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Il 22 aprile, spiegando in conferenza stampa i contenuti del decreto-legge appena approvato per contenere i rincari dei carburanti, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti disse che «la priorità assoluta» per il governo era «tamponare la situazione dell’incremento degli oneri dei combustibili: in particolare penso ai trasportatori». Quella stessa osservazione Giorgetti l’ha poi ripetuta più volte, sia pubblicamente sia in riunioni riservate: il suo timore principale era che l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio si sarebbe riflettuto sul trasporto, e quindi sulla grande distribuzione, alimentando l’inflazione sui beni di consumo e generando malcontento popolare.
Sei mesi dopo il governo deve gestire ampie e diffuse proteste di autotrasportatori e agricoltori nelle regioni del Sud Italia, che dicono di essere esasperati da un lato per il prezzo insostenibile del carburante e dall’altro per gli iniqui rincari applicati dalle catene della grande distribuzione sui prodotti alimentari. Lo scenario paventato da Giorgetti si sta avverando.
Eppure il governo ha fatto molti sforzi per assecondare le richieste di quei settori, che in questi anni hanno sempre espresso un largo e convinto sostegno alla destra. Ora il registro è un po’ cambiato: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha detto che i blocchi sono illegittimi e che sono «evidenti» le infiltrazioni criminali nelle proteste.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per giovedì 22 ottobre un Consiglio dei ministri in cui il governo dovrebbe prendere provvedimenti per affrontare la situazione, dopo giorni in cui aveva potuto sfruttare – più o meno volutamente – il clamore generato dai disordini a Milano per dare meno risalto alle proteste al Sud.
Già nella scorsa primavera si era capito che il taglio delle accise sui carburanti, più volte prorogato a costi notevoli, non fosse da solo una misura sufficiente a rassicurare gli autotrasportatori, dopo i primi interventi del governo per far fronte al rincaro dei carburanti innescato dalla guerra di Donald Trump all’Iran. A inizio maggio le principali associazioni di categoria annunciarono uno sciopero di ben cinque giorni, tra il 25 e il 29 del mese.
Il 22 maggio Meloni ricevette con grande solennità a Palazzo Chigi (la sede del governo) i rappresentanti del settore, e riuscì a convincerli a recedere da quella loro iniziativa in cambio di varie misure a favore degli autotrasportatori. Erano agevolazioni fiscali e burocratiche, in particolare la triplicazione del credito d’imposta sull’acquisto del carburante, per le quali furono stanziati 200 milioni di euro in aggiunta ai 100 già previsti.
Fratelli d’Italia rivendicò questo risultato come un grande successo del governo e della sua leader. «Giorgia Meloni ha nuovamente dimostrato alla sinistra e al Movimento 5 Stelle come si governa e come si gestiscono le risorse degli italiani senza sprecarle», disse il capogruppo al Senato Lucio Malan. Misure analoghe e straordinarie vennero nuovamente concesse a luglio all’autotrasporto, in quanto «comparto particolarmente esposto agli effetti dell’aumento dei costi energetici e dei carburanti», e poi via via prorogate ed estese nei mesi seguenti.
Quando a inizio ottobre le prime proteste si sono sviluppate in Calabria e in Puglia, per poi estendersi un po’ ovunque nel Sud anche sotto forma di blocchi stradali, il governo è rimasto solo in parte sorpreso. Tra i parlamentari dei partiti di destra ce ne sono molti, specie meridionali, che hanno consolidati rapporti con gli autotrasportatori.
Calabria, Basilicata e Sicilia, tre delle regioni fin qui maggiormente interessate dalle proteste, sono governate da giunte di centrodestra, i cui presidenti avevano richiamato in più occasioni l’attenzione dei ministri competenti. Il governo ne era dunque consapevole: il problema, però, è che non aveva più soldi per intervenire in modo concreto rispetto a una questione ormai troppo estesa per essere gestita con i ristretti spazi di manovra offerti dalle finanze pubbliche.
L’aumento generalizzato dei prezzi, in particolare quelli dei carburanti, si è sovrapposto infatti a una situazione di grossa instabilità sui mercati finanziari: questo ha indotto il ministro Giorgetti ad adottare una linea estremamente prudente e rigorosa nella definizione della legge di bilancio che il governo dovrà approvare entro la fine dell’anno.
Con l’inflazione crescente, la crisi internazionale sui titoli di Stato, la scarsa possibilità d’intervento della Banca centrale europea per mitigare gli effetti di questa instabilità finanziaria, e la grossa incertezza politica in Europa, un paese enormemente indebitato come l’Italia è uno dei più esposti ai rischi. Ed è dunque inevitabile essere molto accorti nella gestione delle finanze pubbliche.
A questo proposito era sembrata azzeccata l’ultima mossa tentata da Meloni: aver convinto Eni e le altre principali aziende petrolifere attive in Italia a ridurre i prezzi dei carburanti, a costo zero per il governo. Ma è stato anche quello un intervento parziale e di efficacia limitata. Anzi, a sentire chi porta avanti la protesta in Puglia, ha finito per alimentare il malcontento, perché il governo ha rivendicato come risolutivo un accordo che lasciava comunque il gasolio e la benzina a un prezzo molto elevato (1,99 euro al litro in media per la benzina; 2,19 per il gasolio), poi ulteriormente aumentato – di circa 6 centesimi – per via della riduzione del taglio delle accise.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, con il viceministro Edoardo Rixi (RICCARDO ANTIMIANI/ANSA)
Tutto ciò spiega anche l’affanno con cui il governo si sta muovendo. Lunedì le principali associazioni degli autotrasportatori nazionali sono state convocate al ministero dei Trasporti solo per il 27 ottobre prossimo. Martedì Matteo Salvini ha incontrato a Milano alcuni rappresentanti del comparto: ha offerto lo sblocco imminente dei 430 milioni di credito d’imposta attesi da luglio, a cui ne sono stati aggiunti 50; e ha promesso altri 150 milioni di euro per analoghe agevolazioni fiscali entro fine anno; e altri 400 o 500 milioni, su cui si ha poca certezza ma che dovrebbero servire come incentivi per il rinnovo di mezzi e macchinari, nel 2027.
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Lo stesso Salvini ha riconosciuto che sono misure parziali, non risolutive. Ha ottenuto che le principali associazioni siciliane revocassero i blocchi stradali almeno nella regione, rimandando eventuali ulteriori decisioni all’incontro del 27 ottobre. La scelta di prendersi tutto questo tempo riflette le difficoltà nel definire misure che accolgano le richieste del comparto, e in parte anche la speranza che nel frattempo la protesta si ridimensioni.
C’è però anche il rischio opposto: cioè che intanto il malcontento aumenti. Il blocco dei trasporti, almeno al Sud, sta iniziando ad avere conseguenze su tante altre attività: i supermercati che faticano a rifornirsi; le code alle pompe di benzina; le aziende municipalizzate che riducono i servizi di raccolta rifiuti e pulizia strade per mancanza di carburante; le classi che si svuotano perché gli scuolabus non passano; i collegamenti con le isole o con le aree interne che si fanno particolarmente difficoltosi. A Napoli l’università Federico II ha spostato online tutte le lezioni.
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