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| L’onda nera in Europa, ostinarsi alla verità, le domande da fare, transizione frenata |
Marine Le Pen, favorita, secondo i sondaggi, per la corsa alla successione di Emmanuel Macron
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di
Luca Angelini
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L’onda nera e l’Europa L’allarme sull’avanzata dell’estrema destra in Europa è sempre più forte. Gideon Rachman, dal Financial Times, prova a rassicurare tutti: l’Europa reggerà. Alessandro non è così convinto, ma ci ragiona sopra.
L’ostinazione per la verità I casi di Giulio Regeni, di Garlasco e della morte di David Rossi al Monte dei Paschi fanno gridare contro silenzi durati troppo a lungo. Però, scrive Ferruccio de Bortoli, dovremmo anche riflettere su fatto che «l’idea che la ricerca della verità continui, nonostante tutto, premia gli sforzi di tanti, anche sconosciuti e sprona gli altri a cercare di sottrarsi alla trappola in qualche caso comoda, dell’oblio di necessità».
Le domande da fare Sette studenti di una confraternita della Cornell University, negli Stati Uniti, sono accusati di uno stupro di gruppo. L’inchiesta penale è stata aperta con due anni di ritardo e agli atti c’è una chat con cui alcuni studenti invitavano gli altri a fare «sesso gratis». Il caso ha riacceso il dibattito sulle violenze sessuali nelle università. Ma, spiega Elena, quasi sempre continuiamo a mettere in discussione solo il comportamento delle ragazze.
Transizione frenata Come noto, la Commissione Ue ha deciso di frenare (un po’) sullo stop ai motori termici dal 2035. Mentre nei corridoi di Bruxelles si inizia a parlare di un colpo di freno ancora più deciso, spunta un documento nel quale esperti (inascoltati) della stessa commissione sconsigliavano di annacquare le norme.
La Cinebussola Una storia, l’esordio alla regia dell’attrice Anna Foglietta, secondo il nostro Paolo Baldini è un dramma minimalista e intimo, con un valore aggiunto: la recitazione dei due protagonisti, Alba Rohrwacher e Guido Caprino.
Se vi va, scriveteci
Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it Luca Angelini langelini@rcs.it Elena Tebano etebano@rcs.it Alessandro Trocino atrocino@rcs.it
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| Rassegna internazionale |
| L’allarme sull’estrema destra in Europa è fortemente esagerato? |
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L’allarme sull’estrema destra è alto in Europa e le elezioni in arrivo in molti Paesi – Francia, Italia, Bulgaria, Spagna e Polonia – sono viste come l’anticamera di una conquista del potere da parte di formazioni estremiste, ultrasovraniste, con possibili derive razziste e autoritarie. Allarme infondato, scrive Gideon Rachman sul Financial Times.
Che la destra estrema sia di gran moda in Europa è chiaro a tutti e non succedeva dagli anni ’30. Ad aggravare la sensazione, due burattinai esterni – gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin – che tifano apertamente per la destra più estrema e usano il sovranismo come un potente solvente per disgregare l’Unione.
Da noi non è solo questione di Roberto Vannacci. Che pure avanza, detta l’agenda alla destra e in Calabria, checché se ne dica, non ha fatto nessun flop (11 per cento alla prima elezione). Gli ammiratori di Putin non mancano anche a sinistra e tra i simpatizzanti dei 5 Stelle. Alessandro Orsini, ieri sul Fatto quotidiano, ha scritto un pezzo che grondava entusiasmo per Putin che ha «stravinto» le elezioni, «battendo tutti i record». Orsini lo aveva previsto naturalmente e nessuno ironizzi sul fatto che corresse di fatto da solo. È lo stesso Orsini, si scrisse nel 2022, contattato da Giuseppe Conte che ne apprezzava il «pensiero laterale». Lui ricambiò spiegando che avrebbe votato M5S. Nel frattempo il suo pensiero è diventato piuttosto frontale: l’autocrazia di Putin è la vera democrazia e l’Europa, frustrata e umiliata, si deve vergognare.
