Una rivoluzionaria forestazione urbana – 3
di Dante Schiavon
(continua da https://www.sherpa-gate.com/altrispazi/una-rivoluzionaria-forestazione-urbana-2/
Settima parte
Finora le leggi non stanno proteggendo gli alberi
La quasi totalità dell’opinione pubblica riceve un’informazione deformata sul rischio che un albero possa cadere: dobbiamo togliere questo macigno narrativo. Non si può essere a favore della natura e nello stesso tempo considerare, in modo aprioristico, gli alberi una fonte di pericolo. Gli alberi sono il respiro della natura e dobbiamo farli vivere sani, farli respirare per poter respirare noi assieme a loro: gli alberi non sono un rischio ma un dono della natura per purificare l’aria e mitigare le ondate di calore dei luoghi urbani che rappresentano il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea e dove vive la maggioranza della popolazione. Gianluca Stefani di Onda (Organismo Nazionale Difesa Alberi) ci ricorda che in Italia per le ondate di calore muoiono all’anno più di 8000 persone e per patologie legate all’inquinamento circa 80.000 persone.
Gli alberi devono diventare i pezzi di una “infrastruttura vegetale” che porta considerevoli benefici per una reale ed estesa “operazione di prevenzione” delle patologie conseguenti al nostro modello di sviluppo che produce inquinamento e l’innalzamento della temperatura.
Nel 2024 è entrata in vigore la “Legge per il Ripristino della Natura” e tale anno deve essere considerato l’anno zero per una nuova e “rivoluzionaria gestione del verde pubblico e privato”. E’ dal bisogno di “rinaturalizzare gli spazi urbani” che nasce l’esigenza di una gestione radicalmente diversa degli alberi. Per proteggere quella che deve diventare una vera e propria “infrastruttura verde” bisogna colmare l’enorme “deficit normativo” sulle dinamiche politiche ed economiche che presiedono la decisione di abbattere gli alberi maturi, quelli dei cui servizi ecosistemici abbiano più bisogno.
I comitati fanno quello che possono e nelle zone urbane dove sono presenti, ma abbiamo bisogno di un “impianto legislativo rigoroso” che valga per tutto il territorio nazionale e che preveda “vincoli e “obblighi” la cui violazione possa essere sanzionata anche penalmente. Abbozzo alcuni punti che devono far parte di “una legge quadro a tutela delle piante”:
- il censimento a partire dal 2024 (anno di entrata in vigore della Legge per il Ripristino della Natura) di tutti gli alberi di medio e alto fusto presenti in “tutti i comuni, grandi e piccoli”;
- la manutenzione, adeguatamente finanziata, degli alberi maturi censiti secondo la previsione del punto precedente e delle nuove piantumazioni: manutenzione e piantumazione ad opera di personale esperto;
- forme di controllo e vigilanza capillari sul patrimonio arboreo. Per i “centri urbani”, ad opera di “nuclei forestali” del Corpo dei Vigili Urbani appositamente formati. Per le “strade extra-urbane”, ad opera del Corpo Forestale dello Stato (da ripristinare ed emanazione del Ministero dell’Ambiente e non del Ministero della Difesa);
- l’accesso semplificato e agevole per i cittadini che vogliono informazioni, trasparenza, coinvolgimento sui programmi di taglio delle piante di medio e alto fusto attraverso un recapito telefonico dell’ufficio verde pubblico obbligatoriamente presente in tutti i comuni;
- il ricorso a esperti indipendenti dal committente pubblico o privato che vuole tagliare gli alberi con l’obbligo di verifiche strumentali sulla stabilità e salute degli alberi maturi che si vogliono abbattere.
Sono solo alcune misure, ma non va dimenticato che l’opinione pubblica riceve spesso un’informazione deformata sul rischio della remota ed eventuale caduta di un albero. E’ necessario raccontare una storia diversa che ricostruisca la vita di quell’essere vivente vegetale e del come ad un certo punto della sua vita venga considerato un rischio per la nostra incolumità o un intralcio a interessate operazioni di riqualificazione urbanistica.
