L’imminente rinnovo del Consiglio superiore della magistratura registra un fenomeno che segna una discontinuità col passato: la presenza strutturata di magistrati che si candidano al voto al di fuori delle tradizionali dinamiche correntizie. Frutto in parte dei meccanismi di integrazione introdotti dalla Riforma Cartabia e in parte di una maturata scelta di autonomia, questi candidati chiedono che l’organo di autogoverno ritrovi la propria imparzialità e riavvicini le istituzioni alla vita quotidiana dei tribunali.
A unificare le diverse storie personali è innanzitutto una questione di metodo e di sovranità della decisione. Il rifiuto dell’appartenenza non viene declinato come una protesta sterile, ma come una precondizione di libertà per restituire credibilità all’azione del Consiglio. È quanto rimarca con nettezza Fernanda Iannone, Consigliere di Corte d’Appello a Napoli, nel corso di un incontro streaming, andato in “onda” lunedì scorso, dal titolo “Spazio aperto – confronto tra candidati indipendenti”. «Noi vogliamo sottolineare il primato della non appartenenza, perché l’appartenenza indica un dovere di restituzione nei confronti di un gruppo ed è quantomeno privativa della libertà della decisione – ha sottolineato -. La decisione democraticamente va formata all’interno del Consiglio, non al di fuori». Un concetto richiamato da Francesco Valentini, giudice in Corte d’Appello a Napoli, che sottolinea l’urgenza morale di questo riscatto: «Ho deciso che ho il dovere di attivarmi e il diritto di pretendere che l’organo di autogoverno sia imparziale, che rifugga dalle logiche di appartenenza. Invito tutti a misurare la distanza tra quello che diciamo di essere nelle carte dei valori e quello che poi concretamente siamo».
Questa rivendicazione di indipendenza non è vissuta come un isolamento, ma come una scelta di rappresentanza per tutti quei magistrati che non si riconoscono nelle oligarchie interne. Rispondendo alle perplessità di chi considera le candidature autonome ininfluenti nel gioco di squadra del plenum, Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, ha evidenziato come «queste candidature servano per rafforzare un antidoto naturale ad un sistema strutturato che negli ultimi anni non si è avvalso di meccanismi sempre lineari. Non si deve avere paura dei candidati indipendenti, ma li si deve guardare come una preziosa opportunità». Una visione condivisa da Rossana Esposito, giudice presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro, la quale ha aggiunto: «Bisogna aumentare la rappresentatività all’interno del Consiglio superiore della magistratura, consentendo anche a chi di fatto non ha fatto un percorso associativo di potersi presentare, esprimere le proprie idee ed essere rappresentativo anche di quei colleghi che non ritrovano all’interno di un gruppo la loro cifra».
Sul piano dell’agire concreto, uno dei nodi critici emersi è il profondo ripensamento della gestione della dirigenza e della selezione dei capi degli uffici. Le norme del Testo Unico finiscono spesso per premiare le esperienze svolte negli apparati o nei ministeri a scapito del lavoro di giurisdizione svolto sul campo. Per evitare nomine non idonee o sgradite al territorio, Giorgia Spiri, sostituto procuratore, ha proposto un coinvolgimento dei magistrati dell’ufficio nella valutazione degli aspiranti ai direttivi. Un’esigenza che Spiri ha inserito in un percorso di riscatto istituzionale: «Dopo la campagna referendaria e il sentimento che nutre la popolazione nei nostri confronti, dobbiamo autoriformarci. Se lo meritano i cittadini e ce lo meritiamo noi».
D’altro canto, la necessità di condurre istruttorie rigorose per evitare che le delibere vengano continuamente annullate dai giudici amministrativi è stata rimarcata con forza da Antonio Baldassarre, gip a Napoli, che ha lamentato l’uso di format stereotipati: «Voglio giocarmi questa carta che nessuna corrente mi avrebbe dato, per andare al Consiglio superiore e fare quello che so fare: ovvero il giudice. Sulle nomine vedo da parte del Consiglio una certa pigrizia. Servono motivazioni blindate ed effettive istruttorie: un consigliere superiore che fa con determinazione e orgoglio la sua funzione può mettere riparo preventivamente ai rischi di annullamento».
Il tema della dirigenza si intreccia inevitabilmente con la tutela della dignità del lavoro del magistrato e con le garanzie sul piano disciplinare. Troppo spesso i procedimenti per ritardo vengono aperti a carico dei singoli senza analizzare le disfunzioni dell’ufficio in cui operano. Su questo punto De Renzis ha sottolineato come «non si possa imputare ad un collega un sistema di ritardi quando in realtà a monte vi è un ufficio che non consente di lavorare con efficienza, adeguatezza e organizzazione. Dietro ai disciplinari per i ritardi vi sono una serie di difficoltà non imputabili al magistrato». A farle eco è Iannone, che ha sollecitato il Csm a calcolare la forza lavoro effettiva degli uffici tenendo conto di congedi, maternità e carenze di personale amministrativo: «Il benessere del magistrato è la qualità del servizio giustizia. Un ufficio con dieci magistrati in pianta non ne ha davvero dieci se prevede esoneri per maternità o congedi. Il Csm deve misurare la forza lavoro effettiva e non fermarsi ai soli numeri teorici».
Le criticità strutturali riguardano anche i divari territoriali e i rischi di paralisi dell’attività giudiziaria. Esposito ha messo l’accento sulla “doppia velocità” nell’applicazione dell’informatizzazione tra grandi e piccoli uffici, ricordando che «non è giusto che i nostri colleghi, a seconda delle realtà territoriali in cui vivano, abbiano diversità che non sono tollerabili: ci vuole sensibilità. Il Consiglio non può assecondare la voglia di carriera di un collega, ma deve dare all’ufficio il miglior dirigente possibile». Parallelamente, sul fronte della mobilità e delle sedi disagiate, Baldassarre ha proposto un cambio di rotta rispetto alle attuali circolari che finiscono per spopolare i tribunali di provincia: «Quello di cui avremmo bisogno per la mobilità non è l’incentivo ad andare via dalle sedi disagiate, ma premi per restare negli uffici, valorizzando questo dato nelle valutazioni di professionalità e nei concorsi per le direttive».
Infine, la vera insidia per il futuro della giurisdizione rischia di essere l’atteggiamento di rassegnazione e l’adozione di risposte “difensive”. Le recenti riforme sulle valutazioni di professionalità, che chiedono di considerare negativamente le riforme della sentenza nei gradi successivi o i rigetti delle richieste cautelari, rischiano di frenare, a loro dire, l’autonomia interpretativa. Come ha evidenziato con preoccupazione Spiri, «valutare la bontà dell’operato di un magistrato dall’eventuale rigetto dei suoi provvedimenti o dalla riforma della sentenza nei successivi gradi ci porta sulla strada della giurisprudenza meramente difensiva: inibisce la parte più bella del nostro lavoro, che è quella della giurisprudenza innovativa e creativa».
Il messaggio finale emerso dal confronto riconduce alla volontà di affermare che l’autogoverno della magistratura non è una riserva per pochi, ma uno spazio aperto. Con la sola forza dell’esperienza maturata nella giurisdizione e l’assenza di “debiti” di appartenenza, la presenza di consiglieri liberi da appartenenze di gruppo si propone come la premessa fondamentale per restituire trasparenza alle nomine, tutela ai diritti dei magistrati e vicinanza effettiva alla collettività.
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