Quindici voti favorevoli, undici contrari e tre astensioni. È con una maggioranza tutt’altro che compatta che il Consiglio superiore della magistratura ha approvato la nomina di Stefano Dambruoso a procuratore aggiunto di Bologna. Ma il dato finale racconta solo una parte della vicenda. Perché la discussione in plenum è stata lunga, aspra e, per molti versi, più significativa della stessa votazione, spaccata ancora una volta sul Testo Unico e sul peso da dare ai fuori ruolo. Ma il vero dibattito si è sviluppato attorno alcuni dei nervi scoperti della magistratura italiana: il rapporto tra magistrati e politica, le regole con cui il Csm compara i candidati, il ruolo delle correnti e, soprattutto, il confine tra la legittima critica alle decisioni dell’autogoverno e la pressione esercitata su chi quelle decisioni deve prendere.
A far esplodere la discussione è stata anche una raccolta di firme sottoscritta da circa un centinaio di magistrati a sostegno di Beatrice Ronchi, candidata al posto di procuratore aggiunto ma rimasta fuori dalla comparazione finale della Quinta Commissione. Un’iniziativa considerata da alcuni una forma di pressione inaccettabile e da altri un segnale che il Consiglio non poteva semplicemente ignorare. Una raccolta firme che sconfessa – questo il dato ironico – proprio le due correnti che hanno partorito le regole che oggi consegnano a Dambruoso quel posto. Finito nel mirino anche per la sua storia politica. Il primo a evocarla è stato il togato di Unicost Marco Bisogni, che ha definito «inopportuna la candidatura» di un magistrato così politicamente schierato come Dambruoso. Non tanto per la precedente esperienza politica, ma per la sua partecipazione, da pm, a un incontro nel quale era presente Elena Ugolini, che in quel periodo aveva accettato la candidatura alla presidenza della Regione Emilia-Romagna. Una partecipazione inopportuna, dal momento che Dambruoso esercita le sue funzioni proprio nel luogo della candidatura. A replicare il relatore della pratica, Eligio Paolini di Magistratura indipendente, che ha ricordato come la vicenda dell’incontro alle Orsoline di Parma fosse già stata esaminata dal Consiglio giudiziario di Bologna, senza ravvisare elementi tali da incidere sullo svolgimento delle funzioni. Anche perché l’incontro, secondo la ricostruzione fornita dallo stesso Dambruoso, non aveva avuto pubblicità elettorale, non erano stati utilizzati strumenti di propaganda e Dambruoso non avrebbe partecipato ad altri eventi simili. Smentita anche la presunta candidatura a sindaco di Bari, evocata in una memoria proprio da Ronchi.
A contestare un uso intermittente del criterio dell’esposizione politica è stato l’indipendente Andrea Mirenda, che ha ricordato come il Csm abbia in passato considerato manifestazione del pensiero la partecipazione di magistrati a iniziative politiche di orientamenti diversi. Da qui la domanda: «Sembra quasi che per i dirigenti occorrano dei prerequisiti di standing superiore. Il dottor Dambruoso fa o non fa il magistrato? E se lo fa, perché nessuno ha detto niente fin qui?». Una critica alla «geometria variabile» nell’affrontare l’esposizione politica dei magistrati: ciò che per alcuni viene considerato esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, per altri diventa improvvisamente un elemento di vicinanza politica quando si discute una nomina. Ad affondare il colpo la togata di Mi Bernadette Nicotra, che ha portato il ragionamento all’estremo opposto invitando a non trasformare la comparazione in una «profilazione» del magistrato sulla base di ciò che ha fatto nella vita pubblica. «Molti hanno partecipato a convegni del Pd o di FdI e li abbiamo fatti diventare procuratori, aggiunti, presidenti di tribunali. Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Ma è stata la raccolta firme il punto caldo della seduta. In quella petizione veniva definita «incomprensibile e ingiusta» la scelta di Dambruoso, anche qualora fosse stata determinata dall’applicazione dei criteri del Testo unico. Passaggio che ha provocato alcune delle reazioni più dure. «Non ho mai visto raccogliere un centinaio di firme di magistrati contro una nomina – ha sottolineato Mirenda -. Questi si sono svegliati oggi, hanno scoperto il nominificio oggi?». Poi l’affondo: «Quest’Assemblea in questo momento è sotto schiaffo di una petizione plebea», alla mercé delle «pulsioni della folla», nonché delle «pressioni della stampa». Un tema toccato anche dalla laica di centrodestra Isabella Bertolini che ha contestato alla stampa locale «cose orrende» e definito la raccolta firme «un comportamento allucinante». «Io non accetto che i vostri colleghi possano raccogliere firme a favore o contro qualcuno», ha evidenziato, definendo «assolutamente inaccettabile» il metodo.
Dall’altra parte, però, c’è chi interpreta la raccolta firme in modo opposto. Il senso dell’iniziativa, secondo i togati di sinistra, non sarebbe quello di chiedere una deroga personale a favore di Ronchi, ma di mettere in discussione un sistema di comparazione che molti magistrati considerano incapace di valorizzare adeguatamente le attitudini professionali. Ma «se ci sono delle regole le si applica e le si applica sempre», ha concluso Mirenda.
Paolini è poi intervenuto su un’altra polemica, quella sulla geografia mafiosa dei distretti, che ha portato, ancora una volta, feroci attacchi da parte della stampa. Una forma di indebita ingerenza alla quale il Csm aveva resistito in maniera più o meno compatta. Paolini – che aveva già definito «eversiva» la raccolta firme – ha respinto le polemiche con disprezzo: «Attaccare con questa violenza e con questa ignoranza militante può essere vantaggioso per la propria notorietà ma non certo per la lotta alla mafia – ha sottolineato -. Tutti hanno il diritto ad avere un’opinione ma ciascuno ha il dovere di averla informata». Insomma, la campagna elettorale pesa ormai in maniera visibile sull’ultimo scorcio di consiliatura. Ma il lato positivo, forse, è che il velo è caduto. Almeno per chi ha la pazienza di ascoltare le accuse reciproche in plenum.
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