Nella narrazione finale dei media e degli amministratori locali che sentenzia sull’ineluttabilità del taglio degli alberi vengono censurati una serie di maldestri interventi antropici che magari hanno finito per alterare l’assetto vegetativo delle piante nel corso della loro vita. Nella narrazione finale scompaiono un insieme di azioni umane scoordinate tra loro, caratterizzate da incompetenza forestale, da atti urbanistici e meccanici deleteri per la vita delle piante e che creano, nel tempo, le condizioni per il loro indebolimento;
Per queste ragioni una “legge quadro a tutela della vita degli alberi” e della loro crescita è assolutamente necessaria e urgente proprio per cercare di prevenire condizioni di instabilità e di fragilità che rendono necessario l’abbattimento.
Solo una “rigorosa tutela legislativa degli alberi”, a partire dal momento della loro messa a dimora, rende possibile una nuova narrazione all’opinione pubblica, a partire dall’anno zero della Legge sul Ripristino della Natura…
A livello politico-parlamentare verdi e ambientalisti devono battersi per arrestare il consumo di suolo e introdurre una rigorosa tutela normativa degli alberi. Senza questo passaggio politico, nonostante gli sforzi coraggiosi e ammirevoli dei comitati spontanei, che non possono formarsi e arrivare dovunque ci sia un immotivato albericidio in atto, la deforestazione di alberi maturi sani nei nostri centri urbani e la sua narrazione deformata proseguirà senza fine.
Ottava parte
Le case ci sono, mancano gli spazi verdi e gli alberi
E’ incredibile: siamo il paese in Europa con il maggior consumo di suolo e continuiamo a saturare di cemento e asfalto le città, come se il suolo fosse una risorsa infinita e declinando il PNRR in Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza. Il suolo non è un concetto astratto. Il suolo è la terra dove camminiamo, dove possono crescere le piante: è la pelle del pianeta. Nel 2006 la “Strategia europea per la protezione del suolo” definiva il suolo come “lo strato superiore della crosta terrestre costituito da componenti minerali, organici, acqua, aria e organismi viventi e rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera”. È una definizione corretta che spiega le innumerevoli “reazioni bio-geo-chimiche” che vi si svolgono.
Eppure, se chiedete che funzione potrebbe avere nei nostri centri urbani un terreno fertile rimasto incolto, nove persone su dieci vi risponderanno che è uno spazio vuoto, inutile, da sfruttare, su cui costruirci qualcosa. Ma nel 2026 chi fa politica deve sapere che anche un terreno incolto dà il suo contributo nel contrastare gli effetti termici dei cambiamenti climatici. Attraverso la fotosintesi delle piante, che trasferiscono l’anidride carbonica al terreno, il suolo diventa il più grande serbatoio terrestre di carbonio in grado di immagazzinare circa il triplo della CO2 presente nell’atmosfera. Vorrei fare un semplice ragionamento sul valore ecologico del suolo sopravvissuto nei nostri centri urbani alla cementificazione. Dal secondo dopoguerra ad oggi si è costruito troppo e male. Le lottizzazioni residenziali, senza la logica pianificatoria che ha caratterizzato lo sviluppo urbanistico di paesi come la Francia e lo stesso Regno Unito, sono diventate una delle cause principali di un consumo di suolo dissennato.
L’Italia detiene il record di consumo di suolo e il record dello “sprawl urbano” che Paolo Pileri definisce come una sorta di “metastatica, disordinata e frammentata proliferazione urbana”. Sentire parlare oggi di “emergenza abitativa” e di “piano casa” è inaccettabile, quasi una prova di cinismo da parte degli stessi che hanno cementificato il paese. Un amministratore pubblico avrebbe l’obbligo morale di leggere e capire, se non per intero, almeno la sintesi dei rapporti dell’Ispra sul consumo di suolo degli ultimi dieci anni. In una elaborazione Openpolis su dati ISTAT 2021 le abitazioni in Italia sono 35,3 milioni e di queste 9,6 milioni (il 27,2%) non risultano occupate. Cosa emerge dall’elaborazione dei dati Istat? Emerge che il “governo del territorio”, ad opera di governi e amministrazioni locali, di destra e di sinistra, non è stato frutto di una visione olistica e di una cultura della pianificazione urbanistica integrata con le scienze dell’ambiente. Si è costruito troppo e male e si continua a farlo ancora oggi.
