Giovanna Di Lello, nata in Canada e cresciuta in Svizzera, è giornalista culturale, documentarista, docente di francese e organizzatrice di eventi. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, ha conseguito un master in Economia della Cultura all’Università di Roma Tor Vergata. Dal 2006 dirige il John Fante Festival Il dio di mio padre di Torricella Peligna, nato nel paese abruzzese d’origine della famiglia paterna dello scrittore.
Si occupa da anni di migrazioni, identità e cultura degli italiani all’estero. Ha lavorato nella segreteria del Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero del Senato della Repubblica e ha collaborato al Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.
Nel 2003 ha realizzato il documentario John Fante. Profilo di scrittore, girato fra Italia e Stati Uniti e costruito attraverso materiali d’archivio e testimonianze di familiari, studiosi e scrittori. Ha successivamente realizzato altri lavori documentari dedicati ai temi dell’emigrazione e dell’identità e ha curato, insieme a Toni Ricciardi, il volume Dalla parte di John Fante. Scritti e testimonianze.
Giovanna, il John Fante Festival è arrivato alla ventunesima edizione. Che cosa resta oggi dell’intuizione originaria del 2006 e che cosa invece è profondamente cambiato?
Il Festival è nato per volontà del comune di Torricella Peligna, che ne è l’ente organizzatore, con l’obiettivo di omaggiare John Fante. Tuttavia, fin dall’inizio la mia intenzione è stata quella di andare oltre una semplice celebrazione, esplorando e sviluppando i temi presenti nelle opere dello scrittore. Nel corso degli anni, questo approccio ci ha permesso di crescere e attrarre ospiti di rilievo, rendendo il festival un appuntamento ormai consolidato nei circuiti nazionali.
I principali cambiamenti riguardano l’introduzione di numerosi premi all’interno del nostro festival, tra cui il Premio John Fante per l’opera prima, il Premio John Fante per l’opera prima Abruzzo, il Premio alla carriera e il Premio Italia Radici nel Mondo. Inoltre, abbiamo a disposizione un budget più consistente grazie anche al coinvolgimento di sponsor privati. Infine, c’è stato un impegno maggiore da parte della macchina amministrativa comunale che ha contribuito a rendere l’organizzazione dell’evento più importante.
Il successo delle edizioni è dovuto anche all’affiatamento del comitato organizzatore. Questo è composto da me e dagli amministratori del Comune di Torricella Peligna: il sindaco Carmine Ficca, la consigliera delegata alla cultura Loredana Piccirelli e il consigliere con delega all’organizzazione Nicola Di Pietrantonio. Con loro condivido tutte le mie scelte e c’è un dialogo costruttivo tra noi. Ho trovato a Torricella degli amministratori fantastici e molto empatici. Il sindaco, tra l’altro, è un giovane lungimirante che si muove sempre con grande rispetto e gentilezza, così come tutti i consiglieri. Questo clima di collaborazione permette di lavorare con serenità e libertà. Nei piccoli comuni si possono davvero trovare amministratori illuminati, in alcuni casi più che nelle città.

Come si dirige per così tanto tempo un festival dedicato a un unico autore senza rischiare di celebrarlo sempre nello stesso modo? In altre parole: come si continua a proporre un Fante nuovo?
La formula che ha guidato la mia esplorazione è stata un’intuizione iniziale: analizzare i temi emergenti dalla biografia e dall’opera di Fante per parlare di altro. Ciò è possibile grazie alla modernità della sua opera, che parla ai lettori di oggi, sia per le questioni che affronta sia per il suo stile di scrittura incisivo e innovativo. Durante il festival, quindi, non solo approfondiamo aspetti della sua produzione letteraria ma ci concentreremo anche su temi correlati che ci permetteranno di riflettere sulla nostra attualità.
L’ultima edizione ha avuto come tema la vulnerabilità. Perché proprio questa parola e che cosa racconta, secondo lei, della scrittura di Fante?