Gli ammiratori di Trump, invece, sono soprattutto a destra, anche se le preoccupazioni per il crollo dell’economia, favorito dalla tendenza del presidente a scatenare guerre e a dazi contro amici e nemici, ha reso un po’ più cauti i suoi ammiratori nostrani. Tra l’altro ci sono le elezioni di midterm, e un calo netto nei sondaggi, e dunque bisognerà valutare se conviene ancora stare sul carro del tycoon o spostarsi altrove.
Rachman è rassicurato da tre elementi. Il primo è che in buona parte dell’Europa vige una legge elettorale proporzionale, che limita i danni. Il secondo è che, una volta al potere, molte destre falliscono o si moderano. Il terzo, sono i vincoli europei, che frenano gli estremisti.
Lo storico editorialista del Financial Times cita i Paesi Bassi: lì il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha ottenuto nel 2023 la maggioranza relativa ed è entrato in un governo di coalizione. Ma, «frustrato dai vincoli della politica di coalizione e del diritto comunitario, ha abbandonato il governo». In seguito, il consenso per il Pvv è crollato. Poi c’è l’Austria. Qui il Partito della Libertà austriaco (non c’è molta fantasia nei nomi), anche lui di estrema destra, ha fatto parte di due governi di coalizione dal 2000 e ha vinto le elezioni del 2024. Ma non è riuscito a formare un governo di coalizione. Merito, dice Rachman, della legge elettorale proporzionale. Che, lì come in Germania, costituisce un argine.
Noi, viene in mente, non ce l’avremmo una legge proporzionale, visto che il governo ne sta varando una con premio di maggioranza. Ma è una falsa impressione. Perché, se nessuna delle coalizioni raggiungesse il 42 per cento, non scatterebbe nessun premio e quindi la legge diventerebbe proporzionale, costringendo i partiti a mettersi d’accordo dopo il voto (presumibilmente così eviterebbero di portarsi a Palazzo Chigi un incendiario Vannacci). Scenario inverosimile? Non è detto. Anche perché voci degli ultimi giorni narrano di un Conte che, temendo di perdere le primarie, potrebbe decidere di abbandonare il campo (largo) e di correre da solo. Non è un’ipotesi così assurda. Così come non è assurdo (ma improbabile) che Meloni scelga di non imbarcare Vannacci, se non altro per ragioni di carattere internazionale. In quel caso, il premio non lo prenderebbe nessuno.
Ma torniamo all’Europa. E a Rachman, che arriva alla Francia. Sì, c’è l’allarme Marine Le Pen, che potrebbe vincere il secondo turno ed entrare all’Eliseo. Ma ci sono due «ma». Il primo è la «melonisation», come i francesi chiamano la tendenza degli estremisti a moderarsi una volta arrivati al governo (dal caso di Giorgia Meloni, naturalmente). La seconda è che Le Pen si è già un po’ moderata rispetto al passato. Anche perché sa che, una volta arrivata al potere, dovrà fare i conti con l’Unione e con i suoi vincoli.
Scrive Rachman: «Molte delle paure legate a Le Pen, all’Afd e al resto dell’estrema destra europea riflettono i ricordi degli anni ’30. L’esperienza di allora dimostrava che, una volta saliti al potere, i leader di estrema destra – come Hitler o Franco – minavano rapidamente la democrazia e lasciavano l’incarico solo con la morte». Ma non è più così, dice. Basti guardare ai casi di Polonia e Ungheria.
Non sono argomentazioni infondate, naturalmente, ma scontano una buona dose di ottimismo. Perché la melonizzazione altrove è un fenomeno possibile, ma non scontato. È possibile che, una volta al governo, Afd e Rassemblement eviteranno di far marciare per strada le milizie armate, ma gli equilibri europei difficilmente reggerebbero. E se Meloni ha assunto questa postura atlantista è anche perché non aveva molti alleati in Europa, Orbán a parte. Peraltro, il governo in Italia ha portato avanti politiche equilibrate nella diplomazia internazionale ma molto di destra in tema di sicurezza, di ordine pubblico, moltiplicando gli allarmi e creando le condizioni per un clima sociale che sta favorendo l’ascesa di Vannacci. Infine, Polonia e Ungheria sono riuscite a tornare indietro, momentaneamente, dalla china antidemocratica. Ma l’ascesa degli autocrati non è stata affatto impedita dall’Unione europea che, anzi, li ha foraggiati per anni, consentendo loro di governare al meglio. Non è detto, peraltro, che vada sempre come in Polonia e Ungheria, come dimostra la storia. Non c’è bisogno che le democrazie europee si trasformino in feroci dittature. Basta che diventino autocrazie, democrazie illiberali e ultrasovraniste, così da paralizzare l’Europa e favorirne la disgregazione.
