richiede il conseguimento dello status di Imprenditore Agricolo Professionale (IAP) come requisito autonomo dell’intervento. Il riferimento allo IAP compare solo marginalmente, tra le possibili iscrizioni INPS utili a individuare l’anno di inizio dell’attività.

Eppure, pur non pretendendo lo status IAP, la Sardegna impone la condizione più severa in assoluto: l’esclusività totale per cinque anni. Una scelta che stride con la stessa disciplina nazionale sullo IAP (decreto legislativo 99/2004), la quale non vieta affatto altre attività lavorative, ma si limita a chiedere che almeno il 50% del tempo di lavoro e del reddito derivi dall’attività agricola, con una soglia che scende al 25% nelle zone svantaggiate.

Il confronto con le altre Regioni impegnate nella stessa misura, nell’ambito dello stesso Piano strategico nazionale, mette a nudo l’anomalia sarda. La Toscana richiede l’impegno a conseguire lo status IAP entro la fine del piano di sviluppo aziendale, ma non vieta di svolgere contemporaneamente un’altra attività. La Puglia non richiede lo status IAP, ma un impegno “prevalente” nell’azienda agricola, con acquisizione dei requisiti entro 18 mesi dall’insediamento. La Sicilia segue lo stesso schema, chiedendo il raggiungimento dello status di “agricoltore in attività” entro 18 mesi, senza alcun divieto assoluto di svolgere altre attività lavorative. La Sardegna, invece, non richiede alcun requisito IAP autonomo, ma impone comunque l’esclusività assoluta per l’intero quinquennio: la disciplina più rigida tra tutte, applicata paradossalmente da chi ne pretende meno sul piano formale.

Come sottolinea l’interrogazione, se l’esclusività fosse davvero imposta dalla normativa europea o da quella nazionale, ci si aspetterebbe un’applicazione omogenea in tutte le Regioni. Il fatto che non sia così dimostra che si tratta di una scelta politico-amministrativa discrezionale della Regione Sardegna, non di un vincolo esterno.

Nel comunicato diffuso oggi, Rubiu rende ancora più concreto il problema, portando l’esempio di chi resta socio in una piccola attività di famiglia , “un mini caseificio o simili” , per garantire sostenibilità economica al proprio nucleo familiare mentre l’azienda agricola si avvia. Con la clausola attuale, anche questa forma di sostegno reciproco basterebbe a far decadere il beneficio.

È qui che la vicenda si inserisce in un copione già visto e purtroppo familiare: strumenti presentati come leve di sviluppo e opportunità per le nuove generazioni – bandi, voucher, incentivi al primo insediamento – che nella scrittura dei requisiti si rivelano poi così rigidi, complessi o scollegati dalla realtà di chi dovrebbero aiutare, da rischiare di restare in gran parte inutilizzati o di respingere proprio i destinatari a cui erano indirizzati. Il rischio, denunciato più volte anche per altre misure regionali a favore dei giovani, è quello di bandi che sulla carta stanziano risorse importanti ma che, per come sono costruiti, finiscono con partecipazioni sotto le aspettative, richieste in sofferenza o esclusioni a catena: voucher che, nella pratica, restano deserti o vengono revocati per cavilli.

Le domande alla Giunta.

L’interrogazione, che chiede risposta scritta, pone alla presidente Alessandra Todde e all’assessore dell’Agricoltura Francesco Agus dieci quesiti puntuali, chiedendo innanzitutto quali ragioni giuridiche, tecniche ed economiche abbiano portato a scegliere l’esclusività assoluta invece di un requisito di prevalenza o di uno status da raggiungere entro un termine, come fanno le altre Regioni, e se l’obbligo derivi davvero da una prescrizione vincolante europea o nazionale oppure sia una scelta discrezionale della Regione. I firmatari domandano inoltre se siano stati acquisiti pareri da parte del Ministero dell’Agricoltura, dell’Organismo pagatore o di altri organismi istituzionali sulla compatibilità della clausola con i principi di proporzionalità e parità di trattamento, e chiedono di sapere quanti siano concretamente i potenziali beneficiari esclusi o a rischio decadenza per lo svolgimento di un’altra attività lavorativa, distinguendo tra tempo pieno, tempo parziale, collaborazioni occasionali, collaborazioni sportive dilettantistiche e partecipazioni societarie.

Tra le altre richieste, l’interrogazione vuole sapere se sia stata valutata la ricaduta della norma sui processi di ricambio generazionale e sui giovani che subentrano nelle aziende di famiglia, e se la Regione intenda, per le prossime annualità, sostituire l’esclusività assoluta con parametri oggettivi di prevalenza, reddito e tempo di lavoro, in linea con la disciplina nazionale IAP.

Una domanda di fondo.

Al netto degli aspetti tecnici, la vicenda pone una domanda che va oltre il singolo bando: quanto senso ha costruire strumenti di sostegno al ricambio generazionale in agricoltura – un settore già segnato da abbandono dei terreni ed età media elevata degli addetti – se poi le regole di accesso finiscono per scoraggiare esattamente i giovani che si vorrebbe attrarre? La Regione ha ora la possibilità di rispondere nel merito. I firmatari dell’interrogazione, nel frattempo, chiedono che lo faccia con dati precisi: quanti giovani, oggi, rischiano di restare fuori da un’opportunità pensata proprio per loro.


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