Mi ha sempre colpito la complessità dei personaggi di Fante. Prendiamo Arturo Bandini. Anche se si presenta con un’immagine fortemente maschile e da macho ci sono momenti in cui si mostra vulnerabile, come quando scoppia a piangere, ma non solo. Questi brevi istanti, apparentemente insignificanti nella storia, rappresentano pause narrative che rivelano la fragilità umana. Fante riesce a farci comprendere che dietro l’esteriorità dei suoi personaggi maschili ci sono emozioni profonde e controverse. Anche la figura paterna, in certe circostanze, dietro alla sua corazza si lascia andare alla commozione. È proprio questa capacità di Fante di esplorare la complessità dell’animo umano a rendere le sue opere così toccanti e autentiche.
La vulnerabilità, però, sembra essere uscita molto presto dai confini dell’opera fantiana per diventare una chiave di lettura del nostro presente. È questa una delle funzioni che attribuisce oggi a un festival letterario: usare la letteratura per interrogare ciò che accade fuori dai libri?
Chi viene al festival desidera tornare a casa arricchito da momenti di riflessione e confronto. E questo tema ci ha offerto l’opportunità di esplorare a fondo sia la condizione intima che quella sociale, invitandoci a interrogarci sulle nostre fragilità e sulle sfide del nostro tempo grazie alla presenza di autori e autrici straordinari. Ad esempio, Donatella Di Pietrantonio e Alcide Pierantozzi ci hanno regalato riflessioni profonde sull’analisi interiore, attingendo alle loro opere. Ma abbiamo affrontato anche la vulnerabilità dal punto di vista delle donne iraniane con Pegah Meshir, e quella psicologica dei giovani uomini di oggi, analizzata dallo psichiatra Leonardo Mendolicchio, o per esempio abbiamo discusso del bullismo tra i ragazzi, con il dottor Lanci, evidenziando come queste problematiche siano interconnesse. Il tema della vulnerabilità ci ha anche permesso di dare voce alla fragilità di popoli come quello palestinese e a chi ha cercato di resistere con la Flotilla, come Emanuela Pala. Abbiamo esplorato altre aree di conflitto attraverso gli occhi della giornalista Lucia Goracci. È emerso chiaramente che questo tema rispecchia la nostra condizione attuale: ci sentiamo tutti più vulnerabili, sia a causa della situazione politica internazionale che per le sfide climatiche e le incertezze legate al futuro sotto il dominio delle Big Tech.
Il Festival nasce a Torricella Peligna, un piccolo paese dell’Appennino abruzzese da cui partì Nicola Fante per gli Stati Uniti. Quanto conta che continui a svolgersi proprio lì? E quanto può un progetto culturale incidere sulla vita di un’area interna?
Svolgere il Festival a Torricella riveste un’importanza significativa poiché questo territorio ha subito un notevole depauperamento a causa dell’emigrazione. Organizzare un evento del genere rappresenta un gesto di restituzione che sicuramente avrebbe fatto piacere anche a Fante. È un atto politico che dimostra come sia possibile creare un richiamo di rilevanza nazionale e internazionale anche in un piccolo paese dell’entroterra. Inoltre, è un gesto di resistenza: sarebbe molto più semplice organizzare un evento simile in una grande città, considerando l’attrazione che Fante esercita sul pubblico contemporaneo. Ma cosa offre realmente alla comunità? Il comune lo sa bene, dato che investe molto su questa iniziativa. Sicuramente è un modo per incentivare il turismo, in particolare quello culturale. Il festival non solo dà visibilità a Torricella, ma stimola anche l’economia locale, poiché in quei giorni gli alloggi e i servizi sono sold out. Infine, promuove la cultura in un territorio dove l’incidenza creativa è inferiore rispetto alle città, contribuendo così a generare un ambiente culturale vivace e dinamico.
