Mancano le risorse pubbliche? Una scusa per dare Roma in mano ai fondi privati














Egregio Direttore

sono un abbonato a Roma Today e impegnato attivamente nell’associazionismo romano. Le invio una mia riflessione scritta dopo aver letto la lettera di Valerio Carocci. 

La lettera di Carocci continua nella denuncia del modello di sviluppo urbanistico di Roma, ma contiene, se letta in filigrana, un messaggio politico. Comincio da questi brani della lettera che riprenderò alla fine come riflessione politica. 

Scrive Carocci

 “Ben venga un cambio di rotta da parte di Roberto Gualtieri: saremmo felici di costruire insieme una Roma più umana. Ma serve un patto programmatico tra il candidato sindaco e tutte le componenti della società romana: una nuova traiettoria che riveda le politiche di questi anni e i grandi progetti, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze di chi vive i territori, a partire dall’ascolto della città reale. Solo così l’interesse pubblico tornerà a essere davvero l’interesse collettivo.”

 

La riflessione urbanistica l’abbiamo fatta tante volte e Carocci fa un elenco (peraltro limitato) di interventi che hanno utilizzato strumenti esistenti nella legislazione urbanistica e nelle delibere comunali, quali la convenzione, il project financing, la premialità di cubatura, le compensazioni, le deroghe, i mix funzionali non rispondenti alle esigenze di tutte le fasce di utenti, così come l’housing sociale e gli studentati privati con canoni accessibili solo a un reddito medio-alto, il cambio di destinazione d’uso a favore soprattutto di grandi esercizi commerciali e di alberghi, il mancato controllo degli affitti brevi che drogano il mercato immobiliare, ecc.

 

Tutto questo è presente nelle medie e grandi operazioni immobiliari che da tempo sta portando avanti il Comune di Roma, imprimendo alla città una pesante trasformazione urbanistica e sociale che riduce lo spazio pubblico ed aumenta le disuguaglianze.

 

Ho naturalmente un’altra idea di rigenerazione e di sviluppo urbano, ma vorrei che si andasse oltre la denuncia per approdare a una proposta politica, urbanistica e sociale che superi il predominio dei fondi immobiliari ai quali è stato esplicitamente assegnato il ruolo di “sviluppatori delle operazioni di rigenerazione”, come è accaduto nel grande lotto dell’ex zona militare di via Guido Reni con il fondo Coima Sgr al quale è stato affidato lo sviluppo. E altri esempi non mancano.

 

La domanda è: c’è un’unica strada per governare le trasformazioni urbane? Negli ultimi decenni il capitale finanziario transnazionale ha gestito sul piano politico, mediatico e culturale i processi sociali e istituzionali delle rigenerazioni urbane. In pratica, si è sostituito alla politica.

 

Mentre il Comune di Milano si è reso complice di forzature normative e di facilitazioni amministrative, Roma Capitale non ha fatto nessuna forzatura: ha applicato ciò che ha minuziosamente predisposto con le sue delibere (come la variante delle NTA del Piano Regolatore) trovando spesso alibi in brutte Leggi Regionali sulla rigenerazione urbana, sul cambiamento d’uso, ecc.

 

Che cosa c’è dietro questa cessione di sovranità urbanistica da parte dell’Amministrazione capitolina? Sostanzialmente, si è lasciato che la logica del capitale finanziario fosse fattore egemonico di governo nelle grandi trasformazioni, dall’orientamento normativo alle pesanti condizioni imposte dal privato negli atti di convenzione urbanistica, come successo agli ex Mercati Generali.

 

È inevitabile questa egemonia? No, naturalmente. Ma è stata sempre giustificata con la mancanza di risorse pubbliche necessarie per attuare i programmi. La mobilità del capitale finanziario richiede velocità di decisione, facilitazioni amministrative, rendite predeterminate che si sommano al tradizionale profitto d’impresa legato alla costruzione.

 

Non può sopportare nessuna forma di partecipazione e cerca di metabolizzare suo malgrado quelle che è “costretto” a fare il Comune, cioè discussioni pubbliche o azioni di prelievo sul plusvalore generato dalle trasformazioni urbanistiche (oneri urbanistici e oneri straordinari). Il massimo che il Comune fa per contrastare l’egemonia del capitale è questo.

 

Si può andare oltre? Si può avere un’altra visione di città che non sia quella di una città ritagliata sulle esigenze dell’iperturismo? Si può rafforzare la presenza di attori pubblici e cooperativi? Si possono mettere in campo cantieri non solo per il singolo edificio da rigenerare, ma per tutto un quadrante urbano, attivando culture ed economie locali, attirando risorse non speculative, riqualificando aree verdi e aggiungendo una rigenerazione vegetazionale alla rigenerazione edilizia? Si può partire dalle esigenze dei cittadini? Si può pensare a finanziamenti europei legati a progetti e programmi che vadano in questa direzione? Si può pensare a una trasformazione della città che riequilibri le pesanti disuguaglianze sociali che si sono prodotte? I nuovi fascismi non nascono dalla nostalgia del passato, ma dalle disuguaglianze dell’oggi e dall’insicurezza del domani.

 

Queste sono le strategie politiche che dovrebbero tendere a modificare il campo degli attori e a trasformare le culture attraverso le quali si realizzano le trasformazioni urbane. È una strategia che in altri tempi si sarebbe chiamata riformista e che oggi appare impossibile da realizzare per il contesto internazionale mutato, ma soprattutto per il pensiero mutato che da pensiero critico è diventato oramai da decenni “pensiero unico neoliberista”. Ma qualcosa si sta muovendo. 

 

Tornando alla citazione iniziale del brano della lettera di Carocci mi chiedo se anche quella lettera non dia l’indicazione di una strada da seguire, al di là della testimonianza, per un cambio di passo nell’urbanistica romana.

 

*Paolo Gelsomini – Architetto























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