Prendo ad esempio alcuni dati Istat relativi alla provincia di Treviso. I centri urbani maggiori della provincia hanno un tasso di case non utilizzate inferiore (il comune di Treviso 13,18%) rispetto a quello delle zone periferiche del ricco Nord Est (ne cito alcune: Tarzo 35%, Miane 36%, Revine Lago 43%). Emerge in modo netto una dicotomia nel flusso anagrafico e abitativo. Da un lato, borghi e paesi periferici che stanno vivendo un lento processo di spopolamento e hanno una quantità esorbitante di edifici degradati o in stato di abbandono. Dall’altro, i centri urbani maggiori, dotati di servizi che vedono aumentare, camuffata dal greenwashing della riqualificazione, la cementificazione di tutti gli scampoli di verde e che innesca pesanti problemi di congestione urbanistica, di salute e benessere per i cittadini e di gentrificazione (case nuove e con nuovo design per ricchi).
Questo processo “urbanisticamente regressivo”, ripeto, è tuttora in corso ed è codificato e legalizzato da una legge regionale sul suolo incostituzionale perché, in nome del “governo del territorio”, altera lo “stato dell’ambiente” (articolo 117 lett.s). Nel linguaggio tecnocratico di quella legge nefasta spicca una delle “17 deroghe consuma suolo”: quella che definisce “aree di completamento” gli spazi non edificati all’interno degli “ambiti di urbanizzazione consolidata”. Nei centri urbani maggiori scompaiono o si riducono gli spazi verdi e lo spazio per fare una intelligente opera di forestazione urbana, mentre nei centri urbani minori e periferici restano inutilizzate enormi volumetrie abitative da recuperare. In provincia di Treviso per fermare il consumo di suolo per ragioni abitative è necessario avere una visione olistica e pianificatoria e dare forma e strumenti a un processo di ripopolamento dei centri minori. Bisogna investire ingenti risorse per creare nei e fra i centri minori una infrastruttura sociale e comunitaria (di trasporto, sociali, sanitari, culturali, ecc.), incentivando l’aggregazione dei piccoli comuni e le ristrutturazioni della quantità enorme di immobili inutilizzati. Una tale misura di rammendo ecologico e sociale può fermare da subito il consumo di suolo e garantire negli ecosistemi urbani dei centri maggiori più spazio al verde e agli alberi. In provincia di Treviso e nel Veneto è già troppo tardi.
Nona parte
Il processo per la sua attuazione
Il 2024, anno di entrata in vigore del Regolamento europeo per il Ripristino della Natura può essere l’inizio, l’anno zero, di un processo che deve raggiungere, entro il 2030, obiettivi concreti di mitigazione degli effetti estremi dell’aumento di temperatura del pianeta.
Tale processo deve essere accompagnato da un “linguaggio” che sappia proporre alle masse, ingannate e schiavizzate dalla mole consumistica di bisogni indotti, un nuovo concetto di “utilità sociale”, un concetto che nell’oggi contemporaneo significa creare le condizioni per la sopravvivenza ecologica e sanitaria del pianeta e della vita umana.
Portare dentro il palazzo del potere i contenuti di una nuova visione, dove la “natura viene ripristinata”, può essere il “collante politico-istituzionale” per rappresentare e dare voce a quella vasta rete di comitati locali che combattono a mani nude contro la potenza di fuoco del potere politico-partitico, economico e mediatico che attraverso leggi ossimoro (greenwashing) o il vuoto legislativo non bloccano lo “sterminio dei prati” e la “mattanza degli alberi urbani”. Per lo schieramento ambientalista l’attuazione di una “rivoluzionaria forestazione urbana”, vista l’urgenza climatica in cui siamo precipitati, deve essere “conditio sine qua non” anche per aderire ad eventuali aggregazioni elettorali.
Una nuova e radicale “tutela legislativa degli alberi” e “l’azzeramento del consumo di suolo” possono diventare l’inizio di un nuovo racconto: il primo capitolo di un processo per una vera “rivoluzionaria forestazione urbana”. A partire dal “censimento” degli alberi maturi su tutto il territorio nazionale, dallo stanziamento di risorse per la “cura”, il “controllo” e la “vigilanza” sul patrimonio arboreo esistente. Perché si realizzi tale processo è necessario colmare due gravissime lacune istituzionali e democratiche. Da un lato, la mancanza di un “efficace apparato sanzionatorio” per chi riduce i tasselli di una indispensabile “infrastruttura verde”.
