Una donna di 78 anni ha il diabete, la pressione alta e cinque farmaci da assumere ogni giorno. Per un controllo deve telefonare al medico di famiglia, ottenere una prescrizione, prenotare gli esami e tornare con i risultati. Se qualcosa peggiora durante il fine settimana, spesso l’unica soluzione che conosce è il Pronto Soccorso.
Immaginiamo adesso che il suo medico abbia 1.700 assistiti. E che lavori praticamente da solo.
Il problema è davvero la mancanza di un altro medico? Oppure è un sistema che continua a chiedere a un singolo professionista di fare ciò che dovrebbe essere organizzato da un’intera équipe?
I numeri diffusi dalla Federazione italiana dei medici di medicina generale al congresso dell’ottobre 2026 sono impressionanti: circa 5.700 medici mancanti, 6,8 milioni di cittadini potenzialmente esposti a difficoltà assistenziali e 10.681 professionisti che matureranno i requisiti per il pensionamento entro il 2031.
Sono dati importanti, ma meritano una lettura meno superficiale.
La stima dei 5.700 mancanti deriva dal confronto fra i medici disponibili e un fabbisogno calcolato assumendo come riferimento circa 1.200 assistiti per professionista.
Moltiplicando il deficit per questa quota si arriva ai 6,8 milioni di cittadini.
Non significa che oggi 6,8 milioni di italiani siano privi di medico. Molti vengono assistiti da professionisti che hanno superato il numero ordinario di pazienti.
Secondo i dati ministeriali richiamati dalla FIMMG, il 51,7% dei medici supera i 1.500 assistiti. In Lombardia la percentuale raggiunge il 74%.
È una pressione reale. Ma il numero di assistiti, da solo, non misura né il tempo disponibile né la qualità delle cure.
Un medico con 1.500 pazienti anziani e pluripatologici può avere un carico molto superiore a quello di un collega con lo stesso numero di persone prevalentemente giovani e sane.
E un ambulatorio con infermieri, personale amministrativo, diagnostica di base e strumenti digitali può funzionare diversamente da uno in cui il medico risponde personalmente anche alle richieste burocratiche.
Ecco il punto: continuiamo a misurare la medicina generale contando i medici, quando dovremmo misurare la capacità effettiva di assistere le persone.
Naturalmente i nuovi medici servono. I pensionamenti previsti rendono indispensabile una programmazione credibile della formazione e del ricambio generazionale.
Ma sostituire ogni pensionato con un nuovo professionista che lavori nello stesso modo rischia di conservare tutte le inefficienze del modello precedente.
Le Case della Comunità potrebbero rappresentare un’alternativa. A una condizione: non trasformarsi in semplici contenitori dove spostare gli stessi medici, sottraendo ore agli ambulatori già esistenti.
Il decreto ministeriale 77 del 2022 prevede una rete territoriale con medici, infermieri, specialisti e servizi sociosanitari integrati.
AGENAS ha recentemente pubblicato indicazioni operative per le équipe multiprofessionali, riconoscendo che l’assistenza territoriale non può dipendere esclusivamente dal lavoro isolato del singolo professionista.
Ma costruire una Casa della Comunità non significa aver creato automaticamente un servizio.
Se un medico lascia il proprio studio per coprire alcune ore in una nuova struttura, senza personale aggiuntivo e senza modificare l’organizzazione, il sistema potrebbe non guadagnare neppure un minuto di assistenza.
Occorre allora cambiare prospettiva.
Il medico dovrebbe dedicare più tempo alle decisioni cliniche complesse, alle diagnosi difficili, ai pazienti fragili e alla gestione delle terapie.
Gli infermieri di famiglia potrebbero seguire, attraverso protocolli condivisi, pazienti cronici stabili, controllare parametri, individuare segnali di peggioramento e favorire l’aderenza terapeutica.
Il personale amministrativo dovrebbe liberare il medico dalle attività che non richiedono competenze cliniche.
La telemedicina potrebbe evitare spostamenti inutili e rendere possibile un controllo continuo dei pazienti selezionati.
Sono modelli organizzativi plausibili, già utilizzati in forme differenti, ma non esiste una prova che una singola soluzione possa compensare automaticamente la carenza di migliaia di professionisti.
Per questo sarebbe utile sperimentare modelli diversi, misurandone gli effetti.
Una Regione potrebbe organizzare équipe territoriali con medici e infermieri stabilmente collegati alla Casa della Comunità, mantenendo ambulatori di prossimità nei quartieri e nei piccoli Comuni.
Un’altra potrebbe sviluppare aggregazioni funzionali con servizi diagnostici condivisi, accesso digitale e presa in carico proattiva dei pazienti cronici.
Una terza potrebbe sperimentare forme di lavoro dipendente accanto alla medicina convenzionata, valutandone costi, attrattività e continuità assistenziale.
La questione non dovrebbe diventare una battaglia ideologica fra dipendenza e convenzione.
Il cittadino non ha bisogno di conoscere il contratto del medico. Ha bisogno di sapere chi lo visiterà quando sta male.
E soprattutto chi si accorgerà che la sua malattia sta peggiorando prima che sia necessario chiamare un’ambulanza.
Per giudicare la riforma servono quindi indicatori differenti: tempo necessario per ottenere una visita, percentuale di pazienti cronici effettivamente monitorati, ricoveri evitabili, accessi impropri al Pronto Soccorso, continuità delle cure e soddisfazione dei cittadini.
Andrebbero misurate anche le ore cliniche realmente disponibili per mille abitanti, corrette per età, fragilità e complessità dei bisogni.
Sono indicatori più difficili da raccogliere rispetto al semplice numero dei medici. Ma permetterebbero di capire se una riforma funziona.
Il rischio, altrimenti, è spendere miliardi per nuovi edifici, discutere per anni sul contratto dei professionisti e scoprire che i pazienti continuano ad aspettare.
I 5.700 medici mancanti sono un segnale da prendere sul serio. Non sono però, da soli, un progetto di riforma.
La medicina generale italiana ha bisogno di nuove generazioni di professionisti, ma anche di un’organizzazione capace di moltiplicare il valore del loro lavoro.
Perché la domanda decisiva non è quanti medici riusciremo a mettere dentro le Case della Comunità.
È quante persone riusciremo finalmente a curare meglio, prima e più vicino a casa.
References:
- FIMMG. Dati presentati all’85° Congresso nazionale, Villasimius, 9 ottobre 2026. Ripresi da ANSA: Medici di famiglia, a rischio l’assistenza per 6,8 milioni di
- Ministero della Salute. Decreto 23 maggio 2022, n. 77. Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale.
- AGENAS. Monitoraggio DM 77/2022 – II semestre 2025. Rapporto nazionale e regionale.
- AGENAS. Le équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità. Linee di indirizzo tecniche, 2026. Documento e presentazione.
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