Lei stessa è nata in Canada, è cresciuta in Svizzera e ha raccontato in passato quanto il tema della migrazione abbia


contribuito al suo incontro con Fante. Dopo tanti anni, quanto c’è ancora della sua storia personale nel modo in cui costruisce il Festival?
Il mio interesse per Fante è profondamente legato alle sue corrispondenze biografiche. Sento una connessione con la sua vita e le sue esperienze che rendono la sua opera ancora più significativa per me.
Come nasce concretamente un’edizione? Viene prima il tema e poi gli ospiti, oppure sono gli incontri, i libri e ciò che accade nel presente a far emergere progressivamente un filo conduttore?
I temi si concretizzano in riflessioni maturate anche negli anni precedenti. In ogni caso, prima si presenta il tema o i temi che potrebbero essere suggeriti anche dalla lettura di un libro, a cui ricollego Fante. È tutto molto legato alla mia intuizione.
Negli anni avete affiancato al Festival premi e progetti dedicati alla nuova narrativa, alle radici, all’emigrazione e alle scuole. Possiamo dire che, grazie a queste ricadute culturali, il Festival sia diventato qualcosa di più grande della manifestazione di agosto?
I premi hanno consentito al festival di espandere le proprie attività anche in altri periodi dell’anno. Questo sviluppo ha permesso ai premi di acquisire una propria autonomia, separandosi gradualmente dall’evento principale. Tra i premi più significativi c’è il Premio John Fante Opera Prima, che rappresenta un vero e proprio fiore all’occhiello del festival. Questo premio ispirato al personaggio del giovane scrittore in Fante, Arturo Bandini, vuole promuovere talenti emergenti. Poi c’è il Premio Italia Radici nel Mondo, rivolto agli italiani all’estero, la cui presentazione del bando e premiazione finale si svolgono in Parlamento, valorizza le connessioni tra il nostro paese e la diaspora italiana.
Il suo documentario John Fante. Profilo di scrittore, realizzato nel 2003, è recentemente tornato disponibile ed è stato nuovamente proiettato durante il Festival. Che effetto le fa riguardare oggi il Fante che aveva raccontato allora? C’è qualcosa che, dopo più di vent’anni di studio e di Festival, racconterebbe diversamente?
L’effetto che mi suscita è una profonda consapevolezza del lavoro di ricerca che ha preceduto la realizzazione di questo documentario, il primo dedicato a Fante in Italia. Oggi mi piacerebbe intervistare più donne; al momento, infatti, sono presenti solo la moglie, la figlia e la traduttrice, che però appare soltanto nella versione inglese. È importante esplorare lo sguardo femminile su questo autore.
Dopo ventun edizioni, che rapporto si è creato con la famiglia Fante? Quanto ha contato la loro presenza nel dare al Festival una dimensione non soltanto letteraria, ma anche umana e quasi affettiva?
Negli anni si è sviluppata una bellissima amicizia con i membri della famiglia Fante, iniziata con la realizzazione del documentario. La loro presenza al festival è di fondamentale importanza, poiché porta con sé qualcosa di unico. Essendo parte della famiglia Fante, sono testimoni di una storia speciale e contribuiscono a creare un’atmosfera autentica. Inoltre, ora si uniscono a noi anche i nipoti, rendendo il tutto ancora più significativo. Siamo in piena ritornanza!
Che cosa abbia dato Giovanna Di Lello a questa manifestazione può dirlo il pubblico. Io vorrei invece chiederle: che cosa ha dato il John Fante Festival a Giovanna Di Lello?
Mi ha regalato numerose soddisfazioni e gioie oltre al piacere di far parte di una comunità di letterati. Tuttavia, devo ammettere che ha anche sottratto molto tempo alle mie iniziative personali e ai miei progetti di scrittura e studio, che spesso finisco per mettere da parte a causa di questo festival che richiede una grande dedizione.
Lucia Guida
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