“Cent’anni di politiche abitative nei Paesi industrializzati non hanno mai eliminato l’esclusione abitativa: l’impossibilità di avere una casa decente ha accompagnato l’intera storia delle politiche”. Così scriveva Antonio Tosi, scomparso qualche anno fa, nel suo libro sulle Case dei poveri (Mimesis, 2017). La questione della casa non è mai stata del tutto risolta, anche nei Paesi che si sono spinti più avanti su questa strada, e anche da chi ha introdotto politiche mirate. La rivolta che sta scuotendo Madrid, in questi giorni, a seguito dello sfratto di Maricarmen Abascal, una donna di 87 anni sgomberata dalla sua abitazione nel quartiere madrileno di Retiro, ci ricorda quanto bruciante sia il ritorno della questione abitativa in Europa, e come questo sia uno degli aspetti di una nuova questione sociale sempre più urgente e per lo più ignorata dalle agende politiche.
A Madrid, dal caso di Maricarmen, è partita una mobilitazione gigantesca, che ha visto coinvolte decine di migliaia di persone, con un presidio permanente, una acampada a Puerta del Sol, che ha messo in difficoltà il governo e l’amministrazione della città. I manifestanti chiedono cambiamenti nella legislazione sugli affitti e sugli sfratti, e per questo hanno montato le loro tende in una piazza centrale, di fronte alla sede del governo regionale, con l’intenzione di rimanere lì fino a quando le autorità non presteranno ascolto alle loro richieste. Il Sindacato degli inquilini, che vuole venga proibito l’acquisto di appartamenti nel caso in cui l’acquirente non vi vada ad abitare o li dia in affitto, ha lanciato lo slogan: “O finisce il regno dei rentiers o il governo cade”.
La vicenda di Maricarmen ha colpito l’opinione pubblica, perché è particolarmente grottesca: il tribunale ha ritenuto scaduto il contratto del 1956, che l’interessata aveva ereditato dai suoi genitori, e veniva automaticamente rinnovato, e hanno dato ragione a Urbagestión, la società proprietaria, che intimava di liberare la casa dopo avere richiesto un aumento vertiginoso del canone di affitto, che superava l’intero importo della pensione dell’anziana. Ma non si tratta di un caso isolato: le mobilitazioni avvengono in un momento in cui i prezzi di acquisto e di affitto delle case in Spagna, in particolare nelle grandi città, sono aumentati a livelli proibitivi per coloro che percepiscono salari bassi e medi. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo, gli aumenti sono stati del 12,2% su base annua, nel secondo trimestre del 2026, e del 12,9% nella sola area della Comunità di Madrid. E coincidono con una carenza sempre più grave di offerta: tra il 2021 e il 2025, sono state costruite 750.000 case in meno di quelle necessarie per soddisfare la crescente domanda di nuove abitazioni, secondo i dati del Banco de España.
Il Sindacato degli inquilini chiede perciò che si introducano contratti a tempo indeterminato o di rinnovo automatico, in modo che l’inquilino possa decidere se rimanere o meno nella proprietà per il tempo che ritiene opportuno, una volta scaduto il termine concordato. Tra le richieste, ci sono anche quelle di congelare i prezzi degli affitti, di impedire gli sfratti che avvengono senza l’individuazione di un alloggio alternativo, e di limitare o vietare gli affitti temporanei, nonché di espropriare gli alloggi che appartengono a società e fondi di investimento immobiliare, chiamati “fondi avvoltoio”, come quello che ha sfrattato l’anziana dall’abitazione in cui aveva vissuto settant’anni. Fondi immobiliari, come Blackstone, hanno acquisito negli scorsi decenni, subito dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008, migliaia di appartamenti nel centro della capitale, e sono loro a fare il mercato.
Il presidente del governo, Pedro Sánchez, ha assicurato che sta lavorando a un decreto sulla casa da portare in Consiglio dei ministri, che dovrebbe rispondere a parte delle richieste dei manifestanti. Mentre il decreto è ancora in corso di negoziazione, Sánchez ha chiesto la collaborazione di altri gruppi parlamentari per fare passare il decreto, ma il Ppe pare estremamente riluttante a sostenere posizioni che modifichino lo status quo. La situazione è molto confusa. Va detto che era stato proprio il Psoe, negli anni Novanta, a liberalizzare gli affitti e il mercato della casa, e che la destra, che oggi amministra la città, ha le sue responsabilità per quanto è avvenuto, anche per il mancato contrasto all’azione dei fondi avvoltoio. Per questo c’è un diffuso scetticismo su quanto potrà sortire dal dibattito parlamentare. In ogni caso, la vicepresidente Yolanda Díaz, del gruppo di sinistra Sumar, partner del Psoe nella coalizione di governo, ha sostenuto la mobilitazione, chiedendo di agire energicamente contro lo strapotere dei fondi immobiliari. Si sta valutando la possibilità di uno sciopero degli affitti e di uno sciopero generale, se il decreto del governo si rivelasse troppo debole o non venisse approvato. Madrid, del resto, non è stata l’unica città a protestare: secondo i media spagnoli, sono state indette manifestazioni in quaranta città del Paese per chiedere misure contro l’aumento degli affitti.
