L’Italia è un paese di piccoli municipi. Oltre 5.500 comuni, quasi il 70%, conta meno di 5mila abitanti e sono poco più di 2 mila, meno del 26% del totale lungo l’intero Stivale, quelli al di sotto dei mille residenti stabili. Un insieme vivo e variegato in cui convivono condizioni di grande sofferenza e capacità di innovazione, benessere ambientale e lontananza dai servizi essenziali, che siano privati o pubblici.
Un “quadro” in chiaro scuro in particolare per la Sicilia, dove su 391 comuni in totale se ne contano poco più di 200 con meno di 5mila abitanti: un numero indicativo di presidi fondamentali per la tutela del territorio: custodi di biodiversità, paesaggi, cultura e tradizioni.
Ma nella grande maggioranza dei casi, in condizioni di difficoltà finanziarie, che per 35 di questi sono scivolate nella condizione di dissesto economico conclamato negli ultimi 5 anni. In un territorio geograficamente complesso come quello siciliano, i casi sono molto diversi, ma tutti accomunati dallo spopolamento demografico e dalla desertificcazione economica.
Per questo urgono interventi ad hoc, che devono necessariamente inquadrarsi in una politica nazionale di rafforzamento normativo e finanziario. È stato questo il fulcro del convegno “Piccoli Comuni, una grande questione nazionale”, organizzato da Anci Sicilia e svoltosi nella sala Pio La Torre dell’Assemblea regionale siciliana, a Palermo.
Un’occasione per fare il punto sugli obiettivi dell’Agenda Controesodo Sicilia, il manifesto strategico di proposte istituzionali con cui l’Associazione Nazionale Comuni Italiani identifica strumenti di contrasto allo spopolamento e al contempo idonei a favorire il rilancio economico e sociale dei territori interni. L’incontro, suddiviso in più sessioni, ha coinvolto sindaci, amministratori e esperti, con l’obiettivo di definire le priorità da portare al confronto con le istituzioni regionali e nazionali.
Unioni di Comuni e servizi condivisi per fermare lo spopolamento
Per uscire da questa crisi, la proposta dell’Associazione è netta: ridisegnare la mappa territoriale superando la logica dei piccoli centri isolati, dai 500 ai 1.500 abitanti. Non si parla più di fusioni fredde e burocratiche, ma di Unioni di Comuni capaci di gestire in comune uffici tecnici, amministrativi, asili nido, scuole e trasporti.
“Dobbiamo smetterla di lottare semplicemente per difendere l’esistente – ha detto il presidente di Anci Sicilia, Paolo Amenta – e iniziare a strutturare un vero piano strategico per il ripopolamento. Come si può chiedere a una famiglia di restare o di trasferirsi in un piccolo Comune se mancano i servizi sanitari, se la pubblica istruzione è a rischio, se chiudono gli uffici postali e gli sportelli bancari? I Comuni erano il cuore pulsante dello Stato e della Regione; oggi sono ridotti alla marginalità più totale a causa di denatalità, migrazioni e di una totale assenza di infrastrutture essenziali”.
In relazione alle variazioni di bilancio che si stanno votando in aula per la nuova finanziaria regionale, Anci Sicilia ha chiesto di aumentare di almeno altri 100 milioni di euro il fondo per le autonomie. “Si tratta di una variazione di assoluta urgenza per intervenire su problematiche sempre più acute” ha specificato Amenta.
Scuole, trasporti e assistenza: i servizi da salvare
Il riferimento va in particolare a quelle relative al trasporto dei pendolari, alle figure degli Asacom nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, ossia gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione per gli alunni con disabilità e, ancora, ai ricoveri per i disabili psichici, alle mense scolastiche da creare per il tempo pieno e alla gestione degli asili nido, che diversi Comuni hanno costruito con le risorse del Pnrr, ma che attendono di essere gestiti.
Occorre, in definitiva, una strategia per fare ripartire i piccoli centri: “un nuovo sistema organizzativo, se no la metafora del cane che si morde la coda tornerà, come spesso avviene, a imporsi e continueremo a fare convegni senza ottenere nessun risultato utile” ha detto Amenta.
Proprio in tema di nuove strategie, Anci Sicilia chiede a gran voce la costituzione del “Consiglio regionale delle autonomie locali“: un’interfaccia con l’Assemblea regionale che vede la Sicilia come unica grande regione italiana a non averla ancora. Ragion per cui l’immenso patrimonio rappresentato dai piccoli Comuni delle aree interne è a grande rischio.
Cinque priorità per sostenere i piccoli Comuni
Sono cinque gli ordini di soluzioni rimarcati nel convegno di stamane: il ripristino dei contributi agli investimenti dei piccoli Comuni aboliti con la legge di bilancio del 2025; il sostegno al rilancio della loro azione amministrativa nel segno di una maggiore efficacia qualitativa e quantitativa; l’introduzione di strumenti efficaci per la chiusura delle crisi finanziarie; la revisione degli schemi perequativi e delle risorse destinate ai piccoli Comuni; e il perseguimento di un più incisivo utilizzo delle risorse disponibili fin dalla loro programmazione nel bilancio di previsione.
Personale e risorse, così si rischia di perdere i presidi locali
Ad ampliare la riflessione sui rischi irreversibili legati a questi territori è stato il segretario generale di Anci Sicilia, Mario Emanuele Alvano: “Stiamo parlando di un patrimonio immenso che richiede una straordinaria attenzione istituzionale, che deve tradursi in interventi specifici, a partire dalla gestione del personale. Non è tollerabile restare ancorati a un sistema burocratico rigido che impedisce di assumere persino quelle pochissime figure professionali necessarie a erogare i servizi minimi. Non possiamo lasciare i nostri sindaci a mani nude, privati degli strumenti per dare risposte ai cittadini. Se non si interviene subito con incentivi concreti per mantenere vivi i presidi istituzionali, culturali, sociali ed economici, la qualità della vita crollerà definitivamente”.
Le aree interne una risorsa per il futuro
Bisogna lavorare, insomma, affinché i piccoli Comuni non siano più considerati “periferie“: “contengono invece le radici più profonde del nostro Paese, espresse da moltissime eccellenze produttive e da preziose tradizioni – ha sottolineato Leonardo Spera, sindaco di Contessa Entellina –. Problematiche come lo spopolamento e il dissesto idrogeologico dipendono da come articoleremo la proposta territoriale. Soprattutto in termini di infrastrutture per la produzione di energia pulita: i grandi gruppi del settore guardano proprio ai piccoli Comuni come bacini sui quali investire”.
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