Processo che è già in atto, messo in moto da una morsa violentissima: da una parte l’ascesa dell’estrema destra, appunto (con gli sponsor russi e americani) e dall’altra l’immobilismo dei grandi Paesi europei, che non si decidono né a modificare la norma che richiede l’unanimità né a creare un’Europa a due velocità, accelerando il processo di integrazione politica e militare. Schiacciata da fuori e paralizzata dentro, l’Europa rischia l’implosione. Tutti i bei discorsi sullo Stato di diritto, le garanzie individuali, la democrazia liberale saranno un bel ricordo e nessuno saprà più chi erano Spinelli, Adenauer, Schuman. A quel punto, ci sarà qualcuno che governerà con un partito unico e ci sarà un coro di Orsini entusiasti per la bella vittoria elettorale e per il nuovo strabiliante record di consensi. Non è uno scenario così improbabile.
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| Frammenti |
| La trappola dell’oblio «di necessità» e quella verità che va cercata sempre |
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Come in un’incredibile congiunzione astrale, nella giornata di ieri, 28 settembre – lo nota Massimo Gramellini nella sua rubrica sul Corriere – si sono allineati, in tante vicende nazionali, lontane e diverse, piccoli pezzi di verità. E anche un po’ di giustizia. Prima di tutto la sentenza del processo per il sequestro (l’assassinio ancora no, purtroppo) di Giulio Regeni che se fosse dipeso da chi proponeva l’oblio come un’amara esigenza di rapporti fra le nazioni non avremmo mai avuto. Un Paese democratico, uno Stato di diritto, si distingue o si dovrebbe distinguere per questo. Nessun cittadino è vittima o prigioniero della ragion di Stato. E il suo corpo, la sua dignità sono inviolabili. Sempre e ovunque. E, dunque, non possiamo che ringraziare i genitori di Giulio, condividere le parole della loro avvocata e dei tanti che non si sono mai arresi. E che andranno avanti, ne siamo certi. La ricerca della verità non finisce qui.
Se in questa e in altre tragiche vicende nazionali, le tante persone che hanno manifestato il loro sdegno si fossero arrese o solo stancate, se fossero stati tolti quegli striscioni ai municipi che dopo un po’ danno fastidio, probabilmente non saremmo qui. E la stessa cosa potremmo dire se avvocati, magistrati, giornalisti avessero smesso – pur potendolo senza violare alcuna norma – di fare il loro mestiere. Ieri la Francia ha promesso che collaborerà, dopo 46 anni di silenzi, alle indagini per la strage di Ustica. Un filo, inaspettato, di speranza che un po’ di verità, alla fine emerga. Quante persone ancora vive che sanno non parlano? Un pensiero riconoscente va, di conseguenza, ad Andrea Purgatori che combatté non solo «il muro di gomma», ma anche quella tendenza nazionale all’oblio di necessità (quale?).
Nella stessa giornata, abbiamo avuto la clamorosa chiusura delle nuove indagini su Garlasco e ci chiediamo come sia possibile che prove così importanti per il destino di un condannato con sentenza in giudicato siano state celate per tanti anni. E, ancora ieri, è emersa un’ipotesi di omicidio, e non di suicidio, per la morte del povero David Rossi, forse buttato giù dal suo ufficio al Monte Paschi di Siena. L’idea che la ricerca della verità continui, nonostante tutto, premia gli sforzi di tanti, anche sconosciuti e sprona gli altri a cercare di sottrarsi alla trappola in qualche caso comoda, dell’oblio di necessità.