Ce lo dice Madrid, ce lo dice Berlino (vedi qui), ce lo dicono gli sfratti incombenti nel nostro Paese – ottantamila circa le richieste di esecuzione quest’anno –, il ritorno della questione abitativa è un segnale di una malagestione delle città andata di pari passo con il procedere delle amministrazioni in direzione neoliberista. È anche vero che, per lungo tempo, la questione abitativa, nei suoi aspetti più acuti, è parsa riguardare principalmente gruppi in difficoltà: giovani precarizzati, migranti, senza dimora, minoranze. Ma ormai è evidente che la questione della casa è tornata a essere un problema di massa. Così, anche se in maniera tardiva, si è ricominciato – a fronte del perdurare dei problemi di accessibilità abitativa – a riproporre all’ordine del giorno della politica la questione rimossa della edilizia sociale, mentre l’era delle politiche “proprietariste”, come quella italiana degli anni Novanta, mirante a trasformare gli italiani in un “popolo di proprietari di casa”, si sono andate spegnendo progressivamente in Europa, dopo la crisi finanziaria globale del 2008-2009.
L’ideologia della casa di proprietà, di matrice profondamente conservatrice, è stata purtroppo politicamente condivisa a sinistra, in quanto si riteneva che la proprietà rappresentasse una sorta di elemento di stabilizzazione sociale e di consolidamento del ceto medio. In tutta Europa, non solo in Italia, una parte della socialdemocrazia ha finito per abbracciare l’idea che un allargamento della casa di proprietà fosse un segno di progresso, magari se conciliata e mitigata dalla presenza di settori consistenti di affitto pubblico. Così, per decenni, l’edilizia abitativa è stata dominata da attori e pratiche di tipo finanziario, demandando sbrigativamente la soluzione della questione al mercato.
Lo spartiacque è stato rappresentato dalla crisi immobiliare-finanziaria del 2008, che ha avuto un impatto fortissimo sullo spazio urbano, e i cui effetti si continuano a sentire. L’illusione del “tutti proprietari” è durata poco. Vale la pena di ricordare che, in Spagna, ci sono precedenti importanti agli avvenimenti attuali: dopo la crisi del 2008, si sono avuti duecentomila provvedimenti di sfratto, e la catena delle espulsioni si è poi cronicizzata provocando seicentocinquantamila sfratti nel decennio 2008-2019, con conseguenze sociali e politiche pesantissime, di cui anche gli ultimi eventi sono un segno.
Se si considerano dei valori economici assoluti, la possibilità di comprare una casa, per quello che era un ceto medio o medio-basso – diciamo di lavoratori, di operai qualificati, eccetera –, si è radicalmente andata ridimensionando negli ultimi decenni. Negli anni d’oro del welfare europeo, ci si poteva immaginare di acquistare una casa con l’equivalente di quattro-cinque annate di salario di un operaio qualificato o di un impiegato; oggi ci vogliono, nei grandi centri, anche quindici anni di salario per poter pensare di acquistare un appartamento modesto. Va inoltre notato che, tra i molti che affollano le città, ci sono anche i turisti: i processi di “turistificazione” hanno portato a uno sviluppo ipertrofico dell’abitare temporaneo, riducendo ulteriormente lo stock delle abitazioni disponibili per l’affitto. La nuova carenza di alloggi sta esacerbando una polarizzazione sociale delle società urbane, già da tempo in atto, respingendo la parte più povera degli abitanti sempre più lontano dal centro. La questione abitativa è diventata non solo un problema sociale, ma anche e soprattutto politico. È sempre più chiaro che la costruzione di alloggi non può essere lasciata al solo mercato: non si può lasciare che siano i grandi fondi immobiliari a gestire le città, come per esempio sta avvenendo a Milano.
Ma nonostante la pressione del problema e la sua importanza, la costruzione di nuovi alloggi va a rilento, mentre si insiste sulla svendita degli alloggi pubblici, di pari passo con la “riqualificazione”, tramite distruzione e abbattimento di parti di questo patrimonio. In questo modo, le spoglie della città pubblica vengono sacrificate sull’altare del mercato, con improvvisate partnership pubblico-privato, proprio nel momento in cui la presenza consistente di edilizia residenziale pubblica potrebbe giocare un ruolo regolativo in un mercato immobiliare apparentemente impazzito, in cui ci sarebbe invece la necessità di riconsiderarla come strumento “molto sociale” e importantissimo di welfare pubblico. Allora è inutile chiedersi per chi suonano le campane di Madrid e di Berlino: è anche per noi che stanno suonando.
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