turisti, compagnie aeree e il nuovo Ponte dell’Alba














La riflessione di Nicola A. Priolo, autore del libro Calabria Grecanica.

“Domenica mattina, Reggio Calabria mi è sembrata diversa. Non sto parlando di grandi opere, conferenze stampa o rendering futuristici. 

Parlo di quello che si vede passeggiando. Parcheggiando sulla Via Marina, camminando sul Corso Garibaldi, osservando la folla, ascoltando le lingue che si parlano attorno. Tante persone. Tanti visitatori. Tanti più di quanti se ne vedessero soltanto pochi anni fa. E soprattutto tanti stranieri. 

Per molti sarà un dettaglio. Per me no. Per anni ho sostenuto una posizione che spesso è stata accolta con scetticismo: si paghino le compagnie aeree perché volino su Reggio Calabria. Si incentivino i collegamenti. Si faccia tutto ciò che serve per portare persone qui. Non perché ami questa o quella compagnia aerea, ma perché senza aerei non arriva nessuno. 

È una constatazione semplice, quasi banale, che però troppo spesso viene dimenticata. Ogni volta che si parla di contributi alle compagnie aeree, parte il coro degli indignati. Soldi pubblici, sprechi, regali ai privati. Argomenti legittimi. Ma la domanda dovrebbe essere un’altra: quanto costa non fare nulla? Quanto costa lasciare un territorio ai margini delle rotte europee? Quanto costa continuare a perdere abitanti, giovani, attività economiche, opportunità?

La Calabria grecanica, la Locride, i piccoli comuni dell’Aspromonte conoscono già la risposta. Il costo dell’isolamento è enorme. Lo pagano da decenni. Chi arriva da Bruxelles, Amsterdam, Francoforte o Parigi non porta soltanto un bagaglio. Porta consumi, pernottamenti, pasti, visite, affitti di auto, acquisti nei negozi, lavoro per alberghi e ristoranti. Porta movimento economico. Porta futuro. Naturalmente tutto questo non basta.

Se il turista atterra a Reggio e dopo qualche ora riparte, il risultato è modesto. Se invece riesce a raggiungere Bova, Gallicianò, Palizzi, Pentidattilo, Condofuri o l’Aspromonte, allora il beneficio si distribuisce sul territorio. Ed è qui che emerge il vero problema.

Noi discutiamo per settimane di ponti, rotatorie, inaugurazioni e tagli di nastro, ma spesso dimentichiamo la domanda essenziale: dopo essere arrivati all’aeroporto, come si muovono i visitatori? Per chi non dispone di un’auto a noleggio la risposta è spesso sconfortante.

I collegamenti pubblici esistono, ma non sono ancora pensati per un turismo diffuso e internazionale. Chi arriva per quattro giorni vuole semplicità. Vuole capire immediatamente come raggiungere una destinazione. Vuole certezze, non avventure burocratiche e coincidenze improbabili. Eppure i visitatori stanno arrivando.

Domenica non ho osservato un’idea astratta. Ho visto persone reali. Famiglie, coppie, gruppi di amici. Ho sentito lingue nordiche. Ho visto una città viva. Non una marea umana, sia chiaro. Non stiamo parlando di Barcellona o Dubrovnik. Ma un cambiamento rispetto al passato è visibile. 

Chi frequenta Reggio da decenni lo percepisce immediatamente. Proprio per questo colpisce ancora di più trovare l’infopoint turistico chiuso nel cuore della giornata, mentre la città è piena di visitatori. 

Può sembrare un dettaglio. In realtà è il simbolo di una certa mentalità. Da una parte si investono energie immense per attrarre persone. Dall’altra non sempre si è pronti ad accoglierle. 

Il turismo non si costruisce soltanto con gli slogan. Si costruisce con migliaia di piccoli servizi che funzionano. Informazioni disponibili (lo so che si può consultare Internet), trasporti efficienti, segnaletica chiara, musei aperti, luoghi accessibili, personale formato.

È una catena. E la catena è forte soltanto quanto il suo anello più debole. Per questo trovo singolare l’enfasi che accompagna certe opere pubbliche. Domenica, tornando alla macchina, ho voluto percorrere il nuovo ponte sul Calopinace. Finalmente completato dopo anni di attesa. 

Utilissimo, per carità. Ma pur sempre un ponte di poche decine di metri, che sembra il grimaldello che aprirà le porte del futuro reggino. Allora mi sono chiesto: siamo sicuri di avere chiaro l’ordine delle priorità? Perché io continuo a pensare che il turismo valga più di cinquanta ponti di trenta metri.

Non perché le infrastrutture non servano. Servono eccome. Ma perché un ponte collega due sponde. Un aeroporto collega un territorio al mondo. Un ponte facilita uno spostamento. Un volo può cambiare il destino economico di un’intera area. E infatti considero gli incentivi alle compagnie aeree non una spesa, ma una forma di investimento.

Un investimento imperfetto, sicuramente. Che deve essere accompagnato da controlli, strategie e obiettivi. Ma pur sempre un investimento. Anzi, probabilmente uno dei pochi in grado di produrre effetti relativamente rapidi. Naturalmente sarebbe ingenuo fermarsi qui.

Far arrivare le persone è solo il primo passo. Il secondo è convincerle a restare. Il terzo è farle tornare. Il quarto è trasformarle nei migliori ambasciatori del territorio.
Se un turista trascorre quattro giorni indimenticabili tra Reggio, Scilla, Bova e l’Aspromonte, il risultato non si misura soltanto nel suo portafoglio. Si misura nelle fotografie condivise, nei racconti agli amici, nelle recensioni, nel desiderio di tornare.

Ed è forse questa la sfida più importante per Reggio Calabria e per l’intera area grecanica e la Locride. Non domandarsi se gli aerei costino troppo. Ma chiedersi come trasformare ogni aereo che atterra in una occasione di sviluppo. 

Perché le persone, finalmente, stanno arrivando. Lo si vede passeggiando sul Corso e sul Lungomare. Adesso bisogna decidere se vogliamo limitarci a guardarli passare oppure costruire un territorio capace di trattenerli. È una scelta che vale molto più di un ponte. E più di qualsiasi inaugurazione con fuochi d’artificio e cotillon”.
 























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