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| Rassegna di genere |
| Non chiediamoci perché lei non si è difesa. Chiediamoci perché loro non sono intervenuti |
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Una nuova denuncia di stupro ha riacceso la discussione (mai sopita) sulla violenza sessuale nelle università americane. Una ragazza, la cui identità non è stata diffusa, ha fatto causa alla Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, denunciando di essere stata stuprata da sette studenti nella sede della confraternita universitaria Chi Phi, dopo che l’avevano spinta a sniffare ketamina, fumare marijuana e bere alcolici. Secondo la sua testimonianza, la ragazza a causa delle droghe e dell’alcol era incapace di reagire e quindi di dare il proprio consenso agli atti sessuali che le sono stati imposti.
A far discutere non è tanto lo stupro al centro della causa, simile a quelli che purtroppo accadono spesso negli Stati Uniti e non solo. Ma il fatto che la ragazza accusi le autorità e in particolare l’Università di non aver fatto niente per indagare sulla presunta violenza e assicurare i presunti responsabili alla giustizia. La vicenda risale infatti all’ottobre di due anni fa, ma la procura locale ha aperto un’inchiesta solo adesso, dopo che la ragazza ha citato in giudizio i sette studenti, la confraternita Chi Phi, l’Università e un bar di Ithaca, oltre che altre persone legate alle associazioni studentesche, chiedendo un risarcimento danni.
La giovane, che all’epoca aveva 20 anni (un’età a cui negli Stati Uniti è proibito bere alcol), si era rivolta alla polizia del campus, ma c’era stata soltanto un’inchiesta interna, che aveva portato alla sospensione degli studenti coinvolti, mentre due sono stati espulsi e a cinque di essi è stato chiesto di scrivere un tema sull’accaduto per «alleggerire la loro condotta». La sezione Chi Phi del campus invece è stata chiusa nel 2024.
La Cornell University è una delle università di élite americane (fa parte della cosiddetta Ivy League) e le accuse di non aver fatto abbastanza per proteggere la ragazza, che poi ha abbandonato gli studi, hanno sollevato un putiferio. «Qualsiasi insinuazione secondo cui l’università non avrebbe inflitto sanzioni adeguate ai responsabili è falsa», ha commentato una portavoce dell’ateneo.
Il procuratore distrettuale della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, ha dichiarato che adesso il suo ufficio perseguirà le accuse. Ma che due anni fa non lo aveva fatto perché, a suo dire, la testimonianza originale fornita dalla presunta vittima nel 2024 non le giustificava. La ragazza, secondo Van Houten, aveva rilasciato una dichiarazione alla polizia del campus in cui «descriveva il proprio uso di sostanze stupefacenti e la propria condotta sessuale come volontari, consapevoli e consensuali». L’avvocato della presunta vittima, Thomas Giuffra, ha detto però alla Cnn che il rapporto della polizia «non era sostanzialmente diverso» dalle accuse contenute nella causa civile e ha criticato l’ufficio del procuratore distrettuale per non aver avviato prima un’indagine più approfondita.
La ragazza ha denunciato di essere arrivata alla confraternita per far visita a un amico quando era già ubriaca, dopo che le era stato servito alcol in un bar a un evento di un’associazione studentesca (nonostante fosse identificabile chiaramente come minore di 21 anni). Secondo la testimonianza della ragazza, l’amico e altri appartenenti alla confraternita l’hanno stuprata in gruppo per ore, dopo averla costretta ad assumere droga e altro alcol quando lei non era più in grado di rifiutarsi. E coinvolgendo altri studenti attraverso un messaggio nella chat della confraternita che annunciava — usando un linguaggio molto più volgare — «sesso gratis» in una delle stanze dello studentato (qui i dettagli della denuncia).
Anche la deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha criticato quella che ha definito una «cultura dello stupro» nelle istituzioni d’élite. «Quando ho letto cosa è successo alla Cornell, quegli uomini hanno pubblicato dei messaggi in una chat di gruppo. Ciò significa che per loro era normale. Ciò significa che per loro era accettabile. Questa è una cultura», ha affermato domenica durante un forum affollato di giovani vicino al campus della Cornell. «E ciò che dobbiamo fare è capire che non possiamo più proteggere quegli spazi».
