Cinque secoli fa alcuni profughi albanesi fondarono il Comune arbëreshë in Calabria, nel cuore del Pollino. Oggi i loro discendenti accolgono rifugiati e richiedenti asilo grazie l’associazione Matrangolo: appartamenti riaperti, scuole ancora attive, nuovi residenti e un’economia locale che prova a resistere al declino demografico
Resistenza. Se bastasse una parola per raccontare Acquaformosa sarebbe questa la più adatta a descrivere l’essenza del borgo di poco meno di mille abitanti, in provincia di Cosenza, in Calabria, che reagisce alla disgregazione e allo spopolamento grazie alla forza della sua comunità.
Simile a come oggi la conosciamo, Acquaformosa ha preso forma intorno al 1500, quando un gruppo di profughi albanesi, scappati dai Balcani per l’avanzata ottomana, raggiunse un accordo con Carlo de Cioffis, l’abate commendatario dell’abbazia di Santa Maria di Leucio, fondata alla fine del XII secolo, ottenendo il permesso di costruire un casale sulle terre del monastero. Un casale da cui nacque la comunità arbëreshe, italo-albanese, che, come molte altre soprattutto nel Sud del nostro Paese, conserva da secoli usi, costumi, tradizioni e lingua.
Quella di Acquaformosa, però, non è soltanto questo. Da comunità accolta nelle terre del Parco nazionale del Pollino più di cinquecento anni fa, capace di integrarsi e crescere col tempo, oggi è anche una collettività che accoglie. «Del resto, anche noi siamo stati migranti. Cinque secoli fa i nostri antenati arrivarono qui in fuga e trovarono accoglienza. Quella storia è rimasta impressa nel nostro Dna collettivo, nella memoria e nell’identità della nostra comunità. Sentivo che avevamo il dovere morale di restituire ciò che un tempo avevamo ricevuto: offrire speranza, dignità e futuro ai disperati del nostro tempo», ha spiegato più volte l’ex sindaco del borgo calabrese, Giovanni Manoccio, oggi presidente dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo, convinto che accogliere per Acquaformosa non sia solo un importante gesto di solidarietà nei confronti di chi arriva, ma anche un modo per dare una nuova possibilità al Comune e «dimostrare che le aree interne possono rinascere quando scelgono di non chiudersi al mondo, ma di aprirsi ad esso».
Quindici anni di accoglienza
Dal 2011 infatti, l’associazione Matrangolo gestisce progetti di accoglienza Sai. Oggi opera ad Acquaformosa e in altri sette piccoli comuni della provincia di Cosenza, per conto degli enti locali, con progetti che fanno parte della rete pubblica finanziata dal ministero dell’Interno che, oltre a fornire vitto e alloggio, accompagna i beneficiari ammessi al sistema verso l’autonomia, attraverso corsi di italiano, assistenza sociale e legale, scuola per i minori, formazione professionale, inserimento lavorativo e ricerca di una casa. Nei fatti non soltanto supportando l’inserimento e l’integrazione in un contesto completamente nuovo di chi si è lasciato alle spalle la vita che aveva prima. Ma anche contrastando lo spopolamento che colpisce soprattutto le aree interne del nostro Paese.
«Innanzitutto, le persone sono accolte in appartamenti. Questo contribuisce a far sì che molti immobili, che altrimenti sarebbero chiusi perché i proprietari se ne sono andati, restino aperti e funzionanti. Ma permette anche ai nuclei familiari accolti di capire come funziona la gestione della vita: dai soldi a quello che serve per cucinare», spiega a Domani Lidia Vicchio, vicepresidente di Matrangolo, che per l’associazione lavora anche come consulente legale: «Accompagniamo le famiglie anche nel comprendere quali sono le procedure burocratiche che devono affrontare per trasferirsi in Italia. Spieghiamo loro che cos’è il permesso di soggiorno, perché serve e come si ottiene, ad esempio».
Il problema dell’alloggio
Dalle parole di Vicchio si capisce che, oltre ai servizi di assistenza psicologica e per imparare la lingua italiana, i migranti accolti ad Acquaformosa e negli altri comuni sono anche accompagnati nell’inserimento lavorativo: «Gli spieghiamo che cos’è il mercato del lavoro, come funzionano i contratti, l’importanza di averne uno regolare. Ma li aiutiamo anche a trovare un’occupazione: nell’ultimo periodo succede sempre più spesso che siano le aziende a contattarci perché cercano lavoratori. A dicembre abbiamo firmato anche un protocollo d’intesa con Legacoop».
Il problema resta l’alloggio. L’avvocata chiarisce che una delle difficoltà maggiori oggi per chi desidera rimanere in Italia è quella di trovare una casa in cui vivere. Se, infatti, durante i progetti Sai, i contratti d’affitto per gli appartamenti sono stipulati dai Comuni, una volta uscita dal percorso d’accoglienza ogni persona deve provvedere per sé. E sono molti i proprietari di abitazioni che si rifiutano di lasciare casa a «chi non è italiano». Vicchio lo sa bene perché molte delle persone accolte ad Acquaformosa, per lavoro o per avvicinarsi a familiari e amici, si trasferiscono in altre città del Paese. Alcune, però, restano. Così queste, insieme a chi è, anche se temporaneamente, nei progetti di accoglienza, contribuiscono a risollevare l’economia locale. Sia attraverso il riuso degli appartamenti sfitti e la spesa quotidiana che sostiene gli esercizi commerciali, garantendone la sopravvivenza. Sia perché l’associazione dà lavoro a giovani e professionisti che rimangono a vivere ad Acquaformosa invece di emigrare.
Ma grazie alla capacità del borgo calabrese di aprirsi a nuove persone, anche lo spopolamento rallenta – sono 4100 le persone accolte dall’associazione Matrangolo nei 15 anni di attività che festeggia nel 2026, provenienti da almeno quattro continenti e 60 nazioni. Più di 20 famiglie sono quelle che sono state solo ad Acquaformosa fino al 2022. Oggi su 930 residenti che conta l’anagrafe comunale, 106 sono cittadini stranieri. Così anche le scuole restano aperte grazie al lavoro dell’associazione presieduta da Manoccio: nel piccolo borgo calabro ci sono 43 studenti in tutto, di cui 16 con cittadinanza non italiana. Alla primaria su 27 alunni, 8 sono stranieri. Alle medie su 16 alunni, la metà.
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