Dall’altro, la mancanza di trasparenza e di efficaci forme di partecipazione nella gestione del verde pubblico dei diretti interessati: i cittadini che vivono nei centri urbani.
In nome di un moderno concetto di “utilità sociale” le fonti ispiratrici che alimentano un nuovo racconto e danno forma al “processo attuativo” di una rivoluzionaria forestazione urbana sono molteplici. Mi limiterò ad un breve, incompleto e sintetico elenco, sperando che un vero “movimento ecologista” voglia farne materia di approfondimento e di “lotta politica ecologista”.
Stefano Mancuso, neuroscienziato, ci ricorda che viviamo una fase in cui le condizioni climatiche peggiorano in un modo mai verificatosi in 20 milioni di anni e le città occupano solo l’1,7% delle superfici abitabili del pianeta, ma producono ben l’80% dell’anidride carbonica. Le città italiane, rispetto al 1960, sono 3,5/4,5 gradi più calde. Su Nature, una delle più importanti riviste scientifiche esistenti, si scopre un dato impressionante: solo nel mese di luglio 2022 sono morte per il caldo in Europa 65700 persone, in Italia 16500. Quello che possiamo fare è cercare di raffreddare i centri urbani e per questo la Legge per il Ripristino della Natura indica la necessità di proteggere e potenziare gli assorbimenti di carbonio basati sulla natura.
Con la “lotta ecologista” si tratta di allargare le maglie giuridiche della “Direttiva Uccelli” 2009/147/CE recepita dall’Italia con la Legge n.157/92 e della “Direttiva Habitat” 92/43/CE recepita dall’Italia con il D.P.R. n. 357 del 8 settembre 1997. Come la fauna selvatica è patrimonio indisponibile ed è tutelata nell’interesse della collettività (art. 635 e 544 ter del codice penale), parimenti, anche il danneggiamento e l’abbattimento immotivato degli alberi deve essere considerato un “reato penale”.
Il disposto dell’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura è netto: non si registri alcuna perdita netta della superficie degli spazi verdi e della copertura della volta arborea rispetto al 2024.
Altrettanto netto è il disposto dell’articolo 13: piantare nell‘Unione almeno 3 miliardi di alberi.
Fonte ispiratrice e rivoluzionaria è anche la nuova formulazione dell’articolo 9 della Costituzione: “tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. E’ rivoluzionaria anche la formulazione dell’articolo 41 “la libera iniziativa economica deve svolgersi in modo da non arrecare danni alla salute e all’ambiente e indirizzata a fini sociali e ambientali”. Lo “schieramento ambientalista” deve cercare, attraverso la “lotta ecologista”, di tradurre i principi ecologici della normativa europea e della nostra Costituzione in leggi ambientali opposte a quelle in vigore.
La nostra Costituzione, la letteratura scientifica internazionale e la letteratura giuridica dell’Unione Europea sul ruolo della natura, del suolo e degli alberi negli “ecosistemi urbani” ci consentono di capovolgere il concetto di “utilità sociale”, sempre utilizzato, paradossalmente, per giustificare un “progresso malato e insicuro” o le grandi opere che spesso nascono a discapito di suolo, natura e alberi.
Decima parte
Gli alberi e il concetto di “incolumità”
Una “rivoluzionaria forestazione urbana” è possibile se è frutto di un operare sinergico su tre fronti: lo stop immediato, per legge, alla cementificazione, il drastico e radicale rafforzamento della tutela legislativa degli alberi e una “contronarrazione” sul valore ecologico, sanitario, identitario, sociale ed economico di una “infrastruttura verde”. Il radicale rafforzamento, attraverso “parametri rigorosi”, della “tutela legislativa degli alberi” deve essere ambivalente: da un lato, creare le “condizioni qualitative e quantitative” perché le piante possano dispiegare la loro “utilità sociale ed ecologica”, dall’altro, tutelare gli amministratori che cercano di coniugare la “tutela dell’incolumità e della salute” delle persone e dell’ambiente con “l’utilità sociale ed ecologica” degli alberi. Come non è tollerabile, ad esempio, che un albero cada a seguito di riduzioni drastiche e ripetute della chioma, eliminazione indiscriminata di branche strutturali, potature eseguite da personale non dotato delle necessarie competenze, ferite di origine meccanica al colletto ad opera di ruspe, mancanza di terra drenante, mancanza di irrigazione e di spazio per le radici.