La Cornell ha istituito una task force universitaria sulle aggressioni sessuali nel 2025. Secondo un sondaggio realizzato dalla stessa task force, il 35% delle studentesse universitarie e l’8% degli studenti universitari hanno riferito di aver subito atti sessuali non consensuali durante il loro percorso alla Cornell.
Le indagini dovranno accertare cosa è successo davvero in questo caso. Ma alla denuncia della ragazza è allegata una foto della chat scambiata dagli studenti che, al di là della verità giudiziaria, fa pensare. «La famosa chat aveva 57 iscritti: cinque sono andati lì a vedere cosa c’era in offerta, gli altri hanno fatto finta di niente» scrive Giulia Blasi nella sua newsletter Servizio a domicilio su Substack. «Nessuno ha fatto quello che si sostiene dovrebbero fare gli “uomini veri”: nessuno ha protetto la donna vittima della violenza. Nessuno si è messo dalla sua parte. Per cui, quando sento certi leader di partito blaterare di “uomini forti che proteggono le donne” mi domando subito: da chi? Perché dagli altri uomini, evidentemente, no. E soprattutto: come? Se nemmeno quando potresti – perché hai ricevuto quel messaggio, perché hai raccolto la denuncia, perché sei il decano dell’istituto a cui sono iscritte le persone coinvolte – fai qualcosa? Se gli uomini sono “protettori naturali”, come dicono, perché nessuno di quelli che erano iscritti alla chat della fraternity ha salito le scale, aperto la porta, allontanato gli aggressori dalla ragazza in stato di incoscienza, chiamato la polizia?»
Culturalmente siamo abituati a mettere in discussione le scelte delle vittime: a chiederci perché quella ragazza sia andata alla confraternita ubriaca, per esempio. O perché non si sia difesa. Succede continuamente, nelle discussioni pubbliche e persino nei processi. Giusi Fasano ha raccontato le domande terribili fatte alla ragazza vittima dello stupro di gruppo per cui sono stati condannati in primo grado, l’anno scorso, Ciro Grillo (figlio di Beppe, il fondatore del Movimento 5 Stelle), Vittorio Lauria, Edoardo Capitta e Francesco Corsiglia: «Un interrogatorio durissimo, segnato dalle lacrime di lei e da domande che ricordano molto da vicino il famoso “Processo per stupro” di fine anni Settanta» aveva scritto.
Ma dovremmo iniziare a mettere in questione il comportamento dei ragazzi, anche a prescindere dalla sua rilevanza penale. Perché di fronte a una chat come quella della Cornell University nessuno degli studenti che ha ricevuto il messaggio è intervenuto? Perché a nessuno è scattato un campanello di allarme? Perché non discutiamo di questo? Perché non ci chiediamo se facciamo abbastanza per insegnare ai nostri figli che se una ragazza è ubriaca il suo consenso al sesso (e al sesso di gruppo) va messo in discussione? Oggi invece ancora troppo spesso si insegna ai ragazzi che «ogni lasciata è persa», che i «maschi» devono provarci sempre. È anche da qui che dobbiamo partire.
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| Rassegna della mobilità |
| Come la Commissione Ue smentì sé stessa sul passaggio ai motori elettrici |
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In questi giorni si fa un gran parlare di gasolio e benzina, con contorno di tetti, sconti e accise, e meno di veicoli elettrici. A dare una scossa è un’esclusiva di Politico Europe: Jordyn Dahl, grazie a una richiesta di accesso agli atti fatta dall’Ong Aria, che si occupa di indagini sul clima, ha messo le mani su un documento che dimostra come la Commissione europea abbia ignorato un proprio parere interno che consigliava di mantenere la tabella di marcia verso il divieto Ue ai motori a combustione interna. E ha invece ceduto alle pressioni delle case automobilistiche e dei governi di alcuni Paesi membri per ammorbidire le norme.
