Il bonus riduce del 25 per cento il conto per alcune famiglie, ma viene finanziato con una nuova componente applicata alla generalità delle utenze. Il costo non scompare: cambia soltanto chi lo paga
19 settembre 2026 20:35
di SANDRO SCOPPA
In queste settimane milioni di contribuenti fanno i conti con la TARI 2026 e con un sistema che presenta alcune novità. La più visibile è il bonus sociale rifiuti, entrato nella fase concreta di applicazione: una riduzione del 25 per cento destinata alle famiglie che si trovano sotto determinate soglie ISEE. La meno visibile, e forse più interessante, riguarda invece il modo in cui quello sconto viene finanziato. Perché il bonus, naturalmente, non è gratis.
Dal 1° gennaio 2026 la soglia ISEE ordinaria per accedere automaticamente all’agevolazione è stata portata a 9.796 euro, mentre rimane a 20.000 euro per i nuclei familiari con almeno quattro figli a carico. Il meccanismo non richiede, in linea generale, una domanda specifica al Comune: le informazioni contenute nella Dichiarazione sostitutiva unica vengono utilizzate per individuare gli aventi diritto. Se la TARI pesa troppo sui bilanci familiari, la prima domanda dovrebbe riguardare il livello della tariffa, l’efficienza del servizio e le ragioni dei suoi costi. La risposta scelta segue invece una logica diversa: il conto rimane sostanzialmente intatto e si stabilisce che alcuni debbano pagarne una parte minore. Resta allora da capire chi paghi la differenza. La risposta consente di capire molto del funzionamento della redistribuzione pubblica. Per finanziare il bonus è stata introdotta nella tassa sui rifiuti la componente perequativa UR3, pari a 6 euro per utenza, applicata alla generalità delle utenze. Il prelievo è partito nel 2025 proprio per raccogliere le risorse necessarie al finanziamento dell’agevolazione.
Il meccanismo è piuttosto semplice una volta liberato dal linguaggio tecnico: alcuni utenti ricevono uno sconto del 25 per cento e gli altri contribuiscono a finanziarlo attraverso una maggiorazione della propria tariffa. Il costo complessivo del servizio non diminuisce. Cambia soltanto la sua distribuzione. È un passaggio importante perché bonus e agevolazioni vengono spesso presentati come benefici senza costo. Le amministrazioni pubbliche, però, non dispongono di risorse che nascono spontaneamente. Ogni euro distribuito deve essere prima prelevato da qualcuno, oppure finanziato attraverso il debito e quindi rinviando il prelievo nel tempo. Nel caso della TARI il percorso è persino più evidente: il trasferimento avviene direttamente all’interno della platea degli utenti.
Chi apre l’avviso di pagamento può infatti trovare, accanto alle altre voci, le componenti perequative previste dall’ARERA. Oltre alla UR3 da 6 euro destinata al bonus sociale, esistono la UR1 da 0,10 euro e la UR2 da 1,50 euro per utenza, destinate ad altre finalità del sistema dei rifiuti. Le cifre considerate singolarmente possono sembrare modeste. Il problema economico, però, non consiste nello stabilire se sei euro siano molti o pochi. Riguarda il metodo: quando nasce una nuova finalità pubblica si aggiunge una componente al conto, mentre assai più raramente ci si domanda quali costi possano essere eliminati o ridotti.
Nel 2026 la questione assume maggiore rilievo perché è entrato in vigore anche il nuovo metodo tariffario ARERA, MTR-3, valido per il quadriennio 2026-2029. Comuni ed enti territorialmente competenti stanno adeguando piani economico-finanziari e tariffe al nuovo quadro regolatorio. Ancora una volta gran parte dell’attenzione è concentrata su come determinare, riconoscere e distribuire i costi. Rimane sullo sfondo la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: quanto deve costare davvero raccogliere e smaltire i rifiuti? È qui che la TARI mostra uno dei suoi limiti principali. In un normale rapporto economico chi offre un servizio deve confrontarsi continuamente con il prezzo che il cliente è disposto a pagare e con le alternative disponibili. Se spreca risorse, aumenta eccessivamente i prezzi o offre un servizio scadente, rischia di perdere clienti. È la concorrenza a trasformare l’efficienza da aspirazione in necessità.
Nel settore dei rifiuti questa pressione è molto più debole. Il cittadino non sceglie liberamente il gestore e non può rivolgersi a un concorrente se ritiene eccessivo il prezzo o insoddisfacente il servizio. Il costo tende così a trasformarsi in un dato da coprire: se aumenta, occorre trovare le entrate necessarie. E l’onere sui rifiutiè costruito proprio per assicurare la copertura integrale dei costi del servizio.
Un sistema realmente trasparente dovrebbe almeno rendere immediatamente confrontabili i risultati dei diversi territori: costo per abitante, costo per tonnellata raccolta, personale impiegato, spese amministrative e qualità del servizio. Un cittadino dovrebbe poter capire facilmente perché raccogliere i rifiuti in un Comune costi una determinata cifra e in un altro, con caratteristiche analoghe, molto di più. Rimane inoltre imperfetto il rapporto tra quanto si paga e quanti rifiuti vengono effettivamente prodotti. Superficie dell’immobile, numero dei componenti della famiglia e coefficienti presuntivi continuano ad avere un peso rilevante. Un sistema orientato alla responsabilità dovrebbe invece avvicinare il più possibile il pagamento alla quantità effettivamente conferita, facendo percepire direttamente anche il vantaggio economico di produrre meno rifiuti.
Il bonus TARI mette dunque in luce una questione che va ben oltre i sei euro della UR3. Il potere pubblico stabilisce chi debba essere agevolato e poi ripartisce sugli altri il costo della decisione. Il beneficio è immediatamente visibile a chi lo riceve; il suo finanziamento si disperde invece tra una moltitudine di contribuenti, spesso nascosto dietro sigle e componenti tariffarie difficili da comprendere. È molto più semplice redistribuire un costo che ridurlo. Per ridurlo occorre intervenire sull’organizzazione del servizio, eliminare inefficienze, confrontare risultati, introdurre dove possibile concorrenza e rendere chi gestisce responsabile delle risorse utilizzate. Ed è proprio da qui che dovrebbe cominciare una vera riforma della TARI: prima di decidere chi debba pagare il conto, bisognerebbe chiedersi perché quel conto sia così alto e cosa si possa fare per abbassarlo.
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