Ma un amministratore che, in osservanza di urgenti e rigorose leggi a tutela degli alberi, investe risorse sul monitoraggio, la cura e la manutenzione del patrimonio arboreo non può essere considerato penalmente responsabile per la caduta di un albero dovuta a ragioni naturali tecnicamente non prevedibili. Semplicemente perché non esiste da nessuna parte e in nessun contesto civile il “rischio zero” per eventi accidentali. Nel 2023 in Italia, i morti per incidenti stradali sono stati 3030 (ISTAT), ma non per questo noi e i nostri familiari rinunciamo a spostarci in auto. Anche se i dati statistici dicono che in Italia le morti per la caduta improvvisa di un albero variano da 6 a 8 l’anno, non credo siano più frequenti delle morti provocate da un fulmine, o dal vento forte per la caduta di una tegola, di un pezzo di cornicione, di un palo della luce o di un segnale stradale. E in un contesto urbano gli alberi, elementi di una “infrastruttura verde”, devono essere piantati proprio dove vivono le persone, perché solo così possono mitigare gli effetti estremi dei cambiamenti climatici. Vorrei rivolgermi, idealmente, a quei sindaci che danno un significato riduttivo alla parola “incolumità”. Caro sindaco, di destra e di sinistra, l’incolumità delle persone comincia molto prima del momento in cui tu la citi, estraendo quella parola dal cilindro della propaganda basata sull’emotività.
Nel 2026, l’anno più caldo degli ultimi due secoli, quale deve essere la tua priorità nel declinare la parola “incolumità”? Non è forse una priorità la salute delle persone che si possono ammalare o morire per le malattie da inquinamento dell’aria (migliaia), per le ondate di calore (migliaia), per le alluvioni (centinaia) provocate dall’esondazione di piccoli e grandi corsi d’acqua sotterrati sotto il cemento della rendita immobiliare o di fiumi le cui sponde vengono cementificate e/o private della vegetazione riparia? Caro sindaco, la vera priorità è investire sulla “utilità sociale ed ecologica” degli alberi, perché solo così stai dando un “significato ecologico e sanitario” alla parola “incolumità”. La vera priorità è investire sulla qualità della vita negli spazi urbani, anche e soprattutto nelle periferie degradate. La vera priorità è piantare nuovi alberi e farli seguire nella loro crescita nei primi cinque anni da personale esperto, perché le piante sono come i bambini: hanno bisogno di cura e di amore.
Un comune del Canada riconoscendo il ruolo degli alberi, quali preziosi alleati contro i cambiamenti climatici, ha riconosciuto ufficialmente gli alberi come “esseri viventi” titolari di propri diritti. Investire “sull’utilità sociale ed ecologica” degli alberi significa creare una rete di controlli e di vigilanza sulle attività antropiche che ne possono danneggiare la salute e la stabilità. A tale investimento coraggioso e massiccio in una “infrastruttura verde”, in termini di risorse e di attenzioni, deve corrispondere, ovviamente, un “disinvestimento giurisprudenziale”: per la caduta di un albero una “depenalizzazione” per coloro che operano con coscienza e passione nella gestione degli alberi e che sono in grado di documentarlo. Anche la giurisprudenza deve cogliere la complessità del fenomeno climatico in tutti i suoi risvolti. L’adattamento ai cambiamenti climatici deve essere uno sforzo multidisciplinare, dove interagiscono la politica, l’ecologia, l’economia, la sanità, la finanza pubblica, la giurisprudenza. Investire “sull’utilità sociale ed ecologica” degli alberi significa collocare gli alberi giusti nei posti giusti e, se questa operazione può garantire alla comunità la fornitura efficace dei loro servizi ecosistemici, può comportare anche la necessità di togliere asfalto e cemento e/o modificare la viabilità. Investire “sull’utilità sociale ed ecologica” degli alberi significa salvaguardare gli alberi maturi e le loro chiome in attesa che crescano le giovani piante.
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