La questione è quella della famosa (famigerata, secondo i critici) data del 2035 come anno di stop alla produzione di nuovi motori a combustione interna. Più nello specifico, la norma – approvata nel 2023 come uno dei pilastri del Green Deal – prevedeva una riduzione del 100% delle emissioni allo scarico delle nuove auto entro il 2035. Una revisione del regolamento era prevista per il 2026, ma le case automobilistiche e i loro fornitori avevano esercitato forti pressioni sulla Commissione affinché fosse anticipata al 2025. A loro dire, le vendite di veicoli elettrici si erano arrestate nel 2024, rendendo impossibile il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla legge. A dicembre dello scorso anno era così arrivata una nuova proposta della Commissione: anziché ridurre del 100% le emissioni allo scarico dei nuovi veicoli entro il 2035, le case automobilistiche dovranno ridurle solo del 90% rispetto ai livelli del 2021. Il 10% di emissioni rimanenti dovrebbero essere compensate mediante l’utilizzo di acciaio a basso tenore di carbonio, e-fuel o biocarburanti. La proposta è attualmente oggetto di dibattito nelle istituzioni dell’Ue (e, come vedremo, potrebbe essere ulteriormente annacquata).
Il documento interno della Commissione che consigliava alla Commissione medesima di non modificare le norme era stato redatto dagli analisti della Direzione generale per l’azione climatica (Dg Clima), in vista di un incontro previsto per gennaio 2025 tra il Commissario per il Clima Wopke Hoekstra e i rappresentanti delle associazioni di categoria dell’industria automobilistica (Acea) e dei fornitori di componenti per auto (Clepa). Vi si leggeva che era troppo presto per definire irraggiungibile l’obiettivo del 2035, nonostante le argomentazioni delle case automobilistiche europee secondo cui serviva un aiuto a causa delle vendite stagnanti di veicoli elettrici.
Pur provenendo dalla Dg Clima, nel documento si parla molto di politica industriale e competitività. Gli analisti segnalavano, ad esempio, che modificare in corsa le norme avrebbe inviato un segnale negativo alle aziende che avevano investito miliardi per incrementare la produzione di veicoli elettrici. «È prematuro e speculativo trarre conclusioni su specifiche situazioni di conformità – si legge nel documento -. Per la nostra futura competitività industriale, è estremamente importante continuare a fornire certezze al mercato e agli investitori». E, ancora, «il mercato automobilistico è globale e i recenti sviluppi dimostrano che la futura competitività del settore a livello mondiale è legata alle nuove tecnologie di propulsione (elettrica)».
I costruttori, dal canto loro, avevano lamentato il rischio di dover pagare 15 miliardi di euro di multe per mancato raggiungimento dell’obiettivo del 2025. Ossia ridurre le emissioni del 15% rispetto al livello del 2021, pena una multa di 95 euro per grammo di CO2 per chilometro emesso al di sopra dell’obiettivo per ogni veicolo non conforme venduto nell’Ue. La Dg Clima, però, faceva presente: «Questa cifra richiesta dall’industria rappresenta il caso molto improbabile di “nessuna azione” e di nessun miglioramento da parte di alcuno dei produttori». Ed evidenziava la crescita delle vendite di veicoli elettrici. I dati le daranno ragione: secondo la stessa Acea, le vendite di veicoli elettrici sono aumentate del 30% nel 2025, raggiungendo quota 1,88 milioni. Ma a quel punto, ormai, la Commissione Ue aveva ceduto alla pressione congiunta degli Stati membri — guidati dalla Germania e comprendenti Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Polonia e Slovacchia —, del Partito popolare europeo sempre più agli ordini del tedesco Manfred Weber (del Ppe fa parte anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen) e dell’industria automobilistica per modificare la legge del 2035.
Il successo sembra aver convinto i costruttori a dare altri colpi di freno. «Le pressioni non si sono fermate – segnala Dahl -. Le case automobilistiche e i loro alleati politici stanno ora spingendo per indebolire ulteriormente le regole, in un momento in cui la concorrenza dei produttori automobilistici cinesi si intensifica e le case automobilistiche europee come Volkswagen tagliano posti di lavoro e chiudono stabilimenti. Il Ppe è il principale negoziatore sulla questione al Parlamento europeo. La sua bozza di relazione va persino oltre le richieste dell’industria, abbassando di fatto gli obiettivi a una riduzione delle emissioni del 73%, attraverso maggiori compensazioni tramite carburanti alternativi e acciaio verde».
