Affitti brevi, la Consulta boccia la legge. De Pascale che dice?


A marzo avevo dedicato una pillola domenicale alla legge regionale sugli affitti brevi. Il titolo era netto: “Affitti brevi, una legge regionale sbagliata”. La sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittimi due articoli fondamentali della legge, conferma la fondatezza di quelle critiche.

Il problema non era e non è la necessità di regolamentare il settore, ma il modo in cui la Regione Emilia-Romagna ha deciso di farlo. Obbligo generalizzato del cambio di destinazione d’uso, mancata distinzione tra attività imprenditoriale e locazione occasionale, nuovi oneri e adempimenti. Una scelta che la Consulta ha giudicato irragionevole e sproporzionata.

C’è poi una particolarità della nostra Riviera che chi ha scritto questa legge avrebbe dovuto conoscere. Da sempre, accanto agli alberghi, l’affitto estivo di appartamenti ai turisti costituisce una componente importante dell’ospitalità romagnola. Intere generazioni di famiglie hanno trascorso le vacanze in appartamenti presi in affitto per una o più settimane. Un’offerta che ha accompagnato la crescita del turismo balneare, ampliando le possibilità di soggiorno e rendendo la Riviera accessibile a diverse fasce di reddito.

Non è un fenomeno nato con Airbnb. Le piattaforme digitali hanno cambiato le modalità di commercializzazione, non inventato questa forma di ospitalità. E sarebbe un errore confondere la situazione della Riviera con quella di alcune città, dove la crescita degli affitti turistici ha contribuito a ridurre la disponibilità di abitazioni per residenti e studenti.

Naturalmente anche sulla costa occorrono regole e controlli. Ma regolamentare non significa penalizzare indistintamente un’attività che fa parte della storia e dell’economia turistica romagnola.

C’è poi un aspetto politico che non può essere ignorato. A difendere pubblicamente la legge è rimasto sostanzialmente l’assessore regionale alla Casa, Giovanni Paglia nonostante la legge  portasse anche la firma dell’assessora al turismo. . Mi aspetto, a questo punto, un intervento del presidente della Regione, Michele de Pascale. Non stiamo parlando di una legge di ordinaria amministrazione, ma di un provvedimento che interviene su un settore importante dell’economia regionale e sul quale è arrivata una bocciatura della Corte costituzionale. Una sentenza di questa portata meriterebbe una valutazione politica da parte di chi guida la Regione, non soltanto una difesa delle scelte compiute.

La sentenza non cancella tutta la legge. Rimangono disposizioni, in particolare quelle sulla regolarità edilizia e urbanistica e sul periodo transitorio, che meritano un chiarimento e una revisione per evitare nuovi problemi ai proprietari già regolarmente registrati.

La Regione oltre a prendere atto della sentenza dovrebbe riscrivere le norme, confrontandosi con gli operatori e soprattutto con i territori. La tutela del diritto alla casa è un obiettivo sacrosanto, ma non si persegue applicando indistintamente le stesse regole a Bologna, Rimini o ai piccoli borghi dell’Appennino.

E mi permetto un consiglio. Si guardi alla legge della Toscana, che ha già superato il vaglio della Corte costituzionale, pur con alcune disposizioni dichiarate illegittime. Un impianto diverso, meno generalizzato nelle restrizioni e soprattutto più attento a distinguere le attività imprenditoriali dalle locazioni occasionali gestite da singoli proprietari e famiglie. Non un modello da copiare integralmente, ma un’esperienza dalla quale partire per evitare di ripetere gli stessi errori.

Il turismo romagnolo è cresciuto grazie a una pluralità di forme di ospitalità. Innovarle e regolamentarle è necessario. Metterle inutilmente in difficoltà, magari trattando una famiglia che affitta un appartamento d’estate come un’impresa turistica, è un’altra cosa.

Riformisti di che cosa?

Adesso che Elly Schlein ha deciso di alzare la voce, anche dentro il Pd è ripartito il solito allarme: attenzione, ci stiamo spostando troppo a sinistra, così perdiamo il centro.

Ma prima di chiedere ancora una volta alla sinistra di inseguire il centro, sarebbe utile fare il bilancio di vent’anni di riformismo. Un bilancio che riguarda anche le responsabilità del centrosinistra, pur avendo governato in anni e condizioni molto diverse.

I salari italiani sono rimasti al palo. Il lavoro è diventato più precario. Una vera politica pubblica per la casa è mancata. La sanità pubblica è sempre più in difficoltà. Le disuguaglianze sono cresciute. La ricchezza si concentra sempre più in poche mani, mentre milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese.

E allora: riformisti di che cosa?

Per anni ci hanno spiegato che bisognava rassicurare i moderati, non spaventare i mercati, conquistare il centro. Nel frattempo la sinistra ha perso operai, giovani, precari, periferie e pezzi importanti del ceto medio. Molti non sono passati a destra: hanno semplicemente smesso di credere che la sinistra potesse cambiare qualcosa.

Non voglio una sinistra radicale nelle parole e impotente nei fatti. Ma neppure un riformismo che si limita ad amministrare meglio quello che già esiste.

Il radicalismo dovrebbe riguardare gli obiettivi: andare alla radice delle disuguaglianze. Il riformismo dovrebbe essere il metodo per raggiungerli: consenso, democrazia, leggi, governo e politiche pubbliche.

Salari, casa, sanità, scuola, pensioni, fisco più giusto: essere riformisti significa cambiare concretamente queste cose.

Se invece significa non disturbare troppo chi sta bene, allora non chiamiamolo riformismo.

Chiamiamolo conservatorismo.

Chi decide il leader?

Sul futuro del centrosinistra si continua a parlare di un “federatore”, di un “terzo nome”, di una personalità capace di mettere tutti d’accordo. In particolare dopo le “confidenze” di Conte da fare un passo indietro di entrambi gli aspiranti leader.

Ma c’è una domanda molto semplice: chi lo sceglie?

Conte e Schlein chiusi in una stanza? I leader della coalizione? Qualche autorevole padre nobile?

Se vogliamo costruire un’alternativa credibile alla destra, partiamo almeno dalla democrazia.

Il Pd è di gran lunga il primo partito della coalizione e ha una segretaria scelta attraverso le primarie. È quindi del tutto legittimo che Elly Schlein rivendichi la candidatura alla guida del governo.

Naturalmente il Pd non può decidere da solo per tutti gli alleati. Ma se non c’è accordo, la soluzione esiste: primarie di coalizione. Schlein, Conte, Ruffini o chiunque voglia candidarsi si presenti. Poi decidano gli elettori.

Quello che non convince è il “terzo nome” individuato attraverso un accordo tra i vertici per evitare sia la candidatura del partito più forte sia una competizione aperta.

E c’è anche un particolare che merita attenzione. La prima donna che guida il Pd conquista democraticamente la segreteria, lavora per costruire la coalizione e, quando si discute di Palazzo Chigi, le viene chiesto di essere “generosa” e farsi da parte. Mentre i nomi alternativi che circolano sono quasi tutti uomini.

Non ogni critica a Schlein è sessismo, naturalmente. Ma questa dinamica qualche domanda dovrebbe porla anche al centrosinistra.

Per me il principio è semplice: il Pd ha il diritto di proporre la propria leader, gli alleati hanno il diritto di avanzare altre candidature e, se non si trova un accordo, la parola deve passare agli elettori.

Il resto rischia di riportarci alla vecchia politica.

E di stanze chiuse ne abbiamo avute abbastanza.

 

Maurizio Melucci


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