Torino, gli studenti scendono in piazza. Poi tornano a casa, quando riescono a permettersene una


A Torino gli studenti scendono in piazza per chiedere un futuro migliore. Poi, finita la manifestazione, molti tornano in una stanza in affitto che costa quanto una bella fetta dello stipendio dei loro genitori. Un letto, una scrivania, un armadio. Quando c’è. Perché studiare fuori sede significa anche imparare a vivere in pochi metri quadrati, dividendo spazi, bollette e qualche volta persino la propria intimità con perfetti sconosciuti.

Le proteste di questi giorni hanno riportato nelle strade della città migliaia di giovani. Cortei, slogan, contestazioni, richieste di maggiori investimenti nell’istruzione e di un futuro meno incerto. Ma c’è un’altra battaglia che molti studenti combattono quotidianamente, lontano dalle piazze, senza megafoni e senza striscioni. È quella per trovare una casa. O, più modestamente, una stanza nella quale riuscire a studiare e dormire senza mandare sul lastrico la famiglia.

Torino è una grande città universitaria. Il Politecnico e l’Università contavano complessivamente 119.455 iscritti nell’anno accademico 2024-2025. Una popolazione enorme, che alimenta la domanda di appartamenti condivisi e posti letto. E che deve fare i conti con un mercato immobiliare sempre meno accessibile.

Una rilevazione degli annunci pubblicati nell’ottobre 2026 indica un prezzo mediano di 450 euro al mese per una camera singola. Significa 5.400 euro all’anno, senza necessariamente comprendere bollette e altre spese. Poi bisogna mangiare, comprare libri, pagare i trasporti e magari tornare qualche volta a casa, soprattutto quando casa significa Sicilia, Puglia o Calabria.

Non stupisce che, secondo un’indagine del Politecnico, il 58% degli studenti intervistati dipenda esclusivamente dal sostegno economico della famiglia. Per molti ragazzi, insomma, il diritto allo studio continua a dipendere dal conto corrente di mamma e papà.

E quando finalmente una stanza si trova, comincia un’altra avventura.

Chi ha vissuto da fuori sede conosce bene la scena. Si apre la porta e si comincia a fare l’inventario. Un letto che ha già visto passare chissà quanti studenti. Un armadio che occupa metà parete. Una scrivania troppo piccola per appoggiare contemporaneamente computer, libri e quaderni. Una sedia sulla quale, dopo due ore, la schiena comincia a protestare. E magari una finestra davanti a un muro.

Benvenuti nella nuova vita universitaria.

Naturalmente non tutti gli appartamenti sono così. Ci sono proprietari attenti e camere perfettamente arredate. Ma quando il budget è limitato bisogna scegliere a cosa rinunciare. Si accetta una sistemazione più lontana dall’università, si divide l’alloggio con tre o quattro persone e si cerca di trasformare una camera da letto in uno spazio dove trascorrere praticamente l’intera giornata.

Perché la stanza dello studente non è soltanto il luogo dove si dorme. È anche biblioteca, ufficio, soggiorno, sala per le videochiamate con i genitori e qualche volta perfino sala da pranzo. Tutto nello spazio di pochi passi.

E così anche scegliere un mobile diventa importante. Un letto troppo ingombrante impedisce di aprire l’armadio. Una scrivania sistemata male rende difficile studiare. Una libreria profonda sottrae spazio prezioso. E gli oggetti finiscono inevitabilmente sul pavimento, sulle sedie, sotto il letto.

C’è poi un’immagine che si ripete ogni settembre nei quartieri universitari torinesi. Automobili parcheggiate davanti ai portoni, bagagliai aperti, scatoloni, valigie e genitori impegnati a trasportare al terzo piano quello che i figli non sono riusciti a infilare nello zaino.

C’è chi porta da casa una lampada, chi recupera una cassettiera della nonna, chi arriva con una sedia usata e chi cerca di far entrare nel bagagliaio una scrivania smontata.

Si risparmia dove si può. Anche perché arredare una stanza in affitto, soprattutto quando non si sa per quanto tempo la si occuperà, può sembrare una spesa poco sensata.

Eppure qualche acquisto diventa necessario. Una sedia comoda, un materasso in buone condizioni, un armadio funzionale, qualche soluzione per sistemare libri e vestiti senza trasformare la camera in un deposito.

È su queste necessità che può avere un ruolo anche Mobilandia, in corso Grosseto 22 a Torino, che da anni porta avanti una politica commerciale attenta alle esigenze degli studenti, di chi vive fuori sede e di chi deve arredare casa facendo i conti con un budget limitato. Non si tratta di proporre soggiorni da rivista o cucine da migliaia di euro, ma di aiutare i giovani a trovare soluzioni pratiche, funzionali e accessibili, capaci di trasformare anche pochi metri quadrati in uno spazio dove vivere, studiare e sentirsi a casa.

Un letto contenitore può evitare l’acquisto di una cassettiera. Una scrivania delle dimensioni giuste può rendere utilizzabile una parete rimasta vuota. Una libreria modulare può accompagnare lo studente anche dopo la laurea, nella casa successiva.

Perché c’è una contraddizione nella vita dei fuori sede di cui si parla poco: si può trascorrere cinque anni a Torino, cambiare tre appartamenti e non possedere neppure una stanza. Si paga per viverci, ma non sempre si può modificarla come si vorrebbe. Il proprietario decide quali mobili devono restare, il contratto stabilisce le regole e lo spazio disponibile fa il resto.

Ci si arrangia. Con i mobili, con gli orari dei coinquilini, con la cucina condivisa e con i turni per utilizzare la lavatrice. Si impara che un frigorifero può diventare terreno di scontro, che una bolletta può rovinare un’amicizia e che preparare un esame mentre qualcuno organizza una festa nella stanza accanto richiede una concentrazione fuori dal comune.

Sono esperienze che aiutano a crescere. Ma crescere non dovrebbe necessariamente significare vivere scomodi.

Il problema, naturalmente, è più grande dell’arredamento. Torino vuole attirare studenti, ricercatori e giovani professionisti. Vuole essere una città universitaria, moderna, capace di competere con le altre grandi realtà italiane ed europee. Ma per riuscirci non bastano aule, laboratori e biblioteche. Servono anche abitazioni accessibili e condizioni di vita dignitose.

Intanto, nelle piazze, gli studenti continuano a discutere di scuola, università, lavoro e futuro.

E la sera, quando rientrano nei loro appartamenti, c’è chi deve preparare un esame sul tavolo della cucina perché nella camera non c’è spazio per una scrivania. Chi aspetta che il coinquilino finisca una telefonata per riuscire a concentrarsi. E chi, dopo aver pagato l’affitto, controlla il conto corrente prima di decidere se acquistare una sedia nuova.

Perché a Torino il futuro degli studenti si discute nelle piazze. Ma si costruisce anche in quelle stanze, spesso troppo piccole e troppo costose, dove ogni sera qualcuno apre un libro e prova a immaginare come sarà la propria vita dopo la laurea.




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