La proposta del Ppe «combina le peggiori idee delle lobby dell’industria automobilistica, petrolifera e dei biocarburanti. Il risultato è una legge che potrebbe consentire alle case automobilistiche di risultare conformi senza vendere una sola auto elettrica entro il 2035», dice William Todts, direttore esecutivo dell’Ong Transport & Environment.
Solite proteste insensate di quello che anche la premier Giorgia Meloni bolla spesso come «ambientalismo ideologico»? Enrico Giovannini, ministro del governo Draghi che negoziò con i costruttori la data del 2035 e oggi direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), in un’intervista a Repubblica ai tempi dell’ammorbidimento delle norme, aveva avvertito: «Sono convinto che la tecnologia li (e ci) sorprenderà: tra un decennio il panorama automobilistico sarà completamente diverso dall’attuale e tutto questo dibattito sembrerà anacronistico. Tra dieci anni tra un’auto elettrica, con autonomia doppia rispetto a oggi, e una plug-in che costerà il 30% in più cosa sceglieranno i consumatori? (…) Mentre noi discutiamo, la Cina sta accelerando in un concetto di auto completamente diversa da quelle attuali. Elettrica, digitale a guida autonoma, quasi degli smartphone con le ruote. E innovano non solo il prodotto, ma il processo. Trenta ore di lavoro per costruire un’auto, contro le nostre 80-90. E nello stabilimento che Byd sta realizzando in Ungheria una stessa catena di montaggio potrà sfornare 8 modelli diversi, contro i 3 delle più moderne fabbriche europee. Bisogna distinguere tra le dinamiche di mercato a breve e le prospettive a lungo termine. Per questo all’Europa serve molta più politica industriale».
Intervenendo al Festivaletteratura di Mantova, qualche settimana fa, Giovannini ha detto che a essere ideologico non è il Green Deal ma l’opposizione al Green Deal. «Chi se la prende con il Green Deal vorrei sapere se l’ha letto – ha detto -. Non è un programma ambientalista, è una proposta di modello di sviluppo, non di decrescita felice o altro. Con la sostenibilità le imprese possono diventare più competitive, non meno competitive. I dati Istat dicono che la produttività nelle imprese che hanno investito in sostenibilità è cresciuta del 16% in più che in quelle che non l’hanno fatto». Quanto al settore auto e alla data del 2035, in un’altra intervista recente, al sito Vaielettrico, Giovannini ha ribadito che la scelta europea di fissare il 2035 come termine per la vendita delle auto con motore termico era razionale e condivisa dagli stessi costruttori. Il problema è arrivato dopo, quando molte aziende hanno puntato soprattutto sui modelli premium, trascurando il segmento delle utilitarie: «Molti produttori hanno pensato che il loro competitor fosse Tesla e si sono dimenticati il segmento piccolo e medio piccolo».
E l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha ammesso che i veicoli pensati nel centro di sviluppo della sede centrale a Wolfsburg sono ormai «troppo costosi, troppo arretrati, troppo tedeschi per sperare di tenere il passo dei rivali cinesi. Basti pensare che nel 2025 la Volkswagen ha venduto in Cina 115 mila auto elettriche, mentre l’attuale leader di mercato, la cinese Byd, ha raggiunto questo traguardo in appena due settimane».
Conviene, allora, frenare, regalando altri anni di vantaggio alla concorrenza, o accelerare sul passaggio all’elettrico? E, giusto a proposito di politica industriale (che, come noto, la Cina pratica a suon di sovvenzioni e agevolazioni ai propri costruttori, tanto da venir colpita da dazi Ue, peraltro non efficacissimi, tanto che Bruxelles starebbe pensando a nuove misure), Giovannini, a Mantova, ha denunciato: «Il problema è che l’Ue non ha i soldi perché gli Stati e i governi non glieli vogliono dare». (Sul punto si può rileggere quel che hanno scritto Marco Buti e Marcello Messori sulla newsletter Il Mattinale Europeo: se ne è occupato anche Gianluca Mercuri in questa Rassegna).
