A Firenze sono scomparsi quasi 200 negozi l’anno tra il 2019 e il 2025: le attività del commercio al dettaglio sono passate da 6.798 a 5.595, con 1.203 esercizi in meno e una perdita stimata di 180 milioni di euro. È il quadro della desertificazione commerciale tracciato da Confesercenti, nel giorno in cui la sindaca Sara Funaro ha firmato la proposta di legge nazionale per sostenere i negozi di vicinato.
La proposta di legge di iniziativa popolare ha già superato la soglia delle 50mila firme necessarie per arrivare al dibattito parlamentare. Le firme raccolte sono 51.800, circa due mesi in anticipo rispetto all’obiettivo fissato da Confesercenti, che aveva depositato il testo in Corte di Cassazione lo scorso 18 maggio.
La proposta di legge di Confesercenti
Nel frattempo Confesercenti punta a portare in Parlamento una serie di strumenti per contrastare la progressiva scomparsa delle attività commerciali dai centri urbani e dai quartieri periferici. Tra le misure previste ci sono un osservatorio sulla rigenerazione urbana, le cosiddette zone economiche speciali di prossimità, con strumenti di incentivo per le attività commerciali, e un fondo nazionale per la rigenerazione urbana da circa 600 milioni di euro.
“Il cuore della proposta prevede strumenti per governare il territorio attraverso le zone di prossimità e un fondo nazionale per la rigenerazione urbana” ha spiegato il presidente nazionale di Confesercenti Nico Gronchi.
Secondo Gronchi, la desertificazione commerciale non riguarda più soltanto i piccoli comuni, ma si sta estendendo alle periferie e avvicinando anche ai centri delle grandi città. “Abbiamo più di 1.100 comuni in Italia che non hanno più un esercizio alimentare” ha sottolineato, evidenziando le conseguenze del fenomeno soprattutto in relazione all’invecchiamento della popolazione.
La sindaca Funaro: “Il commercio di vicinato è legato alla residenzialità”
La sindaca Sara Funaro ha firmato la proposta definendola un’iniziativa che riguarda non soltanto gli operatori economici, ma anche la vivibilità dei quartieri.
“Firenze ha fatto da apripista su questi temi, siamo stati la prima città a mettere in campo il regolamento Unesco e nello stesso tempo continuiamo a sperimentare nuove forme di valorizzazione del commercio e dell’artigianato”, ha detto Funaro.
Per la sindaca esiste un legame diretto tra la presenza delle attività di vicinato e la possibilità di mantenere vivi i quartieri. “C’è un legame fortissimo tra la tutela del commercio di vicinato e la residenzialità”, ha spiegato, sottolineando la necessità di avere servizi raggiungibili vicino casa.
La proposta, ha aggiunto Funaro, potrebbe fornire ai Comuni strumenti aggiuntivi da affiancare alle politiche sull’abitare e alla regolamentazione degli affitti. L’obiettivo è contrastare la perdita di attività e sostenere la vivibilità dei quartieri.
I numeri in città e provincia
A Firenze, oltre ai 1.203 negozi persi tra il 2019 e il 2025, sono diminuiti anche gli esercizi indipendenti: da 6.400 a 4.947, con una riduzione di 1.453 attività, pari al 22,7%.
In provincia, considerando 41 comuni, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 13.354 a 11.164, con 2.190 attività in meno (-16,4%). Gli esercizi indipendenti sono diminuiti di 2.931 unità (-21,6%), mentre i bar sono scesi da 2.495 a 2.003, con una perdita di 492 locali (-19,7%).
Secondo le stime di Confesercenti, alla diminuzione delle attività commerciali nel capoluogo corrisponde una perdita di 180 milioni di euro di ricchezza territoriale, mentre altri 76 milioni sono legati alla riduzione dei bar. In provincia le stime salgono rispettivamente a 329 e 148 milioni di euro.
Chiudono negozi e bar
Il fenomeno non riguarda soltanto i negozi. Nel capoluogo fiorentino i bar sono passati da 1.376 nel 2019 a 1.122 nel 2025: 254 attività in meno, pari a una diminuzione del 18,5%. Un dato che si inserisce in una trasformazione più ampia del settore della somministrazione. In Italia, negli ultimi sei anni, sono venuti meno oltre 24mila bar, secondo i dati diffusi da Confesercenti, con una media di circa 11 locali al giorno. A pesare, secondo l’analisi dell’associazione, sono diversi fattori: l’aumento dei costi operativi, l’inflazione e il cambiamento delle abitudini di consumo. Ma per Francesco Sanapo, coffee expert e co-fondatore di Ditta Artigianale, la questione può essere letta anche da un’altra prospettiva.
“Forse il problema non è che stanno chiudendo troppi bar. Forse stanno chiudendo modelli di bar che non riescono più a creare abbastanza valore per stare in piedi oggi“, sostiene Sanapo.
Il fondatore della catena di caffetterie nata a Firenze e oggi presente anche a Milano sottolinea come, per un’attività, non sia più sufficiente puntare soltanto sui volumi. “Quando apriamo un nuovo spazio, la prima domanda non è mai ‘quanti caffè faremo qui?’, ma ‘quale valore aggiungiamo alla nostra storia e alle persone che entreranno?” spiega.
L’idea è quella di un cambio di paradigma per il settore, nel quale il locale non venga considerato soltanto come un punto vendita, ma come parte di un’identità più ampia.
“Se ti limiti ad aprire un locale, sei sostituibile al primo aumento dei costi o alla prima variazione di flussi. Se invece costruisci un brand solido, crei un’identità in cui il cliente si riconosce e a cui sceglie di tornare, a prescindere dall’offerta del bar accanto”, aggiunge Sanapo.
Secondo il coffee expert, la sostenibilità economica dei locali passa quindi dalla capacità di differenziarsi e di costruire un’esperienza che vada oltre il semplice prodotto. Un approccio che, nel caso di Ditta Artigianale, si traduce nell’attenzione alla qualità del caffè, alla filiera, all’identità del marchio e alla socialità degli spazi.
“Non credo che Ditta Artigianale cresca perché abbiamo trovato una formula magica. Cresciamo perché da dodici anni continuiamo a mettere in discussione la formula”, conclude.
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