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| La Cinebussola |
| Un dramma di provincia minimalista e intimo per l’esordio di Foglietta alla regia |
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Estetica della normalità inquieta, turbata, sconnessa. È un bell’esempio di cinema intimo-naturalista l’esordio alla regia dell’attrice Anna Foglietta, presentato con successo nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia. Una storia è un dramma minimalista che esplora il peso del quotidiano e la crisi silenziosa di una coppia di cuori semplici che si scoprono complessi, travolti dal virus dell’incomunicabilità.
Interpretato da due attori di spessore come Alba Rohrwacher e Guido Caprino, il film svicola dai canoni della narrazione classica preferendo concentrarsi sulla dilatazione del tempo e sull’osservazione dei legami affettivi. Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino) fanno parte dell’ordinary people della provincia italiana. Le abitudini, i ritmi, gli ideali ingialliti: il caffè, i pranzi veloci, la cura della casa. Lei fa la cassiera in un supermercato. Lui lavora nell’impresa edile del padre, che non perde occasione per umiliarlo e trattarlo da incapace.
Per anni, la stabilità della loro unione è stata garantita dalla presenza della figlia Irene. La crescita e le necessità della ragazza hanno rappresentato il fulcro attorno al quale Erika e Mauro hanno costruito i propri rituali quotidiani. Poi quando Irene, maggiorenne, si trasferisce in una residenza studentesca per frequentare l’università, cala il buio: Erika e Mauro non riescono a parlarsi. Il tran-tran di coppia, senza Irene, diventa arido, meccanico: un residuo di amore e solidarietà c’è ancora. Così come i gesti affettuosi e una genuina tenerezza. Ma ora sono una coreografia ripetuta per inerzia.
Foglietta accompagna lo spettatore attraverso questo smarrimento silenzioso. Erika inizia ad avvertire il peso del tempo che passa. Le pesa la rinuncia al desiderio, sente la necessità di continuare a essere donna e non solo una madre e una moglie. I due si muovono negli stessi spazi – la cucina, il bagno, l’abitacolo dell’auto – ma la distanza emotiva è sempre più marcata. Il finale del film, caratterizzato da una sequenza in split screen, evidenzia formalmente questa condizione: la frammentazione dello schermo restituisce l’incertezza sul loro futuro, sospeso tra il tentativo di una faticosa ricomposizione e l’accettazione di una definitiva, malinconica distanza.
Con Una storia, Foglietta compie un atto di coraggio decidendo di non capitalizzare sulla commedia brillante che l’ha resa celebre come attrice ma firmando un’opera prima contemplativa, asciutta, decisamente drammatica. Guarda ai personaggi con tenerezza, fa emergere le loro fragilità senza scivolare nel paternalismo. La scelta dell’articolo indeterminativo nel titolo racchiude il senso dell’intera operazione: raccontare una vicenda universale proprio perché ordinaria, rintracciando l’unicità dell’esperienza umana all’interno della più banale quotidianità.
Il valore aggiunto della pellicola risiede nell’alchimia e nella misura dei due protagonisti. Alba Rohrwacher restituisce con precisione il peso della solitudine non condivisa, l’infelicità senza nome, fatta di sguardi smarriti. Guido Caprino offre una prova solida nel tratteggiare un uomo intrappolato tra l’oppressione paterna e l’incapacità di decodificare il malessere della compagna. Foglietta sceglie di affidarsi ai tempi sospesi, alle inquadrature statiche e alla rinuncia di una struttura narrativa tradizionale. Alla lunga il gioco smorza la tensione drammatica annebbiando i sentimenti.
UNA STORIA di Anna Foglietta (Italia, 2026, durata 95’, BIM Distribuzione) con Alba Rohrwacher, Guido Caprino, Elio De Capitani, Caterina Casini Giudizio: 3,5 su 5 Nelle sale
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